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In un cubo di Rubik nuovo di fabbrica, ogni faccia ha tutti i quadrati dello stesso colore. Cioè, il cubo di Rubik lo vendono (non so se lo vendono ancora) già risolto, poi sta a chi lo compra mescolare le facce e tentare di riportarlo allo stato originale. Ma la difficoltà di risolvere il cubo di Rubik è leggendaria. Così, nel mondo, solo una percentuale dello zero-virgola-zero-zero-qualcosa di cubi di Rubik ha avuto la fortuna di ritornare almeno una volta allo stato originale. Fare questo, tornare allo stato originale delle cose, è una fatica improba che riesce solo in una percentuale di zero-virgola-zero-zero-qualcosa di volte.

Se dico a qualcuno: “Non mi sento tanto bene, mi sa che mi è venuta l’influenza”, ci sarà un’altissima probabilità che quel qualcuno risponda con una parola lapidaria preceduta dall’interiezione eh: “Eh… Gira”. L’influenza, per il linguaggio comune, prima di ogni altra cosa, è qualcosa che gira.

Il posto dove lavoro è un cubo con in mezzo un buco quadrato. Se immaginate un cubo con in mezzo un buco quadrato potete anche immaginare che ogni piano (i piani sono tre) è composto da quattro lunghi corridoi. Ora io, ultimamente, quando penso al posto dove lavoro, lo penso come un cubo di Rubik. In un posto del genere è facile perdere l’orientamento. Io, dopo un po’ di anni che lavoro qui, l’orientamento non lo perdo più, però incontro ogni giorno della gente che mi chiede dov’è l’uscita. “Scusi, dov’è l’uscita?” mi chiedono. E io rivolgo la domanda a me stesso, e penso a quella cosa del cubo di Rubik, e la risposta che mi do è che la soluzione esiste, ma è difficile.

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