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Ho aperto il frigo alle sei del mattino e c’era dentro una testa di cavolfiore, per un momento ho pensato che fosse un cervello bianco. L’associazione di idee è stata repentina, il pomeriggio del giorno prima avevo letto la prefazione a Il re pallido di David Foster Wallace, in cui l’editor Michael Pietsch dice in sostanza che, mettere le mani nel materiale caotico ritrovato nella cantina-rifugio in cui DFW scriveva, è stato un po’ come assistere in diretta ai meccanismi di funzionamento del suo cervello. Da qui (ulteriore collegamento) ho immaginato che in fondo la letteratura non è altro che questo: ficcare il naso nel cervello di qualcun altro, scoprirne le comunicazioni sinaptiche, smascherarne gli automatismi. Perciò, ho concluso, spalancare il frigo alle sei del mattino e ritrovarsi al cospetto di una testa bianca di cavolfiore è un po’ come fare l’allegoria di quell’atto straordinario che è la lettura di un romanzo.

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Qualche giorno fa, parlando di David Foster Wallace, a un certo punto una persona, con aria contrita, mi fa: “Ma perché si è ucciso?”. Me lo domanda come se io avessi in serbo per lui la verità sul suicidio di uno dei più importanti scrittori degli ultimi vent’anni. “Immagino perché stava molto male” è l’unica cosa che riesco a ribattere. Nella mia risposta forse c’è la verità, forse no. In realtà avrei dovuto rispondergli invitandolo alla lettura di Una cosa divertente che non farò mai più, il più comico, stralunato, angoscioso, farsesco reportage letterario moderno, la cronaca umoristica di una settimana di crociera ai Caraibi, commissionata a Wallace dalla rivista Harper’s, in cui il genio di Ithaca, attraverso l’osservazione della fenomenologia dell’industria delle crociere extra-lusso, arriva a toccare il cuore marcio dell’America. Non ho letto tutto di Wallace, ma ho letto abbastanza, e forse tra le cose che ha scritto in vita non c’è niente, più di questo, in cui dietro le parole compare l’uomo DFW, l’uomo in carne e ossa e pensieri, al di là degli artifici, oltre le finzioni e le simulazioni letterarie. Un uomo, o forse sarebbe meglio dire un ragazzo, incuriosito dalle cose, a tratti inerme, si direbbe sprovveduto, che prova a tastare con mano le contraddittorie beatitudini dell’uomo contemporaneo (“Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato ‘Mister’ in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide”). Dunque perché si è ucciso David Foster Wallace? Non c’è una risposta e non può esserci. C’è questo libro però, che ognuno dovrebbe leggere, per capire che forse ad impiccarsi, prima di lui, è stata l’intera civiltà capitalistica occidentale.

Onestamente, di cosa dovrebbe parlare la letteratura? Ieri pomeriggio rileggevo alcune cose di David Foster Wallace, immerso com’ero in un pomeriggio radioso e saturo di pensieri, cose che avevano a che fare con la missione degli scrittori nel mondo, il senso della letteratura e la connessione della narrativa con le arti dello spettacolo. E mentre leggevo, appuntavo mentalmente alcuni concetti che trovavo rigorosamente interessanti. Frasi come questa: “Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni”. Non c’è niente di male che un incosciente con ambizioni di scrittore come me si interroghi sulle questioni che attengono alla materia di cui dovrebbe occuparsi la letteratura oggi. Anni fa rimasi scettico davanti a un articolo di Mauro Covacich in cui si sosteneva che gli scrittori italiani, secondo lui, avrebbero dovuto parlare di più dei fatti del loro tempo, cosa con la quale in linea di principio potevo essere anche d’accordo, se non fosse che per “fatti” in quell’articolo si intendeva “fatti di cronaca”, come il caso di Unabomber (di cui tra l’altro Covacich si è largamente occupato). La piega che ha preso la letteratura italiana contemporanea nell’ultimo decennio, va detto, è perfettamente nel solco di quegli auspici di Covacich. I fatti della cronaca d’Italia, presenti e passati, hanno preso il sopravvento sulle pure storie d’invenzione, in particolare la cronaca nera che, si sa, esercita da sempre un discreto fascino sulla fantasia dei lettori. Ma quello che penso io è che filtrare storie di cronaca che appartengono già di per sé all’immaginario collettivo di una comunità nazionale non significa, banalmente, raccontare il proprio tempo. Sappiamo molto di più dell’ascesa della media borghesia nella Francia del diciannovesimo secolo attraverso un personaggio d’invenzione come Madame Bovary che dalle cronache scandalistiche del tempo. Per questo credo che la letteratura odierna nel parlare della nostra epoca non dovrebbe tralasciare di guardare agli esseri umani che affollano la storia ogni giorno, quelli che apparentemente non serbano tracce di bellezza, quelli di cui non si occupano i giornali e le Tv, quella gente a volte chiassosa a volte silenziosa che siede alle nostre tavole, guarda il nostro sole tramontare, ascolta lo stesso ronzio di autobus.

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