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Dunque, secondo il Papa l’educazione sessuale e civile impartita nelle scuole di alcuni paesi europei costituisce una minaccia alla libertà religiosa. Questo è quanto riferito da Benedetto XVI nel discorso d’inizio anno al corpo diplomatico. C’è qualcosa di fortemente inedito nelle parole del Papa, è la prima volta nella storia, credo, che un capo di Stato (in questo caso, il sovrano di uno stato monarchico, perché tale può essere considerata la Città del Vaticano) esprime senza mezzi termini un concetto secondo cui il buio dell’ignoranza in una determinata materia è funzionale all’esercizio di una pratica di governo, nello specifico il governo della fede e delle anime. Dice un antico precetto che un popolo che ignora è un popolo malleabile. Si tratta di una regola attuata a ogni latitudine del globo e in ogni epoca storica, tuttavia, mai si era sentita enunciata in maniera così programmatica e con tanto candore. Il Papa auspica, dunque, che gli esseri umani ignorino il funzionamento del loro corpo, o quantomeno di una parte di esso, quella preposta alla riproduzione della specie. All’inizio del secondo decennio del ventunesimo secolo, il corpo umano resta il grande Babau del Cattolicesimo.

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In certi pomeriggi della mia infanzia, quando Dio sembrava voler mandare sulla terra tutta l’acqua del mondo, io facevo un gioco sconcertante. Il mio gioco consisteva nell’allestimento di una piccola passione di Cristo. Mi servivo di due fucili giocattolo che usavo per approntare la croce, poi mi sdraiavo tendendo le braccia tese sull’asse orizzontale, e di tanto in tanto mi passavo un asciugamano sul viso, sulla bocca, sulle lacrime, simulando come un attore consumato le sofferenze estreme del sacrificio. Al cospetto di questo, ogni altro gioco mi sembrava superfluo e puerile. Il motivo per cui trovavo così attraente il gioco della croce era dovuto al fatto che fossi completamente sedotto dalla figura del crocifisso. Nessuno poteva capire fino in fondo la strana espressione che si componeva sul mio viso, il latrato che sussurrava la mia voce, come di un animale in gabbia lontano dal luogo di appartenenza. Il cattolicesimo mandato a memoria durante le ore infinite della mia infanzia era penetrato così a fondo dentro di me che il profilo del naso di Cristo, la forma del suo corpo, degli occhi, erano diventati gli oggetti di un desiderio mimetico al quale non era consentito opporsi. Se – come sostiene René Girard – l’uomo è ciò che è perché dal desiderio di imitazione viene tutto il meglio e il peggio dell’essere umano, allora potrei dire che io sono quel che sono perché da bambino ambivo all’essere di Gesù Cristo nell’ora del suo martirio. Con l’età adulta, come molti, ho scelto la via dell’ateismo, eppure non ho mai smesso di pensare alla sconvolgente bellezza di tutte quelle storie bibliche. A volte, ancora oggi, se non ci fosse il buonsenso a guidare le mie azioni, credo che potrei, per cinque minuti, distendere le braccia, lasciare che il mio viso ricada sul petto, socchiudere gli occhi e contemplare attraverso le ciglia l’orizzonte dal Golgota e le mura di Gerusalemme.

Succede in un mattino umido di aprile che uno straniero tra i più poveri e in solitudine concepisca di posare all’estremità di uno spartitraffico di città come un Redentore al rovescio. L’uomo in questione è sotto la luce psicotica dell’alba, il luogo prescelto è una rotonda che distribuisce il traffico delle automobili in entrata sulla strada consolare, lo spazio è misurato fra una periferia tra le più degradate di Roma e i piloni di una tangenziale, dove sovente alle sette del mattino capita di osservare eserciti di nuovi schiavi in attesa del caporale e di una paga giornaliera per il pane. Lo straniero in posa da Redentore – che magari si chiama Hashim, o Ahmed, o Jaffar – è uno di loro, ha l’aspetto di un pakistano sunnita convertito al cristianesimo, non ha moglie né figli, ha una madre di cui ha perso memoria, un amuleto con cui è partito un giorno di qualche anno fa da una città dell’Asia centrale. Lo intravedo con la coda dell’occhio mentre procedo lentamente nella coda del traffico regolando il volume della radio sulle notizie del mattino e spostando sul caldo la bocchetta di areazione. Hashim (ho deciso, in via del tutto arbitraria, che questo è il suo nome) è in piedi con gli occhi semichiusi, il viso contratto fra l’estasi e la tribolazione, i pantaloni sporchi di bivacchi e una camicia gialla piena di macchie e di rammendature, forse ha un paio di scarpe aperte e consumate, o forse è a piedi nudi, le mani sono giunte nel gesto della preghiera, le dita sono così serrate fra loro che sembra vogliano impugnare una corda immaginaria. Poi c’è questa luce, questo principio di sole color ruggine che gli cade sui capelli e sugli occhi, e questo giro di automobilisti indifferenti che gli turbinano intorno, ciascuno coi pensieri rivolti dalla propria parte. Faccio le mie buone considerazioni mentre rallento per osservare al meglio quest’uomo occupato in una preghiera fervida e disperata, che sembra concentrato nella richiesta di salvare il mondo piuttosto che la propria anima, che sconvolge e perturba l’idea che abbiamo di questa città cattolica in cui si guarda come un matto di strada un uomo che prega. E penso, penso che ogni giorno siamo più distanti, e che Hashim sia la visione immobile di una rivolta fra le più belle e angosciose che possa capitare di vedere alle sette del mattino.

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Muhammad Iqbal, LO ZEFIRO DEL MATTINO

Vengo dal vasto mare, dalle cime dei monti,
ma non conosco il luogo lontano dove sono nato.
Al triste uccello porto messaggi di Primavera,
in fondo al suo nido riverso gelsomini d’argento.
Rotolo sopra l’erba, e allo stelo del tulipano m’avvinghio,
e colori e profumi gli spremo nell’intimo seno;
e, a che non si pieghi a mie carezze il suo gambo,
soavissimo e lieve mi abbraccio al colle del fiore.
E quando il Poeta lamenta il dolore dell’Amica
alitando a fiotti, mi mescolo ai suoi melodiosi sospiri.

Il posto in cui parcheggio la macchina prima di entrare a lavoro è il piazzale di una chiesa di periferia. In genere la mattina arrivo molto presto, molto prima di quanto facciano tutti gli altri lavoratori di questa città, esclusi i fornai, gli edicolanti, i camerieri dei bar, i venditori nei mercati e i tassisti. Nel piazzale della chiesa c’è la statua di un santo del ventesimo secolo, uno dei più famosi e venerati nelle liturgie collettive del cattolicesimo moderno. Ogni mattina mentre sono impegnato nelle manovre del parcheggio incontro un ragazzo. È giovanissimo, cammina a testa bassa come se credesse che il mondo sia roba di poco interesse, le mani affondate nelle tasche di un giubbotto impermeabile in poliammide, una frangia insofferente di capelli che si ostina a coprirgli lo sguardo, un piccolo zaino eastpak azzurro che contiene forse i libri di scuola. Il ragazzo si infila tra i cancelli della chiesa, quando passa davanti alla mia macchina ho il modo di osservare i dettagli della sua espressione. È perennemente assorto, eppure sono convinto che senta il peso del mio sguardo su di lui, sa di essere osservato da uno sconosciuto, conosce perfettamente la natura dei pensieri dell’uomo che lo scruta, è al corrente del fatto che quell’uomo con gli occhi in ombra si sta domandando, come fa ogni mattina, quale sia la ragione profonda che lo spinge ogni giorno a spendere cinque minuti del proprio tempo per chinare la testa al cospetto di una statua di ferro esposta all’esterno di una chiesa e pregare, semplicemente pregare. L’uomo nella macchina fa le sue cose, raccoglie la borsa e il cappotto dai sedili posteriori, fruga nel cassetto del cruscotto per riporre il telecomando del cancello elettronico, si stringe al collo una sciarpa e scende con tutta calma, mentre il ragazzo è ancora lì. L’uomo pensa che a quell’età non si ha mai il coraggio di mostrare pubblicamente la propria devozione, che con i suoi compagni di scuola il ragazzo non ha mai ammesso quel suo piccolo pellegrinaggio quotidiano, che forse la sua fedeltà, la sua dedizione alla divinità, sia il segno di una tragedia familiare in corso, un padre ammalato o un fratello spedito a combattere una guerra in Asia centrale, o forse – più semplicemente – è quella cosa che gli uomini chiamano fede e che l’uomo nella macchina non ha mai posseduto se non per il tempo necessario a ricevere i principali sacramenti che ci somministrano in tenera età. Fatto sta che il ragazzo è sempre lì, immobile, con lo zaino che si è sfilato dalle spalle e che adesso è posato fra i suoi piedi. Ha le mani giunte e il cuore immerso nei misteri della devozione. E l’uomo gli passa accanto, e stavolta è lui a chinare lo sguardo per non mostrare tutta la sua pettegola curiosità. Confida che un giorno anche lui possa mettere il suo cuore a palpitare per una forma di amore indicibile, come l’amore che lega quel giovane uomo a un simulacro, all’effigie di un santo cattolico. Oggi le cose vanno così, ciascuno per la sua strada, ognuno per sé. Ma domani saranno entrambi di nuovo qua, il ragazzo con la sua fede e l’uomo ateo con gli occhi in ombra, semplicemente la somma di due silenzi.

Nel tempo in cui vivo è accaduto qualcosa di cui non si vede traccia in nessuna delle cosiddette democrazie occidentali moderne. La crisi del cattolicesimo ha lasciato campo aperto all’incalzare di un potere politico che si è dapprima propagato attraverso un consenso popolare basato sulla soddisfazione degli istinti e poi ha cercato la legittimazione ponendo una questione discriminatoria di fede. Così, credere o meno alla missione salvifica dell’uomo che incarna questo potere è diventato il crinale fra giusti e peccatori. Qualcuno obietterà che non c’è niente di nuovo in tutto questo, dopotutto le grandi religioni politiche sono state alla base dei più feroci sistemi totalitari del Novecento e il culto della personalità che ha caratterizzato i singoli capi, elevati allo status di “divino” e via via appellati come liberatori o salvatori del popolo, è stato di fatto lo strumento più efficace per il controllo delle masse. Il potere che governa da queste parti però è di un genere diverso. È un potere basato sull’ambizione, come il potere religioso promette ricompense a chi si sottomette e mostra a dito come amici del demonio tutti coloro che non lo fanno. E al contrario dei sistemi totalitari non cerca il consenso della Chiesa, né tenta di sottometterla. Semplicemente la supplisce, la svuota di ogni autorità, a tratti la ridicolizza e la schernisce fino ad annientarne ogni forza di persuasione. La sostituzione di Dio avvenuta in questo paese è passata attraverso l’edificazione di una personalità politica  che ha fatto leva su uno dei temi più forti nei casi di culto della persona, ossia il tema dell’immortalità. Il guru è diventato l’incarnazione di un essere immortale. Non a caso, lo sfoggio di una giovinezza eterna è stato fino ad oggi uno dei cardini sui quali questo potere ha basato la sua capacità di creare consenso. Assistiamo proprio in questi giorni all’ultimo passaggio nel percorso di deificazione del potere politico: il martirio. Il cosiddetto “martirio rosso”, come riportato in un’omelia irlandese del settimo secolo, consiste nel “sopportare la croce o la morte a causa di Cristo”. Questo genere di martirio in passato è stato considerato il vero battesimo, purificatore di ogni peccato, subendo il quale la santità era assicurata. Nel nostro caso fortunatamente non stiamo parlando di un caso di morte, ma di una piccola croce piovuta sulle spalle del “martire rosso” (definizione, a dire il vero, non priva di paradossi). Perfino il linguaggio si è immediatamente adeguato al nuovo status, “l’amore vince sempre sull’odio” si è sentito pronunciare in un dispaccio dal capezzale. Omnia vincit amor – “l’amore vince tutto” – (dalle Bucoliche di Virgilio) è proprio un passaggio citato da Papa Benedetto XVI  nella prima lettera enciclica dal titolo Deus caritas est pubblicata nel 2006. Ma questo, forse, è solo un pensar male.

Quand’è successo che ho perduto la fede? In quale giorno di quale anno, e in quale ora di quel giorno? In quale pensiero più atroce degli altri, davanti a quale piatto freddo di minestra, o a seguito di quale evento di radicale importanza? Quando? Ecco, io confesso che non ricordo e che non so. Ero un ragazzino timorato di Dio, imbevuto fin dentro le ossa di quel cattolicesimo da borgata mandato a memoria nei vari catechismi, negli asili e nelle scuole, recitavo preghiere ogni sera e mi appassionavo alle vicende dei vangeli come a un romanzo d’avventure, e poi, davanti al crocifisso, restavo in ossequio come uno scultore in adorazione della forma perfetta, contemplando l’idea del sacrificio umano come l’aspirazione più grande a cui ogni uomo dovrebbe tendere. Poi, d’un tratto, il dubbio. E dopo il dubbio la vita vera, e con essa gli sterchi e le immondizie degli uomini, e la certezza che in tutto quello non poteva esserci l’opera del Dio che mi avevano fatto conoscere. E quindi l’impressione di essere stato raggirato, frodato, ingannato per anni, irretito e plagiato da un esercito di congiurati che miravano solamente alla mia cieca obbedienza. Questo dunque era la fede. Un imbroglio orchestrato ad arte da una combriccola di suore e di maestre, di preti e di zie. E poi l’orgoglio sdegnoso di chi ha in tasca, finalmente, la verità, di chi la sa lunga, di chi ha le prove dell’inesistenza di Dio. Ma anche sulla mia presunzione è calato presto un dubbio. Un dubbio vagamente agnostico. Se non altro ho smesso presto di avere fede nell’ateismo, fede nel non avere fede. Così, nel più favorevole dei casi, mi sono ritrovato intorno ai trent’anni con due certezze sepolte nel fondo del mio cuore: la certezza dello scettico che non crede in Dio e la certezza di chi non ha certezze e sospende il giudizio perché in ogni caso intorno a Dio, ai suoi simboli e alle storie bibliche, ci ha costruito un universo di suggestioni imprescindibili. Ho scelto una poesia di Adélia Prado a chiusura di questo brano. La Prado un giorno ha detto: “La gente non comprende l’arte. La gente non capisce la fede. La fede è diretta al sentimento, alla sensibilità. Non è necessario inventare niente, niente, niente”. Per questo credo che, tutto sommato, per chi lavora di arte e di scrittura, lasciare aperto uno spiraglio, in fin dei conti, costi come sbirciare ogni tanto in un libro qualsiasi, per rubare un aggettivo, o al massimo per scovare una ragionevole via d’uscita.

Adélia Prado, FEDE

Una volta, dalla finestra, vide un uomo
che stava per morire
mangiando purea di banana.
La linea del suo mento era ormai di frontiera,
ma lui non lo sapeva, o forse sì?
Come posso saperlo?
Mangiava, trovando che era buono,
offrendomelo con naturalezza, tuttavia
inaspettatamente chiese
(o lo chiese abitualmente come altre volte?):
come sarà la resurrezione della carne?
È come già sappiamo, gli rispose:
tutto è come qui, ma senza le cattiverie.
– Che mistero profondo! disse
e altro disse, grazie a Dio,
posando il piatto.

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