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E sempre da Pascal: “Niente è insopportabile all’uomo quanto di essere in un completo riposo, senza passioni, senza faccende, senza divertimento, senza un’occupazione. Avverte allora il proprio nulla, il proprio abbandono, la propria insufficienza, la propria dipendenza, il proprio vuoto. Subito saliranno dal profondo dell’animo suo la noia, l’umor nero, la tristezza, il cruccio il dispetto, la disperazione”. E più avanti la famosa affermazione che “l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene in pace, in una camera”. Da ciò si deduce che l’uomo, nella sua assoluta essenza e nudità, è infelice, e che tutte le occupazioni, le agitazioni, i dimenamenti, le ansie del fare, sono semplici distrazioni dall’infelicità, e quindi un uomo felice è solo un uomo molto impegnato, o solo un uomo in perpetuo movimento, o solo un uomo con molte camere a disposizione. Ma la vita dell’uomo nel suo compiersi ora per ora è piena di noia, la non-noia è un’eccezione in quella stessa vita. “Da ciò deriva che il piacere della solitudine sia una cosa incomprensibile”, dice ancora Pascal. Perciò chi invece generalmente gode della solitudine è un individuo che ha scoperto una camera segreta, è un infelice felice, uno che trova nell’infelicità di natura una possibile e dolorosa felicità, ed è per questo che spesso è considerato dagli altri individui un alienato. Quaranta giorni dopo non mi manca niente, questo significa che per il mondo mi sono di nuovo ammalato.

Ma la lettura migliore in questi giorni è Pascal, e in particolare la parte dei Pensieri in cui definisce l’uomo come sospeso tra due infiniti: l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Il piccolo, “da cui è tratto”, e il grande “in cui è inghiottito”. “Che cos’è l’uomo nella natura?”, si interroga Pascal. “Un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, il termine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile”. Di questi due infiniti però, quello che l’uomo riesce meno a immaginare è l’infinito della piccolezza, la misura acellulare di un virus, appunto. “L’infinità nella piccolezza è molto meno manifesta”, dice Pascal. È più facile tremare di fronte all’infinitamente grande, alla gloria manifesta dell’universo, è più facile provare “quel piacevole tipo di orrore” (Addison) che avvertiamo di fronte alle creste inesorabili d’una montagna, o al terrificante ribollire di una marina in burrasca; è più facile sentirsi inermi al cospetto della vastità. Ora invece siamo posti di fronte all’altro infinito, al piccolo, al reame invisibile. L’uomo, dice Pascal “ha bisogno di un luogo che lo contenga”. Così l’orrore che proviamo oggi è di non essere contenuti nella tempesta, ma di esserne i contenitori.

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