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Cammino dietro di lui, sotto la prima luce flebile del giorno. È un uomo corpulento, con un vecchio abito da cerimonia, lercio e rattoppato. Porta a spasso un cane di taglia piccola, uno sbilenco barboncino bianco che sembra perdere continuamente il riferimento del guinzaglio. Trascina i piedi dentro un paio di orrende scarpe color fegato. Fa qualcosa che non si immagina a quest’ora del mattino, guarda le vetrine dei negozi ancora chiusi, sbircia nel buio con le mani a conca. Gli passo accanto e mi sorride. È un sorriso da psicotico, come quello di un bambino appena sorpreso a spiare dal buco della serratura. Ha gli occhi appannati e gentili, ingabbiati dentro una grossa faccia sporca di cenere, occhi che dimostrano una sensibilità purificata, e una corazza molto spessa per proteggersi dalle batoste della vita. Mi fermo a fare considerazioni prive di senso. Mi domando chi fosse sua madre, quali aspettative avesse per lui il giorno che lo mise al mondo. Dispongo le cose in un budello di tempo vecchio, visto che gli devo camminare affianco lentamente, equilibrandomi sul marciapiede della strada dissestata. Ha l’aspetto di un mimo, allora faccio in modo che sua madre fosse la trapezista di un circo, una ragazza inglese che una sera d’estate del ’59 fece perdere la testa a un domatore balcanico di pappagalli. E faccio in modo che la trapezista, dopo aver dato la bella notizia alla famiglia lontano nell’East Sussex, fosse fuggita dal circo con il fagotto nella pancia e i primi accenni della malattia mentale che l’avrebbe resa una triste vagabonda per il resto dei suoi giorni, e ai colleghi di lavoro che aspettavano il suo ritorno con impazienza per nuovi spettacoli circensi non lasciò nient’altro che le lacrime d’amore del povero domatore. Sarà per questo che l’uomo guarda nel buio dei negozi ancora chiusi, forse cerca la voce di sua madre che risuona da molti secoli nella sua testa, la cerca nelle stanze dei vivi, e comincia a singhiozzare fissando questi giardini di furie che fra un paio d’ore si popoleranno di gente sana, pulita e sfarzosamente indifferente.

Un tempo, un’estate in cui avevo pochi anni, nella piccola periferia in cui vivevo arrivò il circo. E poiché non credo che, data la pochezza della mia età, prima di allora avessi già avuto modo di conoscere il circo, i miei decisero di accompagnarmi al primo spettacolo della sera. E così uscimmo in pompa magna, nonostante le tempie salate di sudore, il caldo serale, l’odore dei gelati e quello dell’olio contro le zanzare. Mio padre comprò i biglietti da un tizio vestito da pagliaccio e ci infilammo sotto il tendone azzurro prendendo posto sulle tribune di legno. Mio padre mi comprò anche lo zucchero filato che leccai in silenzio e col cuore in subbuglio per l’emozione. C’era una pace sorda che regnava intorno a noi, io sedevo fra i miei genitori con le ginocchia che si toccavano, le gambine storte e la maglietta a righe, mi sentivo in una conca di privilegio, come un’ape nel ventre vellutato di una rosa. Da quello che ricordo fu una delle ultime volte in cui provai qualcosa di simile giacendo fra le ali della mia famiglia così riunita. Immersi com’eravamo nell’odore della segatura, rapiti dallo scintillio dei trapezi e dalla bellezza delle acrobate che si aggiravano in costume durante i preparativi per lo spettacolo, nessuno di noi tre si accorse del tempo che passava. E così, quando ci rendemmo conto che si era fatto tardi e che oltre a noi non c’era nessun altro sulle tribune, mi sentii come un ospite affamato al cospetto di una tavola imbandita a cui manca il proprio posto. Un inserviente ci avvisò che potevamo farci rimborsare i biglietti o utilizzarli per lo spettacolo dell’indomani, ma mio padre preferì farsi ridare i soldi. Uscimmo sotto un universo di stelle torride e risalimmo in macchina. Io vedevo soltanto il sentiero fra l’acquitrino e la distesa di terra sulla quale si innalzava il tendone del circo. Ora so che quella sera, un momento prima della sua dissoluzione, alla mia famiglia non fu data un’ultima occasione di concordia, un raggio conclusivo di felicità.

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William Pitt Root, RISVEGLIARSI CON LA COMETA

Tu eri accanto a me
Tu eri la montagna
che ostruiva per metà
un cielo pieno di stelle.
Io ero piccolo
nella profondità della tua ombra,
mentre osservavo acqua nera
e barche scintillanti.
Ciascuno sedeva
su coperte nell’erba,
e mangiava e beveva
chiacchierava e aspettava.
Io giocavo, poi mi addormentai
finché la tua mano mi scosse.
Mi svegliai in mezzo ad estranei
tutti fissavano in su.
In alto, lassù
fievole, tra i sussurri,
fluttuò una figura
con lunghi capelli lucenti.
Tu la chiamasti per nome.
Ognuno la guardava.
Ed io guardavo te e la mamma,
il modo in cui splendevano le vostre guance.
Una volta nella vita, dicesti,
soave come il respiro
rivolgendoti a nessuno.
Vi amavo entrambi allora.
Vidi mamma, piangente,
il modo in cui la sua mano brillava
attraverso l’oscurità verso
il fantasma della tua mano.
Adesso sono cresciuto.
Tu sei tornato alla terra.
Io ho la mia bambina
e la cometa che vedemmo
sta intraprendendo il viaggio di ritorno
da una distanza molto più profonda
di quanto avrei potuto immaginare
da ragazzo nella rugiada che si posa.

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