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Se alle due di notte apro il rubinetto del bagno il mio vicino bussa con tutta la forza contro la parete, bussa come per dire: “Lasciami dormire, idiota che non sei altro!” Lui è ossessionato dall’idea che io usi il bagno alle due di notte, è ossessionato da ogni minimo rumore notturno che fanno gli scarichi del palazzo. Se la mattina però lo incontro per le scale mi saluta con gentilezza, fa i complimenti al bambino, magari racconta un aneddoto sulla vita di quartiere di quarant’anni fa. Non assomiglia alla belva esasperata in cui si trasforma la notte. Lui è un ricco calzolaio che ha fatto fortuna, un prototipo borghese, un moralista capace di sfogare la propria rabbia contro un muro pur di non arrischiarsi a definirmi pubblicamente un idiota. Ogni notte, con la sua collera mal repressa, mi spiega molto bene com’è stata la vita in questo paese per sessant’anni, mai una guerra esplicita, solo sotterfugi.

Il sorcio, di Andrea Carraro, è un libro uscito per Gaffi nel 2007. Racconta la storia di Nicolò Consorti, scrittore-bancario ultra quarantenne con la psiche deturpata dalle angherie di un collega soprannominato il Sorcio e con le nevrosi di un complessivo disadattamento ai ruoli molteplici che gli ha assegnato la vita, l’essere contemporaneamente figlio, marito e padre. Scritto come se fosse il racconto di una lunga seduta psicanalitica, è un romanzo sorprendentemente crudo, schietto e inesorabile, che mette in scena uno spaccato piccolo-borghese alla maniera dei grandi narratori italiani del Novecento come Moravia e Gadda. Questa umanità nuova e antica, senza più principi etici né valori, divorata da se stessa e dalle proprie ossessioni, è la materia prima di cui si serve Andrea Carraro, autore capace come pochi di svelare la falsificazione delle nostre esistenze sfigurate dal conformismo. Il sorcio allora diventa figura simbolo di quel male oscuro che svuota le vite di velleitari impiegatucci, di divorziati in cerca di un’eterna giovinezza, di puttanieri, di alcolizzati annoiati e sentimentalmente distratti, o peggio di condannati in via definitiva a sperperare i propri anni migliori. Un libro bellissimo, con un finale che esibisce le prove di come sia impossibile, in definitiva, far convergere letteratura e vita.

La domenica pomeriggio le strade del quartiere sono vuote. L’aria d’inizio estate è torrida e noi non troviamo niente di meglio da fare che passeggiare fra queste vie silenziose. C’è un bar aperto, cerchiamo un tavolo sotto i dehors. Questo è il luogo di ritrovo della fiammeggiante borghesia locale, i loro cognomi sono stampati in ogni gesto, in ogni azione del corpo, fin dentro i minimi dettagli delle loro scarpe. I due ragazzi seduti al tavolo di fianco al nostro vestono in divisa d’ordinanza, i pantaloni beige, le camice bianche e i pullover blu arrotolati sulle spalle, i capelli lisci e un po’ lunghi con appena un principio di stempiatura, la puzza di classe dirigente che verrà. Il loro presente è accessibile dalla conversazione che intrattengono e che è regolata su un unico argomento, ossia macchine dai quarantamila euro in su. Più in là c’è un uomo di mezza età che sembra l’esatta proiezione nel tempo dei due ragazzotti in maniche di camicia, a distinguerli c’è solo il fitto reticolo di rughe da troppi solarium che si distende sul viso dell’uomo. La donna anziana che passa alle nostre spalle dopo qualche minuto, a sua volta, è il buco nero insaziabile che divora il mondo da secoli. Piccola, curva e nera, di una magrezza spettrale, la donna sembra una ex fotomodella mummificata. Avanza a passi lenti con il disprezzo segnato sul bordo della bocca, le dita scheletriche e cariche di gioielli, la grossa spilla d’oro che luccica al centro del petto scavato. Ha in mano una minuscola confezione di paste, la sua dose per uso personale da consumare nella buona ombra di un attico con vista panoramica, non prima di essersi assicurata il silenzio della badante con una promessa o con una minaccia. La sua voce abituata a comandare risuona con una vibrazione tormentosa, “Permesso!” esclama furibonda nell’attimo in cui un ragazzo col cane al guinzaglio ha il torto di contenderle il marciapiede. Lo sfoggio festivo di questa razza odiosa di esseri umani è rivoltante. Eppure gli sorridiamo addosso e ci diciamo che è fin troppo facile nascere, vivere e crepare in questi mondi comodi e senza scelte. Ce lo diciamo un quarto d’ora più tardi mentre osserviamo le vetrine di un negozio di calzature, in vendita c’è una sola marca di scarpe, come negli altri negozi ce n’è una sola per le giacche, una sola per gli orologi, una sola per l’argenteria, una sola per le borse, una sola per gli alimenti, andando in fondo alla strada si scopre che ce n’è perfino una sola per le casse da morto. Così, riflettiamo, una volta morti avranno il loro paradiso esclusivo in cui volteggiare senza pensare a nulla, nello stesso modo in cui hanno vissuto, come vuoti gusci d’uovo.

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Carlos Trujillo, QUEGLI OCCHI CHE GUARDANO

Che cosa guardano quello che guardano quegli occhi che guardano?
Tanti pianeti diversi in questo stesso mondo
che a volte non sappiamo se siamo quello che siamo
né quando siamo
né dove
né chi si è.

La donna sui settanta è vestita come una ricca bomboniera, agghindata di fiori essiccati, nastri e racchettine per i confetti. In testa ha un cappellino lilla che andrebbe bene alla Royal Ascot, il raso lucido del vestito riflette i raggi del sole di primavera. Fa caldo alle dieci del mattino, così abbasso il finestrino della macchina mentre guardo a destra e a sinistra prima di infilarmi nella strada principale. Lei è in agguato sul limite della zona riservata ai parcheggi, le sue scarpine rosa luccicano come diamanti. Immagino che le abbia scelte nella vasta gamma del suo guardaroba rifinito da vera signora. Lei fa per attraversare, «Posso?» mi chiede con una voce che conserva larghe tracce di una giovanile e mai approfondita inclinazione da soprano. «Prego» rispondo io sollevando un braccio e indicandole la strada. Il suo lento défilé mi dà l’occasione di notare il piccolo bagaglio significativo che la signora esibisce con sfrontato compiacimento. Un piccolo vassoio di bignè, un rametto d’ulivo e un giornale. I bignè li ha acquistati nella rinomata pasticceria di questo ricco quartiere borghese che le è cresciuto addosso come un abito ben confezionato. Il ramo d’ulivo è il segno tangibile che ha appena adempiuto al terzo comandamento santificando il giorno di festa (che in questo caso coincide con la domenica delle palme). Il giornale è uno di quelli schierati dalla sua parte, quella dei proprietari di patrimoni e redditi solidi che hanno fede in Dio e nel buon costume degli italiani. Quello stesso giornale oggi titola in prima pagina: “Al PD non piace la gnocca”. Chissà che fremiti la signora, fra uno sghignazzo e qualche bel ricordo di gioventù, prima di bagnare il rametto d’ulivo, pronunciare un padrenostro e ringraziare una volta ancora Dio di non averla fatta nascere comunista.

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Rafael Courtoisie, LA MUSICA UCCIDE LA FAME

Il flautista non riuscì a portarsi via
i topi dal paese.

I bambini li divorarono.

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