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Mio figlio mi ha chiesto di insegnargli a giocare a calcio. Fino alla settimana scorsa era disinteressato al calcio, poi la settimana scorsa si è imbattuto in una partita di pallone tra ragazzini più grandi di lui, si è buttato nella mischia, con risultati sconfortanti, ha litigato con gli altri ragazzini che non lo volevano far giocare a causa della sua totale ignoranza delle regole del gioco. Al ritorno a casa, punto nell’orgoglio, ha voluto che gli insegnassi i fondamentali del gioco. Come tutti i bambini che si interrogano sui fatti adoperando una logica accanita, la regola che trova più assurda di tutte è il divieto di toccare la palla con le mani. Per due giorni si è impegnato allo spasimo, nonostante questo credo che il calcio continui a interessarlo poco e niente.

Sto leggendo La vita è un pallone rotondo, di Vladimir Dimitrijevic (Adelphi, traduzione di Marco Bevilacqua). Ci si trovano dentro delle autentiche gemme. In un capitolo intitolato Sfiorare i tacchetti di una scarpetta agognata c’è scritto:

I primi passi erano incerti come quelli delle ragazzine che provano per la prima volta le scarpe coi tacchi alti della mamma. Ci reggiamo a stento, barcolliamo. Come i puledri e i vitelli che, appena nati, provano a tenersi in piedi. Per tutti questi gesti di commovente innocenza, sarò eternamente riconoscente a Dio che ci ispira la giusta misura.

E in un altro, dal titolo L’aristocrazia e la nobiltà di gamba:

Il calcio non è aristocrazia, è nobiltà. Vi è in esso un’uguaglianza che non esiterei a definire cristiana. Mi spiego: non esiste un modello di giocatore ideale. Tutti i calciatori eccezionali trasformano un palese difetto in una qualità sublime. Alcuni hanno le gambe storte, altri si muovono come dei panda, ma subito, non appena entrano in possesso della palla, attorno a loro tutto diventa fluido. Pensiamo ai lazzi che suscitava l’albatro di una celebre poesia.

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Tempo fa sono tornato nel cortile in cui giocavo a pallone da ragazzino, il luna-park infanzia era deserto, ai nostri tempi non c’era ora del giorno in cui non ci fossero carovane di figli impegnati a giocare una partita eterna, oggi non c’è nessuno, i cortili fanno parte delle architetture morte del nostro tempo, hanno smesso di ricoprire la loro funzione sociale, come le serrande dei negozi il cui valore una volta era dato principalmente dall’essere delle porte naturali per le partite di calcio alla tedesca, o i balconi dei primi piani, la disgrazia di generazioni di inquilini vessati dalle richieste di restituzione del pallone, i balconi dei primi piani la cui primaria funzione architettonica non era quella che credete voi, ma era insegnare ai piccoli calciatori il gioco palla a terra, o la ruvidezza dell’asfalto che indottrinava i portieri sull’arte di cadere senza sbriciolarsi le anche, chiedete ai vetrai quanto sia calato il loro giro d’affari dagli anni Ottanta in poi, da quando le vetrine non vengono più fracassate dalle pallonate di collo pieno, l’anno zero del calcio in Italia è l’ultima conseguenza di una rivoluzione sociale, la rivoluzione dei cortili, i figli tenuti a casa, le ginocchia sane, fate una prova, aprite il portabagagli della macchina, guardate se dentro c’è un pallone, se il pallone non c’è siete responsabili, quanto e più di Marco Antonio Rodriguez Moreno.

 

Anni fa, in un parco pubblico, ho visto un ex calciatore famoso ormai alla soglia della vecchiaia stendere un telo sull’erba soffice, posare una borsa sportiva, tirare fuori dalla borsa sportiva un pallone, e mettersi a palleggiare, correndo da una parte all’altra del prato e bisbigliando come se tra sé e sé facesse l’imitazione di una telecronaca, e dopo un po’, con grande disciplina, posare il pallone accanto al telo, sdraiarsi e iniziare gli esercizi addominali.

La signora che fa le pulizie in ufficio l’altro giorno aveva voglia di conversare e mi ha detto che ha iniziato a fare un altro lavoro, dalle sei alle otto di sera, in una palestra, o qualcosa del genere, si tratta sempre di pulizie, niente di nuovo per quanto le riguarda, ha detto che deve farlo perché ha un figlio di trent’anni che fa il calciatore professionista nei campionati minori e ha detto che il figlio negli ultimi anni ha cambiato squadra per tre volte, ha detto che lo ha fatto perché nessuna delle tre squadre lo pagava, ha detto che suo figlio ha trent’anni e quindi la sua carriera di calciatore è quasi finita e non sa fare altro, a parte giocare a pallone, e lei non si dà pace al pensiero di come suo figlio si guadagnerà da vivere una volta che avrà smesso di giocare a pallone, perciò deve fare questo lavoro, dalle sei alle otto di sera, in una palestra, o qualcosa del genere.

Una volta mi hanno raccontato di una cena in un ristorante in un paese del sud, nel ristorante c’era un ragazzo con i genitori e la fidanzata, il ragazzo non era più tanto giovane, la fidanzata era ancora abbastanza giovane, i genitori erano vecchi, erano lì per festeggiare l’ingaggio del ragazzo in una nuova squadra, hanno ordinato un dolce e hanno fatto un brindisi, il conto l’hanno pagato i genitori.

Luciano Bianciardi ha scritto: “Lo studio attento delle tattiche calcistiche moderne può giovare anche all’intellettuale”.

Il calcio e il ciclismo hanno due cose che li accomunano. La prima è che entrambi, in una determinata epoca storica del nostro paese, hanno rappresentato l’incarnazione dello sport popolare perché parte integrante della storia del movimento operaio e dei lavoratori in Italia. La seconda è che entrambi sono sport tecnicamente finiti. Le ragioni della fine dello sport popolare in quanto categoria dell’intrattenimento di massa è facilmente spiegabile nella fine della sua credibilità agonistica. L’alterazione a tavolino del risultato, in un caso dovuta all’invasione del doping e nell’altro delle scommesse, in sostanza ha eroso la possibilità epica, la mimesi del tifoso nel campione. La retrocessione del ciclismo e del calcio (e prima ancora della boxe) da sport popolare a sport di vetrina è il sintomo di un’epoca, quella contemporanea, non più capace di un’elaborazione mitica dello sport, ma ridotta alla più semplice e passiva fruizione commerciale. L’inattendibilità della purezza del risultato passa in secondo piano rispetto alla logica divoratrice del merchandising. È il capitalismo selvaggio applicato alle regole del cuore, l’economia di mercato che lentamente strangola le vene della passione e la riduce a una specie di catatonia emotiva. Oggi il tifoso di calcio è un corpo estraneo e inassimilabile al calcio stesso. Dopo essere stato demonizzato e confinato col capo d’accusa di essere il principale responsabile dell’agonia del calcio, il tifoso viene, in ultima istanza, irriso nella sua stessa credulità. La passione del tifo del resto poggia sull’innocenza di un patto primordiale, quello che lega il tifoso, nelle sue prerogative di purezza infantile, alla squadra del cuore, vista come entità dottrinale, filosofica e perfino ideologica. Il tradimento del patto ha l’effetto brutale di scoperchiare il gioco e causare il trauma della disillusione. Come tutti i grandi cicli di rappresentazione della storia anche il calcio scomparirà. Quello che la storia insegna in questi casi è che la fine per ragioni di moralità di una forma così intensa di intrattenimento popolare è il segnale di decadenza di una civiltà ormai vinta.

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