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Quel che è giusto va detto. Il post di Grillo sulla società senza lavoro è la cosa più all’avanguardia prodotta dalla politica degli ultimi anni in tema di lavoro e di diritti. In sostanza Grillo scrive che viviamo in un’epoca di inedita floridezza, “abbiamo una capacità produttiva che è di gran lunga superiore alle nostre necessità”, e ancora “siamo condizionati dall’idea che ‘tutti devono guadagnarsi da vivere’, tutti devono essere impegnati in una sorta di fatica perché devono giustificare il loro diritto di esistere”. Grillo riprende, senza citarle, le idee di David Graeber (consiglio caldamente la lettura di un articolo di qualche anno fa, Il secolo del lavoro inutile) il quale a sua volta asseriva che esiste un sempre più ampio strato di persone che vengono pagate per non fare nulla. “La classe dirigente”, scriveva Graeber, “si è resa conto che una popolazione felice, produttiva e con del tempo libero a disposizione è un pericolo mortale (pensate a quel che è cominciato a succedere quando negli anni sessanta ci si è avvicinati a una vaga approssimazione di questa cosa). E d’altra parte, l’idea che il lavoro sia un valore morale in sé, e che chiunque non desideri sottomettersi a un’intensa disciplina lavorativa per la maggior parte delle sue ore di veglia non meriti niente, torna straordinariamente comoda a molti”. Grillo, cercando sponde teoriche a sostegno del reddito di cittadinanza, approda a una visione del lavoro arguta, anticipatrice, sensata, che certifica qualcosa di cui sono assolutamente convinto: non è in crisi il pensiero di sinistra; è in crisi chi, a sinistra, è chiamato a convertire quel pensiero in fatti politici. Una frase come quella con cui Grillo chiude il suo post – “Una società evoluta è quella che permette agli individui di svilupparsi in modo libero, generando al tempo stesso il proprio sviluppo. Per fare ciò si deve garantire a tutti lo stesso livello di partenza: un reddito, per diritto di nascita. Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato” – dovrebbe mettere in imbarazzo le classi dirigenti dei principali partiti comunisti, progressisti, riformisti, che si sono susseguite negli ultimi trent’anni. Qui, secondo me, c’è un serio spunto da cui partire per la madre di tutte le sedute di autocoscienza della sinistra presente e prossima ventura.

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Una recensione de “La stanza” di Jonas Karlsson uscita ieri su ilfattoquotidiano.it, qui.

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C’è un modo facile di interpretare La stanza, romanzo di Jonas Karlsson pubblicato in Italia da Isbn (traduzione di Alessandro Bassini), ed è il modo di chi lo legge come la storia di un impiegato paranoico che cerca una salvezza impossibile dall’alienazione a cui è condannato. E c’è un modo più sottile, di chi invece vi intravede una parabola sulla profonda perversione di quello che l’antropologo statunitense David Graeber, in un articolo ripreso in Italia da Internazionale, ha definito il “secolo del lavoro stupido”, ossia l’epoca in cui la maggior parte delle persone impiega il proprio tempo a lavorare su compiti che non hanno alcuna utilità sociale, lavori dei quali la collettività potrebbe tranquillamente fare a meno, o che potrebbero essere svolti in minor tempo garantendo agli individui una maggiore libertà.

Personalmente preferisco la seconda lettura. La stanza in effetti è un romanzo che aggiorna l’aggettivo “kafkiano” riposizionandolo all’interno della vita da ufficio. Bjorn, il protagonista e voce narrante, scopre una stanza in perfetto ordine, pulita e ben sistemata, accanto all’open space in cui lavora. Quella stanza è l’unico punto dell’ufficio in cui riesce a ritrovare se stesso. Solo che la stanza non esiste, e quando Bjorn è convinto di trovarsi al suo interno in realtà è fermo davanti a una parete del corridoio, con gli occhi fissi al nulla, e con i colleghi che lo scrutano preoccupati per la sua sanità mentale.

Bjorn è un uomo che ha oltrepassato un limite, ma che fatica ad accorgersene, sente di avere il pieno controllo di sé, lavora per periodi di cinquantacinque minuti intervallati da pause di cinque al solo scopo di temprare il proprio carattere, si ritiene migliore degli altri, pensa che presto diventerà il capo dell’ufficio, non di rado si lancia in invettive nei confronti dei suoi colleghi (“Le persone grette non vedono il mondo per quello che è. Lo vedono soltanto come vogliono loro. Non vedono le sfumature. Le piccole cose che fanno la differenza. […] Non scoprono gli errori perché sono troppo pigri per lasciarsi scuotere dal loro tran tran quotidiano”).

Il risultato è un terribile affresco su un crollo progressivo, uno specchio sul tempo che dedichiamo alle attività vuote a cui siamo obbligati dal sistema economico e sociale in cui viviamo, sulla nostra infelicità, su quella che David Graeber definisce “una cicatrice sulla nostra coscienza collettiva”.

Sono abbastanza convinto – e questa sembra anche la tesi che sottostà al racconto di Karlsson – che fra cent’anni, riguardando a quest’epoca, diranno di noi che eravamo quelli che lavoravano quaranta ore a settimana, che spendevano intere esistenze in professioni di cui verosimilmente non capivano l’effettiva ricaduta sulla società, una forma subdola di neo-schiavismo di cui addirittura ci si rallegrava, perché l’alternativa era il non-lavoro, che nel sistema dominante equivaleva alla non-vita.

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