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Due sere fa a cena si parlava di scrittori per scrittori e di scrittori per lettori, ossia di autori che nelle loro opere sembrano rivolgersi ad altri scrittori e che all’istinto antepongono la tecnica e il controllo, e di autori dominati invece da una natura generosa e profondamente affabulatoria. Eravamo più o meno d’accordo sull’esistenza delle due categorie (con tutte le sfumature del caso), non eravamo affatto d’accordo sui nomi da ascrivere a ciascuna categoria. Per esempio c’è stata una divergenza sul nome di Calvino che, per quanto mi riguarda, è uno scrittore per scrittori, ma che altri annoveravano nella seconda categoria, mentre eravamo più o meno concordi su Proust, Joyce e Svevo come campioni degli scrittori per scrittori. Allora ho cercato di chiarire meglio il concetto facendo un esempio tratto dalla storia dell’arte, e ho sostenuto che Mondrian è pittore per pittori mentre Van Gogh è pittore per tutti. Ho anche provato a dire che la questione principale non è tanto la ricerca, ossia il peso che un determinato autore attribuisce allo studio e alla sperimentazione, quanto il pubblico dei lettori a cui, consciamente o inconsciamente, si rivolge. A quel punto però è stato necessario chiarire che il pubblico dei lettori non rimane uguale a se stesso, ma muta col passare delle epoche, così la società dei lettori al tempo di Proust non è paragonabile alla società dei lettori americani degli anni Novanta con cui si confrontava David Foster Wallace all’uscita di Infinite Jest, né alla società vittoriana al tempo in cui Dickens faceva uscire Oliver Twist a puntate su Bentley’s Miscellany. La questione dunque va affrontata da una prospettiva simmetrica ma è tuttavia irrisolvibile, e come altre questioni dello stesso genere resta un puro gioco speculativo che riguarda uno dei più interessanti misteri della letteratura: il lettore ideale, la singola persona ipotetica che ciascun autore ha in testa quando vive l’istante più segreto e appartato della sua vita artistica, quando scrive.

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La donna è lì che aspetta ogni mattina davanti alle vetrate degli uffici provinciali. Ha gli occhi tondi e piccoli, perennemente sorpresi, il volto appuntito come quello di un ragazzino di dodici anni di prima della guerra, con due chiazze rosse in prossimità degli zigomi, e il nero che le raspa le guance al punto che non ti meraviglieresti se ti dicessero che lei è la piccola carbonaia di un racconto di Dickens. Addosso ha strati su strati di lane e di scialli recuperati chissà dove, una corona di buste intorno alle gambe, un minuscolo carrello della spesa carico di cianfrusaglie. Si sposta con tutte le sue cose come un’isola nella deriva dei continenti, riconosce tutti i luoghi anonimi e insignificanti che la gente normale non considera mai, il muretto sul quale si siede quando viene alto il sole, il triste porticato di cemento sotto cui si ripara dalla pioggia, il grosso platano abitato da nugoli di storni rumorosi, lo spartitraffico pieno di escrementi di cane, la transenna stradale bianca e rossa che delimita il marciapiede in prossimità del semaforo. Lei intrattiene lunghe conversazioni con il freddo, con il buio, con la pioggia, con lo smog, con gli angeli e con le stelle, ogni tanto il suo tono di voce si fa alto, fuori dal minimo malinteso lascia intendere che non è disposta a colloquiare con nessuno, nonostante la sua bocca minuta e rossa sembri sempre disponibile al sorriso. La cosa che immancabilmente non manca di stupirmi di lei è la pazienza. La pazienza sembra un ordine imperioso a cui risponde con naturalezza, è un ruolo che le calza a pennello, è sempre lì da qualche parte che aspetta, qualcosa o qualcuno, o forse semplicemente che finisca il giorno. Alla catastrofe della sua mente ha opposto la sopportazione del tempo. Poco importa che io le dedichi meno di uno sguardo al giorno, che ogni tanto la osservi smangiucchiare una crosta di pane e poi dividere le briciole secche con gli uccelli del quartiere. Anche in questo territorio muto, fatto di poche sillabe, qualche volta è possibile assorbire un’esistenza, una vita in caduta libera, tra le più semplici, tra le più composte che io conosca.

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Jack Hirschman, INTERLUDIO UMANO

Lei stava appoggiata
al muro vicino
all’Hotel Tevere con in mano
un biccchiere di plastica
quando iniziò a piovere.

Ho cercato una moneta, le sono
andato vicino
e l’ho fatta cadere nel bicchiere.
Cadde sul fondo
di un’aranciata.

Sono arrossito, ho guardato
i suoi occhi devastati e la pelle
e i capelli diventati prematuramente
grigi, e ho detto che
mi dispiaceva, che avevo pensato
avesse bisogno di soldi.
“Ne ho bisogno”, rispose
e sorrise “Stavo
solo bevendo
qualcosa”.

E restammo così
a ridere assieme
mentre guardavamo le gocce di pioggia cadere
sul lago d’arancia
sopra la moneta che affondava.

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