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Sono un appassionato di opere minori. Non so se sia un bene o un male, è una cosa che va così. Non sono il tipo che va matto per i cosiddetti capolavori. O se li apprezzo, li apprezzo come un atto dovuto, senza troppi salamelecchi, riconoscendone la grandezza punto e basta. In un cosiddetto capolavoro ci trovo sempre un’unità di misura che non mi incanta. Preferisco le vie secondarie, le opere preparatorie – più che Guernica, mi piacciono gli studi per Guernica – o quelle che sono compiute in sé ma che nell’opera omnia d’un artista restano in secondo piano, sullo sfondo, annidate nell’ombra. Di tutti i grandi romanzi scritti da Cormac McCarthy, per esempio, il mio preferito è il piccolo Sunset Limited. Ammiro Simenon, uno che ha scritto una valanga di romanzi minori, tutti di gaudiosa qualità, senza tuttavia aver prodotto un vero e proprio capolavoro. Di Kerouac, che è il mio mito letterario di gioventù, ho amato senza fine Tristessa, uno struggente libriccino che narra dell’amore per una ragazza di Città del Messico distrutta dalla droga e dalla vita miserabile. Di Henry Miller non Tropico del Cancro, ma Primavera nera. E così via. Credo che la grandezza di un artista si intuisca meglio nel piccolo, quando sembra giocare col proprio talento. Avrei voluto incontrare Coppi a passeggio sulla ciclabile una domenica mattina, o osservare Maradona mentre scherza con la palla in allenamento. Avrei voluto vedere Muhammad Ali, appena sveglio, acchiappare al volo una mosca.

Uscito ieri su ilfattoquotidiano.it (qui)

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“Quando era bambino si chiedeva come fosse possibile che i genitori fossero vissuti durante la seconda guerra mondiale; tra qualche anno i suoi figli gli avrebbero chiesto se era davvero esistito il ventesimo secolo”.

In un anno imprecisato di un futuro non troppo futuro una donna viene colpita da un ictus ed entra in coma. Il marito, un venditore di sistemi di depurazione dell’acqua domestica, si ritrova a vivere l’incubo di una diagnosi incerta, l’incombenza di mandare avanti il resto della famiglia (due figli di tredici e sette anni), l’orrore di vivere in un tempo in cui i gatti del quartiere spariscono per motivi che nessuno sa, e la sorpresa di scoprire che sua moglie, prima di scomparire nel buco nero della malattia, lo tradiva regolarmente con uno sconosciuto. Un amore clandestino, quest’ultimo, fatto di scatti pornografici privati, di mostruose confidenze, di incontri, amplessi e dichiarazioni d’amore definitive. Prove che vengono a galla per via del ritrovamento fortuito di un cellulare e che mettono il protagonista con le spalle al muro, inchiodandolo a un gigantesco dilemma morale, ora che la moglie non è altro che un corpo emaciato e inerme, ora che è un recipiente umano svuotato di funzioni.

Paolo Zardi racconta questa storia in XXI secolo, di prossima pubblicazione per Neo Edizioni e già candidato al Premio Strega 2015. Un romanzo che assomiglia a un cupo presagio, che sembra scritto sotto l’influsso di Cormac McCarthy, una drammatica ricognizione sulla realtà d’inizio secolo.

Zardi immagina uno sviluppo della crisi attuale, la proietta da qui a qualche anno, lascia sgocciolare pagina dopo pagina le forme orrende che assume la società occidentale schiacciata dal crollo, il male che avviluppa non solo l’economia, ma i valori fondanti di un’intera civiltà. Lo fa attraverso una descrizione calibratissima, che non eccede mai e che qualche volta fa ricorso all’ironia (“Era un problema nazionale, quello dei culi enormi. Nemmeno la crisi era riuscita a smussare quei trofei del passato benessere – non ancora”). Lo fa usando la figura retorica dell’allegoria, affidando il senso riposto e allusivo dell’intero romanzo a una donna ridotta allo stato di vegetale.

A differenza dell’ex studente Dai Wei, protagonista di uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale di inizio secolo, Pechino è in coma, del cinese Ma Jian (Feltrinelli, traduzione di Katia Bagnoli), il quale, colpito alla testa da un proiettile e costretto in un letto da oltre dieci anni, ripercorre nella propria mente la storia delle proteste di Piazza Tiananmen – la donna in coma di Paolo Zardi non è altro che pura effigie, è priva di ogni mandato narrativo, attraversa il racconto dall’inizio alla fine come una presenza assente. Rappresenta un mistero vivente che costringe un uomo spossato e già vinto dalla cupezza dei tempi – suo marito – a rimettersi in discussione, ad affrontare un viaggio, a imporsi di condurre una macchinosa indagine per scovare il senso del loro rapporto e a fare i conti con quelle verità invisibili e inimmaginabili che ristagnano nei coni d’ombra di un matrimonio. A raggiungere infine conclusioni che non sono scontate:

“Amarla era stato facile; e anche l’odio degli ultimi mesi era un impasto fatto con ingredienti naturali. Sarebbe stato bello continuare a odiarla, sarebbe stato comodo, ma ora il sentimento che lo legava a lei stava cambiando contenuto, composizione, forma. Ed era qualcosa che riguardava solo loro”.

James Berger in After the End: Representations of post-apocalypse ha scritto:

“Nella fase finale del ventesimo secolo abbiamo avuto l’opportunità, prima accessibile solo attraverso la teologia o la finzione narrativa, di vedere oltre la fine della nostra civiltà, di scorgere, in una strana sorta di retrospettiva prospettica, come si presenterebbe la fine: come un campo di sterminio nazista, o un’esplosione atomica, o una wasteland ecologica o urbana. E se siamo stati in grado di vedere queste cose è solo perché esse sono già accadute”.

Leggendo il libro di Paolo Zardi si ha la stessa macabra impressione. XXI secolo non è un semplice romanzo; è una narrazione che va oltre il proprio canone, è uno spazio ben disposto e ricolmo di significati sulla crisi degli anni Duemila, è una paramnesia collettiva.

Quella degli ebook non è una questione che mi appassiona più di tanto. Nonostante sull’argomento abbia già scritto in altri luoghi diversi da questo, scatenando animate discussioni e feroci putiferi, come se stessimo parlando dall’esistenza di Dio, la querelle rimane tuttavia, per quanto mi riguarda, di scarso interesse. Ci torno su per un dato semplice ed essenziale, perché da qualche tempo anch’io sono entrato nella schiera dei felici possessori di un ebook-reader, e ho così potuto fare esperienza della lettura di un libro elettronico (immagino già che fra qualche anno l’uso di questo termine suonerà terribilmente obsoleto, un po’ come ciclomotore). I libri che ho letto in questo formato in realtà sono due, uno di Kenaz e l’altro di McCarthy. Confesso che leggere un romanzo su un dispositivo elettronico non è stato poi così traumatico come dicono i paladini del cartaceo. Il godimento che ho tratto dalla lettura è lo stesso di un qualsiasi altro libro, voglio dire, i racconti che ho letto hanno prodotto in me una traccia di memoria autonoma, legata al contenuto del testo e svincolata dalle ingerenze del supporto. Il limite vero, semmai, è il catalogo dei libri disponibili in formato elettronico, quello sì ancora davvero scarso. Questione di tempo, certamente. Nel frattempo ho scoperto un argomento decisivo a favore degli ebook. Mi domando come faranno, in un futuro prossimo, quegli imbecilli che propongono il rogo dei libri a costruire pire letterarie con quella sostanza così aleatoria e inconsistente denominata file.

Corteggiavo Sunset Limited di Cormac McCarthy dal 2006, l’anno della sua uscita, lo stesso per intenderci de La strada. Guardavo quel libriccino scarno, un pugno di pagine scandite da quella litania, Bianco, Nero, Bianco, Nero, e non mi decidevo mai a comprarlo. E dire che ho una specie di venerazione per la prosa di McCarthy, però succede, che si lambisca un amore possibile, che non scocchi la scintilla nonostante l’attrazione, succede per qualche misteriosa ragione. Quello che so è che le letture sono percorsi, itinerari, i libri che facciamo susseguire sono legati da un senso, e noi non possiamo tradire la direzione, la strada che abbiamo intrapreso. Ciò che è capitato di recente è che Sunset Limited è finito precisamente nella mia direzione, in una lista ben precisa di opere di cui nutrirmi. O più semplicemente, è capitato che io avessi bisogno di lui. Non stiamo parlando di un romanzo, intendiamoci, diremmo piuttosto il testo di un’opera teatrale. O forse invece si tratta proprio di un romanzo (in forma drammatica, come ha precisato lo stesso McCarthy), un poderoso, dominante romanzo dostoevskijano. Un tavolo, l’interno di una casa popolare, e, appunto, un bianco e un nero. E un dialogo fiume sul senso della vita e della morte. Il Nero è un redento, cui una mattina capita di dover salvare uno sconosciuto, un professore, ossia il Bianco, dalle rotaie del Sunset Limited, sotto cui stava per gettarsi per porre fine alla sua vita. In mezzo ai due, sul tavolo, un libro. Una Bibbia. Il resto è vertigine pura, speculazione filosofica, religione, Dio, libero arbitrio. Splendido e sconvolgente, come poche cose.

L’ultimo dell’anno è un giorno molto letterario. Voglio dire, si presta bene alla logica dell’invenzione letteraria. Ma stamattina, mentre venivo in ufficio pensavo, hai mai provato a immaginare tutti gli autori del mondo chiusi fra le quattro mura delle loro stanze e concentrati sull’idea della creazione? Hai mai provato a immaginare di guardarli tutti, come un uccello che plana di notte davanti alla facciata di un condominio e sbircia nei riquadri illuminati delle finestre, fino a comprendere in uno sguardo solo tutti quei momenti di solitudine perfetta e beata? Ringrazio Dio che esistano i libri e chi li scrive, ringrazio Dio che esistano i buoni e i cattivi autori, sì, lo ringrazio anche dei cattivi autori, senza di essi infatti non sapremmo apprezzare la maestria dei buoni. Ho tre libri sul comodino in questi giorni, i loro autori si chiamano Tabucchi, McCann e McCarthy. Sono un italiano, un irlandese e un americano, li conoscono tutti, perché appartengono alla categoria dei buoni autori (c’è questo di bello nel mondo, che i cattivi autori, a differenza dei buoni, non li conosce nessuno, o forse no, forse non è del tutto vero nemmeno questo). Ci sono stati giorni in cui quei tre libri erano ancora idee vaghe nella mente dei loro inventori, poi forse sono diventati appunti sparsi su un’agenda, su un file di Word, poi vere e proprie pagine, i libri vengono alla fine di tutto, dopo tutto, per noi che abbiamo bisogno di essere nutriti di storie e di idee, di mantenerci in forze. Dunque, trasmigrerò da un anno all’altro leggendo le storie di questi tre, cercando di comportarmi al meglio, di fare bene il mio mestiere di lettore. Pace e salute a tutti.

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