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Sono uscito oggi per la prima volta dopo tre giorni di reclusione forzata. Ho ritrovato le cose nello stesso punto in cui le avevo lasciate. Seppure è un fatto innegabile che al di sopra di tutti noi non c’è ordine, ma caos, a volte trovo che il processo di civilizzazione umana abbia saputo dare una disciplina a questo caos. Perché è fuori di dubbio che ogni giorno di questa mia vita, io, uscendo di casa, troverò la piccola piazza in cui vivo, il giardinetto comunale dove i cani fanno i loro bisogni, il chiosco del fruttivendolo e la strada trafficata di macchine a qualsiasi ora del giorno, il portiere fermo sulla soglia del portone che guarda i passanti e saluta con un gesto svagato della mano, la fila di macchine parcheggiate lungo il marciapiede e le vetrine dei negozi in cui si rispecchia il piccolo tratto di cielo che qui è concesso. Tutte queste cose esistono ed esisteranno per sempre, perché appartengono al presente, e come tali sono imperiture. C’è una poesia di Dylan Thomas dal titolo Il colle delle felci che dice: “Ora io giovane e semplice sotto i rami del melo / presso la casa sonora e felice come l’erba era verde, / la notte sulla vallata radiosa di stelle, / il tempo mi faceva esultare”. Ho sempre pensato che il segreto del tempo sia la distruzione della solitudine. E quando non si riesce a parlare col proprio tempo si estingue ogni forma umana. Per questo le cose che ritroviamo ogni giorno, come dice Dylan Thomas, dovrebbero farci esultare.

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