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Alle undici del mattino nella sala d’aspetto dell’ufficio passaporti della questura c’è una fila di persone. C’è un uomo in bermuda, con le braccia ricoperte di tatuaggi e un cappellino sulla testa, è un uomo discreto che se ne sta al suo posto e aspetta il suo turno. Quando è il momento si avvicina allo sportello e spiega la propria situazione, l’addetta all’ufficio passaporti si lamenta perché la patente dell’uomo è talmente consumata  che non si legge più nemmeno la data di scadenza. L’uomo dal canto suo, per giustificarsi, dice che molte cose sono cambiate da quando è andato via dall’Italia. L’impiegata non capisce il nesso fra le due cose. Non capire il nesso fra le cose per lei evidentemente è già di per sé un motivo valido per iniziare a maltrattare le persone. Dalla sala d’aspetto sento la sua voce argentina che risuona da dietro lo sportello, l’aspetto dimesso dell’uomo con le braccia ricoperte di tatuaggi è un buon bersaglio su cui sfogare le proprie frustrazioni. Le pale del ventilatore al soffitto intanto girano, e io divento sempre più nervoso per l’attesa sfibrante e per il tono di voce dell’impiegata. Dopo pochi minuti l’uomo con i tatuaggi fila via, ha l’espressione del viso imperturbabile. Sono cambiate molte cose in Italia, mi verrebbe da dirgli, dicono che sia un posto così ospitale quando decidi che sei solo in visita, e così alieno quando provi a farne parte. Così mi avvicino allo sportello, da sotto il vetro la donna mi passa un modulo da compilare. Ho il bambino in braccio, scrivo con l’altra mano facendo attenzione a non fare sbavature sul foglio di carta. Il modulo riguarda la richiesta di un documento di viaggio per mio figlio. Mio figlio ha tre mesi, il modulo pretende di conoscere quale sia il suo stato civile. Celibe, scrivo. Cosa mi sono perso anch’io in questi anni?, mi domando al fianco della piccola ombra che fa la sua testolina sul mio viso. Qui le domande non sono facili neppure nella diserzione di una mattina d’agosto. L’impiegata ci guarda con la bocca lievemente socchiusa con cui forse tenta di mistificare meglio l’eterna immagine di questa nostra antica, solitaria marcia verso l’idiozia suprema. Le restituisco il modulo ed esco. Nella sala d’aspetto sono arrivate altre persone. Tutte insieme mi guardano, come se volessero dirmi che qui bisogna vigilare. Vigilare affinché ci si possa permettere, tutti quanti, una bella vacanza ogni anno.

*

Carlos Nejar, PROLOGO

I nostri drammi quotidiani
non contano
nella milizia del giorni.

Uguali alle nubi,
le notti vanno e vengono
in un’arena o tubo.
E le contrarietà sono il nucleo.
Qualunque goccia
ci filtra.
Lo smarrimento
é la nostra identità.
La nostra cifra.

Tutto succede
a tutto
e noi, umani,
non ci succediamo.
Ci succedono.
E il sangue
è la calce
del sangue,
la sua provincia.

Attecchisce solo
ciò che concimiamo
con foglie d’abbandono.

Tavole di ribellione.
Tavole di dolore,
noi siamo.
Tavole, tavole
nell’universo impossibile.

Tutto succede
a tutto.
Senza vestigia.
Indocili,
il nostro amore riaffiora
fino agli astri.
Ed è squilibrio.

“Il tempo in cui si vive / non si delimita, è vergine / il tempo ci comprende / o subito ci ammazza”. Quando si parla di condizione umana e di mancanza di rispetto per l’individuo, quando si parla delle tenebre e del fuoco che arde sulla memoria di civiltà di un popolo, quando i quattro angoli della terra diventano lontani come lune e tutto ci appare assetato e morente, quando mi succede di pensare a tutte queste cose io penso ai versi di un grande poeta di Porto Alegre, Carlos Nejar. Sono giorni d’estate in Italia in cui la distrazione collettiva nasconde smottamenti e passaggi verso una deriva che è ancora poco meno di un incubo da cattiva sorte. Nejar in un’intervista disse: “Se si potesse sostituire il termine “patria” (che proviene da “pater familia”) con una parola più forte, userei “matria”: la mater familia ha un’importanza fondamentale”. Così stanno uccidendo la madre con la sete, e l’estate, si sa, è la stagione perfetta per i delitti senza colpevoli.

Carlos Nejar, POESIA DELLA DEVASTAZIONE

C’è una devastazione
nelle cose e negli esseri,
come se un vulcano
sollevasse le sopracciglia
e lì, su quella terra,
si posassero intere le
angosce, solitudini,
passate disperazioni
e tutta la condizione
di uomo senza soglia,
ventura così corta,
punizione estrema.

C’è una devastazione
nelle acque e negli esseri;
i pesci, con il loro vigore,
si sciolgono nell’ombelico
di questo vulcano di squame.

C’è una devastazione
nelle piante e negli esseri;
l’uomo ricurvo
con la palpebra sulle ginocchia.
La lava soffierà
mentre noi vivremo.

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