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Ma siamo proprio sicuri che bisogna sempre crescere, ogni anno crescere? Nei sistemi economici moderni esiste una sola professione di fede: la crescita economica. Si tratta di quel complesso di fenomeni che riguarda l’incremento della ricchezza, dei consumi, della produzione di merci, dell’erogazione di servizi, dell’occupazione, della ricerca scientifica e dello sviluppo delle nuove tecnologie. All’opposto della crescita c’è quello che gli economisti chiamano “stagnazione” e “recessione”. La crescita economica è un’idea relativamente recente che si è affermata in epoca moderna con l’avvento del capitalismo e della classe borghese. Tuttavia non viene mai adeguatamente sottolineato che la crescita di un paese avviene sempre a danno di qualcun altro. Il dogma collettivo dello sviluppo economico (in Italia abbiamo un ministero con questo nome, non a caso presieduto da un banchiere) rientra in un’adesione incondizionata al sistema competitivo che domina i principali mercati capitalistici del mondo. Ciò che non viene contemplato in questo sistema è l’appagamento. Intendo dire che una volta soddisfatti i bisogni essenziali e raggiunto un grado ottimale di vita individuale e collettiva, per quale ragione si dovrebbe ostinatamente continuare a perseguire l’idea della crescita? E soprattutto perché in nome di essa devono essere messi a repentaglio felicità, lavoro, vita degli uomini? Ricordiamo allora quello che scriveva Pasolini: “La parola sviluppo ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di destra. Chi vuole infatti lo sviluppo? Cioè, chi lo vuole non in astratto e idealmente, ma in concreto e per ragioni di immediato interesse economico? È evidente: a volere lo sviluppo in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali”. Il mantra che sentiamo ripetere oggi secondo cui, a fronte della mancata crescita economica, avanzerebbe lo spettro di un’immane catastrofe sociale è in realtà un ricatto. La domanda che andrebbe posta ai governi è allora la seguente: e se passassimo da un sistema competitivo a uno cooperativo?

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C’è una cosa che mi sfugge quando si parla del famigerato emendamento di maggioranza all’articolo 8 della Manovra approvato dalla Commissione bilancio del Senato e che di fatto cancella l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Quello che mi sfugge è il nesso che lega la possibilità di licenziare senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti e la ripresa economica. Voglio dire, per quale misteriosa ragione in una società in cui viene soppressa la sicurezza del posto di lavoro, riducendo il futuro delle persone a un angoscioso mistero, dovrebbe prosperare l’economia? Un cittadino che perde il posto di lavoro non perde automaticamente anche la propria capacità di consumatore? O forse nella categoria dei consumatori di cui parlano gli economisti non è contemplato chi percepisce uno stipendio da dipendente? A volte penso che la ragione ultima del capitalismo (che nella nostra contemporaneità dicono sia il sistema che getta le fondamenta e dà senso a qualsiasi tipo di civilizzazione) è quella di sottrarre gli uomini a ogni tipo di destino che non sia l’immediato sopravvivere. E allora penso che l’economia è una truffa planetaria, una pseudo scienza, discutibile come la religione, e come la religione illusoria.

Lunedì mattina, sali sul tram, sono due giorni che non esci di casa. C’è un posto lì sul fondo, vicino a otto poveri cristi che non conoscono la parola licenziamento, perché vivono in un sistema economico che non contempla più nemmeno la parola assunzione. Ce l’hanno scritta in faccia la morte. Uno di loro ha una moglie e tre figlie, tre bambine di età variabile dai tre ai sei anni. Una delle tre piange forte, un’altra è silenziosa, ha i capelli legati in una coda e due grandi occhi mielati che guardano con sospetto la signora seduta davanti a lei che batte con le unghie laccate sulla tastiera del cellulare. Sua madre non ha un cellulare, in compenso ha un velo che le copre i capelli ed è giovanissima. L’uomo, il padre delle tre bambine, è integrato in questa situazione economica perfettamente liberale rappresentata dalla popolazione del tram. Tu, dal canto tuo, ti trovi in una condizione essenziale, non entusiasmante. Hai un lavoro, hai una famiglia, hai una macchina e una casa in affitto, però non hai un ombrello, sono tre settimane che piove ininterrottamente e tu ti ostini a non avere un ombrello. Intorno a te, alla fermata del tram, per la strada, sotto il portone di casa tua, c’è un sacco di gente che vuole venderti a tutti i costi un ombrello, con la pioggia in generale immagini che non si facciano grandi affari, eppure assisti coi tuoi occhi alla moltiplicazione dell’offerta di ombrelli, sembra che il terzo mondo che si è riversato in questa città si sia gettato in grande stile nel business degli ombrelli. La pioggia ti aspetta al varco anche stavolta, è lì in agguato non appena appoggi il piede sulla banchina del tram. Ecco come vanno le cose, non puoi dire che sia una gran vita, ma è dignitosa. Comunque sia, la conclusione è che in determinate circostanze fai bene a lasciare la macchina a casa, serve a capire in che direzione vanno gli affari che tengono in piedi questa nazione.

C’è una scena basilare in Capitalism: a love story, il film documentario di Michael Moore uscito nel 2009. È la ripresa di un discorso di Ronald Reagan a Wall Street nei primi anni Ottanta durante il quale, a un certo punto, il segretario al tesoro intima al presidente di tagliare corto, di sbrigarsi a chiudere il discorso. L’uomo in questione è l’ex presidente della Merrill Lynch, una delle più grandi banche d’investimento americane, il suo nome, Don Regan, sembra la storpiatura di quello del presidente-attore, o forse è la radice per comprendere chi dei due è la vera controfigura dell’altro. Il modo in cui il potente uomo d’affari si rivolge a Reagan non è solo perentorio, nel suo tono c’è qualcosa di sbrigativo, di drastico, la sua è una richiesta spiccia, come se ordinasse a un cameriere di portargli il conto. E la reazione del presidente è sorprendente, sembra la risposta di un servitore ubbidiente sollecitato a sparecchiare la tavola. Reagan annuisce docilmente e dice “oh”, poi si appresta a chiudere il discorso. La scena ci rivela che l’esercizio del potere nei grandi sistemi capitalistici poggia sulla legittimità carismatica di semplici icone, in questo caso un attore di film western di serie b, il cui ruolo è unicamente quello di fornire al popolo un’immaginetta devozionale da venerare, mentre il potere, quello vero, viene esercitato nell’ombra da uomini per lo più sconosciuti alle grandi masse. Insomma, come diceva Honoré de Balzac, “la promozione del cavallo di Caligola, questa farsa imperiale, ha avuto e avrà sempre un gran numero di rappresentazioni”.

In un’intervista del 1991 il grande drammaturgo e poeta tedesco Heiner Müller disse: “La società borghese si fonda sulla discriminazione, sull’isolamento, ma se non riesce più a identificare il male essa non può più isolarsi, e nemmeno autodefinirsi, perché a questo scopo avrebbe bisogno dell’altro, del regno del male. Quel regno ora si è dissolto con le proprie mani, spianando la strada al declino della società borghese. Il male è il futuro”. La frase rientrava in un contesto ben più ampio in cui Müller dissertava, tra l’altro, della prima guerra del Golfo, di psicanalisi, di DDR, e appunto, di futuro, ed era riferita in particolare all’immigrazione dei popoli del terzo mondo. Il 1991 era quasi vent’anni fa, eppure il futuro a cui accennava Müller era in realtà già presente. Ma è ancora possibile affermare che il male è il futuro? Oppure, osservando l’imbarbarimento attuale delle società capitalistiche, la reclusione del pensiero, il dominio degli istinti non si debba piuttosto affermare che il male è adesso? E se il male è adesso significa che noi popoli benestanti, cristiani e occidentali viviamo in una società divinizzata in cui un nuovo Lucifero muove per ribellarsi alla schiera degli angeli, significa che debellato ogni nemico sulla faccia della terra, che si chiami Comunismo, Iraq, Al Qaeda o che si voglia, il solo nemico possibile che rimane siamo noi stessi. È singolare che nell’epoca contrassegnata dallo scambio delle informazioni una società avverta, come necessità primaria, il bisogno di isolamento. Oppure, considerato che il complesso delle nostre esistenze è un fatto politico, che la nostra stessa morte è politica, l’isolamento è in realtà la maniera per preparare lo scontro con l’unico nemico sopravvissuto a millenni di lotte e di guerre umane. Il futuro forse sarà questo, quando una volta debellati tutti i nemici, una sola minaccia alla cultura dominante resisterà dentro di noi, nel ventre della bestia.

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Heiner Müller, TRISTANO 1993

Ieri mio figlio aveva un’aria strana
Una notizia orribile lunga un intero spot
Negli occhi di mio figlio io
Che ho visto troppo ho letto la domanda
Compensa  ancora il mondo la fatica di vivere?
Un istante una notizia orribile
Lungo un intero spot io ero il dubbio
Devo augurargli una lunga vita
O per amore una precoce morte

La storia di Umar Farouk Abdulmuttalab, l’uomo che il 26 dicembre ha tentato di farsi esplodere a bordo del volo Delta-Northwestern da Amsterdam a Detroit, è la rappresentazione drammatica di un’epoca e di una civiltà. Rampollo di una tra le più ricche e influenti famiglie d’Africa, padre banchiere ed ex ministro del governo nigeriano, studi allo University college di Londra e all’università di Dubai, finisce per lasciarsi contagiare da idee fondamentaliste ed emulare gli autori degli attentati dell’11 settembre. C’è qualcosa che inquieta oltre misura nel gesto di questo ragazzo. La dichiarazione di guerra di Abdulmuttalab all’occidente arriva direttamente dal ventre grasso della terra e non più dai deserti di povertà in cui Al Qaeda recluta i martiri islamici. “Prima di adesso, da quando era bambino Farouk, eravamo molto presenti e nostro figlio non ha mai mostrato comportamenti, attitudini o appartenenza ad associazioni che potevano destare preoccupazione” hanno rivelato i genitori del ragazzo. La ferita inferta alle nostre sicurezze da una dichiarazione del genere è letale. Luogo natìo e culla di dolore, mi verrebbe da dire. Le parole ricchezza e insurrezione mal si conciliano, dacché la storia è storia le ribellioni più feroci e malpagate sono dei reietti, di coloro che non hanno nulla da perdere eccetto la loro vita. Il capitalismo occidentale ci ha insegnato a guardarci dalla povertà, secondo la dottrina capitalista ogni forma di povertà è un attentato alle nostre sicurezze, ogni indigente è una bomba piazzata davanti alle porte dei salotti belli e confortevoli, è una minaccia alla nostra benestante indifferenza. La vicenda di Abdulmuttalab scompiglia le carte in tavola, perverte la cognizione di un’epoca e di una civiltà che ha fondato sui valori del patrimonio e della proprietà il discrimine fra bene e male, che alleva i propri figli nella liturgia del denaro, che li educa alla diffidenza e al sospetto verso la miseria. Ed ora, proprio nei giorni deputati alla sacralità della festa cristiana che celebra la nascita del Figlio dell’Uomo, arriva l’insurrezione criminosa e terroristica del figlio di un capitalista, un atto inequivocabile che rompe l’illusione. Farouk (forse inconsapevolmente) ha tolto all’uomo occidentale i suoi ultimi punti di riferimento. È questo che genera la nuova paura.

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