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I fratelli Taviani ne hanno fatto un film, due giorni fa è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. Lessi Una questione privata di Fenoglio all’università, quando seguivo il corso di letteratura italiana contemporanea di Biancamaria Frabotta. Venne Marco Lodoli a parlarcene, era ventitré o ventiquattro anni fa. Oggi ho iniziato a rileggerlo, pomeriggio di fine ottobre, cielo del colore dei nostri libri vecchi. “Quando la rivedrò?”, si chiede Milton nella prima pagina del racconto, pensando a Fulvia. Forse il giorno in cui finirà la guerra. “È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria”. Non c’era un modo più bello di dirlo.

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Negli anni Novanta la riscoperta fra i giovani lettori di un autore come Beppe Fenoglio fu sorprendente. Ricordo in quegli anni le lezioni di Bianca Maria Frabotta all’Università di Roma che vertevano su Una questione privata, romanzo postumo pubblicato nell’aprile del 1963 due mesi dopo la morte di Fenoglio, e che registravano la partecipazione appassionata di un gruppo notevole di studenti di Lettere. A una di quelle lezioni venne in qualità di ospite Marco Lodoli di cui avevo appena letto il romanzo d’esordio Diario di un millennio che fugge. Mi sono interrogato spesso sulle ragioni di quella silenziosa adesione di un’intera generazione ai modi letterari di un autore così appartato e la cui opera è per certi versi riluttante alle leggerezze della contemporaneità. Sarà che quel suo carattere riassunto nella famosa frase autografa, “A me basteranno le due date che sole contano e la qualifica di scrittore e partigiano”, ben si addiceva al feroce nichilismo di quegli anni. Per quanto mi riguarda, prendendo in prestito i versi di una canzone di Ivano Fossati, io “non ho mai tradito la mia giovinezza, perché la vita si alimenta di poco, non dura eterna”. E così, ancora oggi, in certi pomeriggi d’autunno in cui il cielo si riversa sulla città, e intorno a me sento stracciare ogni giorno di più i miti della Resistenza e la decenza del cosiddetto popolo italiano, io mi apparto sul divano e frugo tra le pagine de Il Partigiano Johnny, e trovo frasi come questa, che a parer mio andrebbero vergate a chiare lettere sulla Costituzione italiana:

“E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno”.

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