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La prima volta che ho messo piede in una biblioteca è stato alla scuola elementare. Era una biblioteca molto piccola, una stanza senza finestre di cinque metri per cinque con due scaffalature per lato e un tavolo al centro. Il tavolo non era a disposizione dei lettori, ma era la scrivania di lavoro della bibliotecaria, un’insegnante elementare prossima alla pensione, una donna elegantissima, alta e snella e con i capelli color mogano raccolti in uno chignon. I libri si andava a prenderli in prestito per il tempo necessario alla lettura, bastava compilare un cartoncino blu scrivendo nome, cognome e classe di provenienza e consegnarlo a lei. A me piaceva la biblioteca, piaceva soprattutto scegliere fra tutti quei dorsi di libri colorati, ciascuno con un titolo più allettante dell’altro, e la bibliotecaria – che era perennemente indaffarata ma gentile e disponibile ai consigli – aveva per me sempre un sorriso. A buon diritto posso dire che ero allora forse l’unico bambino di tutta la scuola interessato a passare qualche minuto della giornata in biblioteca. Non ricordo con esattezza i libri che sceglievo, e non ricordo neppure se davvero ero capace di leggerli tutti fino all’ultima pagina, ricordo però quale fosse la natura delle mie richieste. Volevo libri che fossero ambientati in tempo di guerra e che avessero per protagonisti dei ragazzi. Tra i miei autori c’era sicuramente Molnár, ma anche Verne, Wells, Kipling, Twain e chissà quanti altri di cui ora non ricordo il nome. E quando al pomeriggio tornavo verso casa camminando sull’orlo della ferrovia, un’acquolina nervosa si rovesciava nella mia gola al cospetto dell’ultimo libro con la copertina rigida (e il talloncino bianco della biblioteca) che stringevo al braccio come un cucciolo di cane, caldo e tremante, appena scovato nel bosco. E poi il silenzio armonioso della lettura, io disteso sul divano o seduto sullo scalino che separava la cucina dal giardino di casa, altro silenzio che nasceva dentro di me, che scaturiva dalle righe di parole che si susseguivano e che mi accendevano nella testa una miriade di sogni. È così che ho imparato a conoscere il vero mistero della letteratura; un pentagramma di lettere, di suoni e di vite che tace, si riposa, risplende.

Fino a oggi pensavo che la comunità degli uomini-libro esistesse solamente nel bosco descritto nel finale di Fahrenheit 451, il capolavoro di Ray Bradbury, dove un gruppo di esuli che sfuggono alla realtà di un mondo in cui i libri sono stati proibiti, poiché fonte primaria di infelicità, diventano essi stessi libri, imparando a memoria ciascuno il testo di un volume. Fino a oggi, appunto. Perché stamattina ho scoperto che a Malmö, in Svezia, esiste una “biblioteca dei libri viventi”. In questa speciale biblioteca invece di consultare dei tomi è possibile prendere in prestito una persona, un “libro vivente” per l’appunto, per ascoltare la sua storia e porgli tutte le domande che si ritengono necessarie. I “contenuti” sono tra i più disparati. Si va dal punk all’animalista, dall’homeless alla donna musulmana che porta il velo, dall’ex detenuto all’ausiliare del traffico. Insomma, chiunque abbia una storia da raccontare diventa libro. Gli incontri con i libri viventi si svolgono su prenotazione nel caffè della biblioteca. Si può parlare con loro per un massimo di tre quarti d’ora. In questo modo ogni “libro” viene prestato per tre o quattro volte nell’arco del pomeriggio. Per migliorare il servizio e acquisire nuove categorie di libri viventi a fine giornata vengono addirittura distribuite delle schede di valutazione.
In un romanzo filosofico come “La nausea” di Sartre troviamo il simbolo dell’illusione della cultura incarnato dalla figura dell’Autodidatta, un uomo che studia i libri della biblioteca di Bouville in rigoroso ordine alfabetico. Ora, immaginiamo che per un gioco delle parti l’Autodidatta di Sarte finisca all’improvviso nella biblioteca di Malmö, o nella comunità degli uomini-libro di Bradbury, e si metta a consultare i libri viventi rispettando l’ordine alfabetico del loro nome. Credo che le prime due domande che si porrebbe riguarderebbero il metodo del lavoro e una stima del tempo che gli occorrerebbe per portare a termine il suo insano proposito, e quindi: al mondo ci sono più uomini o più libri? E poi, se è vero che esiste un libro per ciascun essere umano, perché sentiamo continuamente l’esigenza di inventare altre storie e scrivere nuovi libri?
Per come la vedo io se si esaurisse la capacità di raccontare una storia, il genere umano si estinguerebbe. E poiché siamo tutti, più o meno, portatori di una storia, uomini-libro per definizione, dovremmo rassegnarci, il nostro posto naturale è sullo scaffale della biblioteca di Malmö. Con buona pace dell’Autodidatta di Sarte.

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