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Ieri, mentre correvo, pensavo alla forma dell’anima, la forma fisica che può assumere l’anima, sebbene io non sia completamente convinto che esista un’anima, sono più convinto che la cosa che noi umani chiamiamo “anima” sia in realtà una somma di processi elettrici governata dal nostro sistema nervoso centrale, e quindi pensavo che la forma di questa somma di processi elettrici governata dal sistema nervoso centrale – che qui, per essere brevi, chiameremo “anima” – sia una specie di spettacolo con le bolle di sapone giganti. Read More

Tutte le volte che vado a correre nel parco incontro un uomo basso e paffuto, vestito solo con un paio di pantaloncini corti e due vecchie superga inadatte a qualsiasi attività sportiva. Lui ha una caratteristica singolare: corre all’indietro, come un lento gambero grasso. Si chiama “retrorunning”, ed è una tecnica di corsa che ha una qualche utilità salutistica, ma temo che l’uomo in questione la utilizzi semplicemente per lesinare sulla fatica. Così, quando faccio il giro del lago, mi capita spesso di incrociare la sua schiena che arriva di corsa dalla direzione opposta alla mia. Corre con la testa girata di tre quarti, per evitare gli ostacoli e non perdere di vista il sentiero. La ragione per cui ha adottato questo strano stile di corsa, suppongo, è per tenere d’occhio un inseguitore immaginario. Lo sanno tutti infatti che si corre per sfuggire a qualcosa. Lui però ha bisogno di vedere da cosa. Eccolo dunque tutto trafelato, con la lingua penzoloni, fissare senza battere ciglio l’orlo scuro del sentiero. La gente lo guarda e ride, lui ricambia con bonarietà. Una volta a una signora che portava a spasso il cane ha cercato di spiegare che quello è l’unico modo a lui congeniale per combattere l’obesità. La signora però non si è presa la briga di fargli capire che quei goffi saltelli all’indietro sono totalmente inefficaci. L’altro giorno c’erano tre ragazzi napoletani. Uno a un certo punto gli ha urlato: “Così non ti sciupi, ti inchiatti!”.

La corsa è un lungo movimento incantatorio, l’uomo che corre si rintana nella corsa e non ha più paura dei lupi di città. È questa la ragione fondamentale per cui corro. E spesso, correndo, mi imbatto negli uomini e nelle loro situazioni. Qualche mattina fa, per esempio, mentre filavo lungo la pista ciclabile che si incunea nella piana del fiume, tra campi nomadi e sporting club, a un certo punto mi sono fermato per tirare il fiato e ho subito notato un uomo fermo al lato della pista, il bagliore dei suoi capelli bianchi sotto il sole che brillava tra i ciuffi di vegetazione selvatica, i suoi occhi pesanti cerchiati di rughe. Era un pastore e il suo gregge si perdeva nella spianata sottostante, nei pressi della curva di un ippodromo. Il pastore fissava le mie scarpe,  i suoi occhi assomigliavano a due lune azzurre e vuote. L’ho osservato di rimando, dalla testa ai piedi. Non aveva le scarpe. I suoi piedi erano avvolti in un paio di infasciature lorde dalle quali spuntavano le punte delle unghie ritorte e nere. Alle sue spalle, lontano, scintillavano come sillabe di diamanti le punte dei palazzi di città. Per un istante ho creduto a uno scherzo cosmico. Quest’uomo proveniva dall’altro estremo dei secoli.

La strada è costruita su un terrapieno, una lunga striscia di asfalto soleggiato che accompagna le anse del fiume in direzione della periferia nord della città. La corsa è come sempre un’occasione per osservare le cose del mondo. Da queste parti è tutto un fiorire di circoli sportivi, campi di pallone in erba sintetica, tennis e piscine, qualche bel laghetto artificiale contornato da panchine e attrezzi per il fitness. C’è nell’aria un silenzio così puro che sembra cospargersi sulla terra insieme alla luce del sole. I polmoni in affanno e qualche piccolo dolore alle caviglie mi consigliano di rallentare l’andatura. Così mi soffermo a guardare una partita di pallone. Le squadre sono composte da due gruppi distinti di allegri cinquantenni con le tempie grigie e le belle maglie in poliestere tese sui ventri rotondi e sporgenti. Nella goffagine dei loro movimenti mi ricordano una nidiata di pulcini che rincorrono a passettini sbilenchi il becco della chioccia. Eppure, nonostante gli evidenti limiti fisici, questi uomini esibiscono un’ostinazione febbrile, si dannano l’anima incalzandosi l’un l’altro sul perfetto prato all’inglese. I loro suv neri tirati a lucido sono ben custoditi nel parcheggio attiguo al campo, c’è un asiatico piccolo di statura e con un paio di occhiali scuri da sole che fa la ronda dal cancello all’ingresso degli spogliatoi. Tutto contribuisce a dare un senso di efficienza e di affidabilità che serve ad elargire, a questi ricchi dilettanti, l’ebbrezza di una domenica mattina da professionisti del pallone. Continuo a correre alla mia andatura ridotta, venti metri più avanti la scena cambia. Il greto fangoso del fiume si apre su un pianoro largo circa cinquanta metri e invaso di erbacce e nugoli di insetti. Le rovine di un’infinità di elettrodomestici abbandonati e i resti di qualche barcone naufragato brillano sotto i raggi del sole primaverile. Da quelle parti si gioca un’altra partita, contrapposta e speculare a quella dei ricchi cinquantenni al circolo sportivo. Tre ragazzini rom, due maschi e una femmina, rincorrono i resti di un pallone ridotto ormai alla sola copertura in lattice sventrata. I tre si azzuffano come gattini, scivolano continuamente nel fango, si rialzano inzaccherati e riprendono a correre. La loro energia è cosa ben diversa, è un vigore naturale che chiede soltanto di essere rappresentato, nella loro corsa non c’è finzione. Quando la loro partita sarà finita non avranno spogliatoi e docce calde, sala massaggi e costosi aperitivi, al massimo si toglieranno il fango di dosso con l’acqua del fiume. Man mano che mi allontano correndo lungo la mia strada percepisco le loro grida come una musica interrotta; le voci delle più colossali ingiustizie, come si sa, si perdono nel vento.

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E quante volte può un uomo volgere il capo
e fingere di non vedere?
La risposta, amico mio, soffia nel vento,
la risposta soffia nel vento.

(Bob Dylan, BLOWIN’ IN THE WIND)

Il cane corre e respira con aria naturale ravvicinando alla bocca l’orizzonte di Roma. La sua corsa è un flusso di tenerezza. Il suo padrone – cieco negli occhi ma vedente per ciò che concerne le infinite possibilità di salvezza degli uomini – indossa il pettorale riservato ai partecipanti alla maratona, la sua azione di corridore è fluida, la vita afferrata come luce ha trovato sostituzione in questo dialogo di aria e voce. Il cane, un labrador dal pelo giallo, è l’unico partecipante di razza animale in questa gara podistica riservata agli esseri umani, ammesso per diritto e per talento (perché sulle sue spalle grava la notte come un vecchio falco dalle iridi spente). Lui sa come scortare gli uomini che hanno perduto il bene degli occhi, lui sa che la sua bava che brilla agli angoli dei denti ha un significato speciale nell’aria azzurra di questa domenica speciale. E così, immerso in questo stormo di uomini che corrono ansimando per una quantità preistorica di chilometri, il cane obbedisce in silenzio, obbedisce alle prescrizioni del dovere ignorando ogni istinto di natura, gli odori succulenti che gli raggiungono l’olfatto, gli impulsi fisiologici e il richiamo del sonno, il desiderio che gli è negato di poltrire magari sotto una panchina, o nel lago d’ombra che chiazza la terra alle radici di un platano. Il tempo e l’addestramento gli hanno spianato il carattere, ora nella sua pazienza taciturna è riposta la fiducia di quest’uomo che gli corre alla coda e che senza di lui sarebbe perso nel mondo vasto e rischioso di città. Ma sì, il cane pensa che in fin dei conti valga la pena di sfinirsi in questa follia di chilometri, volteggiando come una foglia nel vento, correndo all’infinito come se inseguisse una traccia inafferrabile e inestimabile. Lui non avrà sogni come il padrone, ma ha più prosaici occhi, e vista, sguardo e percezione, e conosce come sono fatte le ali degli uccelli e di che colore è questo fiume sporco che si inabissa sotto i ponti, e le sue lacrime sono limpide, e non nere come le lacrime del padrone. Perciò corre, nel battimani generale che accoglie il suo passaggio, quale che sia il chilometro, il primo come l’ultimo, corre, e il suo padrone sempre dietro, come un’ombra ingrandita, come una scia, come un aquilone.

Nel pomeriggio di ieri ho corso lungo le strade bagnate di pioggia. Ho guardato le macchine coi finestrini gocciolanti e le ruote posate contro i bordi dei marciapiedi, le case silenziose coi giardini disabitati, l’alfabeto muto dei segnali stradali, e col trascorrere dei chilometri che scandivano la mia corsa mi sono immaginato in decine di corpi diversi dal mio. Ho vagheggiato di possedere le zampe di un leone, per esempio, o le ali di un passero, o la pinna caudale di un pesce marino, ho immaginato di sorvolare la traiettoria delle auto come una piccola raffica di vento, di schivare le crepe dell’asfalto come un raggio di luce. Tra i torrenti di silenzio che allagavano la mia mente ho recitato il mantra della pace, mi sono chiesto mille volte e in mille pensieri da dove arrivi lo squillo di energia che mi conduce per il mondo, la luce che sento accendersi nei muscoli e nelle vene, la fiamma calda che mi mantiene vivo. Su tante domande filosofiche a cui non so dare risposta ho lasciato cadere la nebbia del sogno, quel bacio ottenebrante che chiude i pensieri del corridore quando la fatica si accumula nella testa e nelle gambe, il mal bianco che ci isola dal mondo e dalla strada. Poi sono tornato a casa, ho camminato, ho respirato, ho osservato il cielo coperto e nero di pioggia ma che preservava qua e là squarci d’azzurro, il cielo che come dice Darwish “cammina nudo e abita tra la gente”. Per un momento ho desiderato di essere da un’altra parte del mondo, lontano dal mio corpo e dalla mia vita, essere su una strada infinita nel buio di un continente sperduto, dove sentire nitidamente i miei passi allontanarsi nella notte, dove sentire la smisuratezza del tempo, le trasparenze degli anni, e sorridere di una pace inconfessabile.

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Mahmoud Darwish, A DAMASCO

A Damasco, so chi sono io in mezzo al traffico
una luna splendente in una mano di donna mi conduce… a me.
Mi conduce una pietra purificata nelle lacrime del gelsomino
poi dorme. Mi conduce la Barada povera nube
spezzata. La poesia cavalleresca conduce a me:
lì alla fine del lungo tunnel uno come me assediato
dalla sua ferita accenderà un cero, così lo vedrai
scrollare le tenebre dal suo mantello. Mi conduce il mirto
che ha sciolto le trecce sui morti e scaldato il marmo.
“Qui la morte è amore addormentato” conducono a me
i poeti, udriti o libertini,
sufi o blasfemi: se sei
diverso conoscerai te stesso, allora sii diverso, troverai
parole trasparenti sui fiori del mandorlo, e il celeste
ti farà recitare la pace. Io sono io a Damasco,
non un mio simile, non il mio fantasma. Io e il mio domani
mano nella mano, volteggiamo in ali d’uccello.
A Damasco cammino nel sonno, dormo camminando
abbracciato a una gazzella. Non vi è differenza
tra il suo giorno e la sua notte
se non per le colombe. Li c’è la terra
del sogno, alta, ma il cielo cammina nudo
e abita tra la gente di Damasco…

Spesso vado a correre in un posto che un tempo ospitava un manicomio. In quel posto c’è un grande parco alberato e innumerevoli percorsi che si intersecano fra padiglioni e filari di pini. Un paio di mesi fa, in autunno, mentre correvo ho visto un uomo dietro un cavalletto che a sua volta supportava una grossa macchina fotografica per uso professionale. L’uomo e il cavalletto erano al centro di un grande spiazzo completamente ricoperto di foglie morte. Le foglie avevano il caratteristico colore autunnale. Tra i rami dei pini filtrava di sbieco la luce del sole che riverberava sul tappeto di foglie color ruggine. Così, l’uomo e il cavalletto, immersi in quella luce calda e acida, sembravano a loro volta sospesi in una fotografia, e precisamente in un’antica stampa all’albumina virata in seppia. Non sapevo niente di lui, né se la fotografia fosse il suo mestiere, o come è più probabile l’hobby necessario a impegnare un pomeriggio di un giorno feriale, so solo che si profondeva con grande impegno nell’impresa di fotografare quel tappeto di foglie, o forse la bella facciata del padiglione a due piani in stile liberty che dominava lo spazio aperto. Non sembrava avere alcuna fretta, non come me che avevo da rispettare la mia personale tabella di marcia di 5 e 40 al chilometro. Tuttavia, il tratto di strada che dovevo percorrere circondava esattamente lo spiazzo che l’uomo col cavalletto aveva scelto per scattare le sue foto. Così avevo a disposizione qualche secondo, forse perfino mezzo minuto, per osservare la scena e fare le mie valutazioni. L’uomo era senz’altro giovane, venticinque, forse trent’anni al massimo, ma c’era in lui un modo di gestire il tempo che trovavo quantomeno sospetto. Poteva essere che fosse il rampollo di una ricca famiglia con ascendenze nobiliari abituato a non fare economia del tempo, o forse uno straniero in vacanza a Roma che si era ritagliato un pomeriggio per dedicarsi al suo hobby preferito, ma in questo caso forse non avrebbe scelto un posto come quello, così fuori mano rispetto alle rotte romane del turismo. La risposta era dietro l’angolo. Hospice, lessi svoltando l’ultima curva prima che il mio tragitto deviasse verso la parte bassa del parco. Centro di cure palliative per malati in fase terminale. C’è una relazione che prescinde dall’esperienza fra l’inventore di storie e i suoi personaggi. Esiste un destino macabro anche nel territorio dell’immaginazione. Così se io avessi deciso diversamente per l’uomo col cavalletto probabilmente sarebbe stata una menzogna. La verità è che anche quando inventiamo una storia accade che ci imbattiamo in una fatalità che non avevamo previsto ma alla quale non c’è modo di opporsi. In quella parola hospice erano elencate una ad una le ragioni del giovane fotografo, del suo strano modo di amministrare il tempo, del suo aspetto e perfino – immagino – del colore delle foglie autunnali, così intenso e magnifico, ma che serba in sé, irrimediabilmente, la cifra indelebile della morte.

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Mehmet Yashin, I PICCOLI BACI

Tutto dovrebbe essere poesia. A costo di morire! Deve esserci amore, o non giochi.
E la vita dovrebbe essere forte come la morte. Come se poesia e amore
fossero una sola cosa… Dovresti diventare tutt’uno con tutto.
Un pendolo oscilla nel vuoto dell’esistenza,
colpendo a volte picchi di montagna e altre le onde del mare.

Mentre la tua forza di trattenere il respiro si indebolisce dovresti salire in superficie
così da riaffondare nello stesso gioco dopo aver inspirato una volta.

Bello ma hey nessuno è obbligato a darti il bacio della vita
Dunque è tua colpa e tua solamente essere uno strano giocatore
con ali come il vento che è capace di vivere fra acqua e fuoco.

Questo è quello che dici anche se desideri che quelli da cui ti fai leggere
vedano la poesia che deponi come melograni ai loro piedi…
Tuttavia i lettori davvero si dilettano nei ghirigori della poesia
e ti stampano addosso un bacio per amore di quei bei dettagli, qualche volta.
Tu collezioni i piccoli baci

sperando che si trasformino in uno lungo e grande. [Ma che ti aspetti da un bacio]

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