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Qualche volta la sera è così dolce e accogliente, ti avvolge di rumori minimi, ovattati, che stanno quasi al confine col silenzio. Ho aperto la finestra e ho lasciato che il traffico di Roma nord sorvolasse come uno stormo di cicogne a pochi metri da terra, il sapore del caldo estivo, il sapore dei balconi con i vasi di gerani annaffiati diligentemente, scrupolosamente, il sapore dell’acqua che scende dagli scolatoi. Ho un libro fra le mani, lo leggo con scrupolo perché ho promesso di scriverci una recensione. Un aereo solca il cielo nero, sbatte le sue ali infiammate che lampeggiano al ritmo di un metronomo. La Tv è accesa senza volume, una frammentazione di immagini che sfuma nella mia retina. Il libro è bello, è scritto in una lingua elegante, nonostante ciò lo poso sul divano, prendo mio figlio in braccio e mi fermo sulla soglia del balcone. Le finestre del palazzo di fronte sono tutte spente, un’ora fa lungo il Tevere era tutto un fiorire di aperitivi, io ci sono passato in mezzo come un annegato, l’assortimento di umanità era di un sapore inspiegabile. Le sere d’estate sono tutte uguali, anche la gente d’estate è tutta uguale. Aspiro il profumo dalle tempie di mio figlio, lui se ne sta lì con la sua bocca nascosta nella mia spalla e gli occhi caldi e interessati a tutto. Lontano passano i cani, sguazzano tra i resti della cena, scendono verso il fiume, nella boscaglia fitta dei quartieri, vanno a mordere i desideri della gente, attirati dai falò, dalla tenerezza della sera. Questa notte cadrà il sole dall’altra parte del mondo e io sognerò che il sepolcro di Cristo è a Roma. E poi sentirò il sonno fluire nelle palpebre, e sarà fra tutte la cosa più semplice che per oggi ho saputo desiderare.

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Dominique Grandmont, da IL ROVESCIO DELLA SCRITTURA

Quanto alla sera negli occhi
magnifica così bassa
foglie e gesti fumi
un cane sotto i portici
l’autobus in curva
non sono le parole che
cerco all’esterno di
tutto l’acqua che si acceca
tra i pioppi gli ultimi
tralicci sottolineati restano
una idea nuova alla fine come questo
silenzio al più forte di un rumore

Tutte le sere, da qualche tempo a questa parte, faccio un gioco. In cosa consiste la natura di questo gioco lo spiegheranno i versi che seguono. Qualcuno che non sono io mi ascolta, qualcun altro che coincide con me nella misura dei pensieri e del sangue, muove le mani per parlare. Così le dita smuovono le parole in una forma di comunicazione che fino a qualche mese fa ritenevo impensabile. Da questo gioco si ottiene un bagliore, una fiamma sotto pelle che scalda più del sole. Questa conversazione muta fra le mie mani e un altro mondo genera sillabe di diamante che forse esisterebbero solo in sogno se la nostra vita non fosse così piena di sorprese e talvolta di meraviglie. Io che avrei dato – come dice Dominique Grandmont in una sua poesia – “la vita per questo sogno l’oceano / per memoria e io questo mattino io / me ne vado con gli stessi / alberi davanti agli occhi”.

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LA MIGRAZIONE DEI PESCI

Così la sera apro gli occhi di fronte al suo mistero
e ogni curva del suo ventre si anima
come la pelle del mare quando passa
la migrazione dei pesci.
E nascosto nel mio sguardo contemplo
la qualità che la natura le ha concesso
di accogliere in sé costellazioni
e ascolto il mormorio di ali
mentre accarezzo con le dita il colombino
che lei porta nel grembo,
poi spengo la luce e sorreggo i muri
con la pazienza di un titano.

 

 

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