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C’è volgarità in questo tempo che viviamo. Immagino che l’abbiano detto in tanti riferendosi al loro tempo, e che lo diranno ancora in molti negli anni e nelle epoche a venire. Ogni uomo di buon gusto e con un po’ di sale in zucca avrà trovato qualcosa di volgare nei tempi che ha vissuto, questo perché la volgarità è la malattia dell’uomo. Eppure io sento che in questa epoca precisa, in questo momento della storia del mondo e in special modo d’Italia, la volgarità sia un fattore determinante, un elemento che costituisce il tessuto stesso di questo tempo, la matrice profonda che ne condiziona ogni giudizio. Il fango e la molestia di cui parlo sono ad esempio ben esemplificati da vicende quotidiane di pubblico dominio che hanno a che fare un po’ con la politica, un po’ con il costume degli italiani, un po’ sostanzialmente con fattori di vera e propria criminalità sociale. Ho sentito dire per esempio che in un paesino nel bresciano, sindaco e assessori della Lega hanno lanciato l’operazione “White Christmas”. Obiettivo ripulire la cittadina dagli extracomunitari entro le festività natalizie. Giudicare semplicemente volgare una notizia del genere, mi rendo conto, è riduttivo. Ben altri sarebbero gli aggettivi che meritano i promotori di questa iniziativa. Di mille cose si potrebbe parlare, di razzismo, di intolleranza, di discriminazione, di fanatismo, tuttavia, fra tutte queste cose, c’è un collante preciso, un adesivo che rende possibile la compresenza di tante scelleratezze in un colpo solo. È la mancanza di vergogna. Già, perché la condizione principale per la volgarità è che non ci sia alcun sentimento di vergogna, nessuna forma di disagio, nessun imbarazzo. Ecco, credo sia questo. L’Italia da troppo tempo è senza freni, ha perduto la capacità di provare vergogna delle proprie pulsioni, è un campo aperto in cui gli istinti peggiori trovano libero sfogo. Riandare sui libri di storia allora sarebbe un esercizio utile per comprendere quanto, in tutto questo, ci possa essere di estremamente pericoloso. Ma temo che anche i libri di storia, ultimamente, abbiano poca vergogna.

Costantino Kavafis, QUANTO PIÚ PUOI

Farla non puoi, la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto piú puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.

Non la svilire a furia di recarla
cosí sovente in giro, e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che divenga una straniera uggiosa.

Se dovessi convertire un libro in un altro oggetto comune che gli assomigli, proverei a mutarlo in una finestra. La sostanza segreta degli oggetti è un mistero affascinante, e un libro e una finestra hanno fra loro infinite similitudini. Ogni finestra aperta, come un libro, contiene una storia illustrata. In quella che ho io davanti, per esempio, accade che un cane sagace e malizioso si appresti a leccare il cibo nella scodella di un altro cane, suo compagno, e subito venga sgridato dalla padrona che appare d’un tratto con fare minaccioso. Tuttavia, la sua natura di cane non lo aiuta di certo a comprendere il carattere del reato che ha commesso (appropriazione indebita, si dice; ma che volete che ne sappia lui?). Così, non appena la padrona rientra in casa, lui – astuto e impunito – ecco che di nuovo si avvicina alla scodella e finisce il lavoro che aveva iniziato poco prima, con buona pace dell’altro cane, legittimo proprietario del pasto, ma che, ahimè, poltrisce su una brandina lì di lato, sprofondato in un turpe sonno. Ecco, questa è una piccola storia illustrata senza alcun valore che accade in una finestra, una qualsiasi, che solo incidentalmente coincide con la finestra di casa mia. Ma ognuno può leggerne a centinaia di storie così, può farlo semplicemente alzando l’avvolgibile, o spalancando la persiana. Al contrario, per scrivere un libro, occorre fare come diceva Flaubert: “Bisogna chiudere porte e finestre, chiudersi in se stessi, come ricci, accendere un gran fuoco nel camino, perché fa freddo, ed evocare nel cuore una grande idea”. Non so se Dio abbia acceso un fuoco nel camino il giorno che si è messo in testa di creare il mondo, e non so nemmeno se ci guarda mentre ci rubiamo l’un l’altro gli ossi nel piatto. Mi chiedo se magari non abbia sul viso la mia stessa indolenza e il sorriso pacificato che ho oggi, e se anche lui ci osservi proprio da una finestra, cercandoci dentro, a tutti i costi – chissà – un’altra piccola storia illustrata senza valore.

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Costantino Kavafis, LE FINESTRE
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In queste buie stanze dove passo
giornate soffocanti, io brancolo
in cerca di finestre. Una se ne aprisse,
a mia consolazione. Ma non ci sono finestre
o sarò io che non le so trovare.
Meglio così, forse. Può darsi
che la luce mi porti altro tormento.
E poi chissà quante mai cose nuove ci rivelerebbero.
 
 
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