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Ieri, all’una e venticinque, sotto un sole acuto e rovente, guardavo la strada. È la strada di un quartiere di periferia di Roma, un posto malfamato, dove si incrociano quotidianamente impiegati e piccoli criminali, dove tutto sembra provvisorio, i pochi negozi senza vetrine, le serrande di un mercato spaventoso, l’edicola, il cancello della chiesa. I cani randagi scorrazzavano in un parcheggio per macchine in disuso, una donna anziana passeggiava in cerca di ombra tra le panchine sfondate di un minuscolo parco tappezzato di vecchi preservativi. C’era un bambino che aspettava qualcuno in una macchina parcheggiata all’ombra di un albero. I suoi occhi tristi e persi sembravano fatti di niente. La strada fiancheggia il perimetro degli studi cinematografici di Cinecittà. Oltre i recinti si intravedono i pali che sorroggono la parte posteriore di vecchie scenografie. Questa parte di mondo, in un certo senso, è il dietro le quinte dei sogni. (Quando guarderai il prossimo film ricordati di cosa c’è dietro quei fondali di cartone. Ricordati di quel bambino e di quei cani, ricordati della donna che cerca l’ombra e del ragazzo di borgata che bestemmia ad alta voce per un ritardo della sua ragazza). Così ieri, all’una e venticinque, accanto a me è passato un signore. Si è fermato per un secondo. Ci siamo scambiati un’occhiata e nello stesso momento abbiamo entrambi annuito. C’è un’unità profonda della razza umana davanti al dolore, e io l’ho capito solo ieri, mentre guardavo la strada.

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