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Archivi tag: civiltà dei consumi

Sono andato a visitare una fattoria didattica insieme alla classe della scuola materna che frequenta mio figlio. Mentre ai bambini spiegavano come si fa la vendemmia, a noi adulti ci hanno portato nel museo della civiltà contadina. Il museo della civiltà contadina era composto da tre stanze. Nella prima stanza c’era un giogo e un aratro, l’uomo che faceva da guida ha voluto che due di noi, un uomo e una donna, mettessero la testa sotto il giogo e facessero la parte dei buoi. La guida ha voluto che a recitare la parte dei buoi fossero un uomo e una donna, perché così poteva spiegare meglio che la parola coniuge deriva dal latino jugum, che vuol dire giogo. Ha detto che il matrimonio è un giogo che unisce due bovini. Ha detto pure che i bovini, grazie al giogo, cioè al matrimonio, vanno nella stessa direzione. E ha concluso la sua impavida metafora dicendo che i bovini, cioè i coniugi, insieme dissodano un campo e lo rendono fertile. Nella seconda stanza c’era la riproduzione di una cucina contadina. La guida ha detto che negli anni Cinquanta lo Stato forniva le case coloniche di un forno, un lavandino di pietra e una dispensa. Quel tipo di forno, quel lavandino e quella dispensa, sono presenti nei miei ricordi d’infanzia; quel tipo di forno, quel lavandino e quella dispensa li ho visti tanti anni fa nella casa di campagna di qualche mia zia. E mi è sembrato strano che fossero esposti in un museo. Così ho pensato alle facce di quelli che fra cinquant’anni pagheranno un biglietto per visitare un museo dedicato alla civiltà dei consumi, alla guida che dice ai visitatori che la gente vissuta all’epoca della civiltà dei consumi comprava mobili Ikea.

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L’8 giugno esce un libro. L’autore sono io, l’editore è Laurana e la prefazione è di Marco Rovelli. Il titolo è 10 modi per imparare a essere poveri ma felici. Si tratta di un saggio che riparte da una domanda che mi sono posto tempo fa osservando i nuovi fenomeni di povertà che sempre più, complice la crisi economica, umana e sociale che stiamo vivendo, stanno dilagando in questo paese. La domanda era questa: saremo ancora capaci di essere poveri? La premessa alla domanda consisteva nell’osservare come la povertà sia mutata rispetto al passato, quando i poveri erano un elemento visibile della società italiana, e il vivere in povertà sviluppava ancora risorse come la creatività e la cultura. Mentre oggi chi vive in condizioni di ristrettezze economiche tende a nascondersi, a dissimulare i segni della povertà. Questo è un passo tratto dal libro: “Non esiste una sola povertà, esistono molte povertà. Negli ultimi tempi, alle prese come siamo con la peggior crisi finanziaria dal secondo dopoguerra, la gamma delle povertà, se possibile, è diventata ancor più vasta. Hanno così fatto la loro comparsa inediti gradi e sfumature di povertà, fenomeni fin qui ignorati dalla storia. Categorie come i padri separati che sempre più affollano le mense di beneficenza e che a volte sono ridotti a vivere in automobile. O come gli anziani che all’interno dei supermercati vengono sorpresi a mangiucchiare di nascosto un frutto appena arraffato. Sono persone che incontriamo abitualmente per la strada, nei negozi, con le quali condividiamo uffici e viaggi in metropolitana, che di norma non saremmo neppure portati a considerare povere. Sono altresì individui inadeguati a destreggiarsi in una condizione che presumibilmente risulterà loro inconsueta, perché magari hanno passato la loro vita, fin qui, in una discreta agiatezza, cullati dall’illusione di un benessere che avevano creduto eterno, allevati nella sicurezza di un mezzo secolo ininterrotto di pace e prosperità. In poche parole, nuovi poveri incapaci di essere e vivere come tali”. Detto questo, aggiungo che nelle 144 pagine del libro si parla anche di quando la povertà incrocia gioventù e precariato, immigrazione e clandestinità, politica ed economia, letteratura e religione, ma soprattutto di come sia necessario, e non più rimandabile, trovare nuove forme di benessere liberate dalla schiavitù dei bisogni indotti e dalla tirannia del consumismo.

Andrea Pomella
10 modi per imparare a essere poveri ma felici
pp. 144, euro 11,90
prefazione di Marco Rovelli
Editore: Laurana. Collana: Dieci!
data di uscita: 8 giugno 2012
 

In fondo al cuore dell’uomo contemporaneo c’è la musica stonata di un centro commerciale. Così ieri pomeriggio, mentre mi affrettavo a fare il mio consueto giro dei tre negozi in cui ogni volta credo di poter trovare la mia piccola libertà, ho dato uno sguardo a volo d’uccello alla varia umanità che sostava lungo gli immensi corridoi raffreddati ad aria condizionata, sulle scale mobili e nei pressi delle vetrine brillanti dei negozi. Tra improvvisi laghi di silenzio e schiamazzi di bambini sfuggiti al controllo dei loro genitori mi sono accorto che improvvisamente era venuto a mancare qualcosa. La musica di sottofondo era cessata. Dal quadro dei comandi del gran Dio che regola gli stati d’animo in un luogo extraterreno come il centro commerciale dovevano aver dimenticato di programmare la messa in onda. Improvvisamente mi rendevo conto di come quell’insulso melange di canzoni insignificanti, buone solamente per armare l’arco dei tuoi desideri e istigarti all’acquisto di generi di nessuna necessità, fosse un elemento sostanziale in quel caotico microcosmo. Il vuoto che si avvertiva nell’aria era palpabile. Ma più di tutto era interessante osservare gli sguardi spauriti delle persone che ruotavano le orbite da una parte all’altra come se si sentissero perduti, o come se avessero l’atroce sospetto che qualcuno avesse cosparso l’aria di un gas venefico e che in pochi minuti ogni forma di vita nel centro commerciale sarebbe stata cancellata. Così, come in un senso d’altura gelido e violento, tutto è rimasto in sospeso, le cassiere hanno smesso di battere scontrini, gli addetti alle pulizie hanno incrociato le braccia, il conducente del trenino per bambini che fa il giro del centro commerciale ha tirato il freno in prossimità della prima stazione, perfino la signora grassa intenta a provare in camerino un vestito di due taglie più stretto ha per un momento desistito dall’insano proposito di sfidare le leggi di conservazione della massa. Il silenzio improvviso in luogo della musica aveva di fatto congelato il mondo. Mi sono seduto in un angolino dove c’era odore di calce e di cartoni, come un idiota di città che se la ride alla scomparsa del sole, in quella specie di abisso ho per un momento riconosciuto la fine della civiltà dei consumi. Poi la musica è tornata, come un raggio di sole che risplende dopo un temporale, la piccola cittadella dello shopping ha ripreso a respirare, i carrelli hanno ricominciato a scorrere lungo le corsie, il trenino ha sbuffato la sua sirena, la signora grassa nel camerino è andata fino in fondo al suo insano proposito e tutti sono stati ben contenti di rimuovere in cuor loro quel sottile senso di colpa. Tutti hanno avuto una dannata fretta di dimenticare.

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