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Questa è una mia recensione al libro di Nathan Englander “Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” (Einaudi) pubblicata ieri su ilfattoquotidiano.it (qui il link all’articolo originale).

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Negli ultimi dieci anni della mia vita ho letto molta letteratura ebraica contemporanea, abbastanza da aver capito cosa riescono a fare loro di tanto stupefacente che non riescono a fare tutti gli altri (per “altri” intendo gli autori non ebrei). A loro ogni volta riesce un incantesimo prodigioso, gli basta mettere in scena due personaggi apparentemente banali, farli interagire, e questi si ergono immediatamente a simboli della storia millenaria di un popolo. Faccio un esempio: tra gli otto racconti che formano la raccolta Scene dalla vita di un villaggio (Feltrinelli) di Amos Oz, un libro uscito un paio d’anni fa, ce n’è uno che racconta la storia di un certo Pesach Kedem, un bisbetico ottantaseienne ex deputato laburista che vive con la figlia insegnante e che ogni notte sente un rumore di scavi proveniente dalle fondamenta della casa. L’uomo pensa che sia colpa dello studente arabo che lui e sua figlia ospitano in una casupola poco distante; forse – sospetta il vecchio Pesach – lo studente in quel modo cerca di reclamare il possesso della terra.

Ecco, ho ritrovato la stessa capacità di unire in un legame allegorico lo scorrere regolare della quotidianità con le grandi questioni della storia nella recentissima raccolta di Nathan Englander: Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, pubblicata in Italia da Einaudi. Incensato pubblicamente da colleghi come Jonathan Franzen, Colum McCann, Jonathan Safran Foer, Jennifer Egan, Dave Eggers, vale a dire l’establishment culturale della nuova narrativa americana, i racconti di Englander hanno in effetti una caratteristica che negli ultimi anni è diventata una vera e propria regola per la canonizzazione dei nuovi autori: sono cioè racconti abbastanza classici e al tempo stesso abbastanza cool da riuscire a imporsi tanto all’attenzione del lettore dai gusti più sofisticati quanto alla sterminata massa dei meno esigenti.

Il filo conduttore di tutta la raccolta è l’ebraicità e la sua neshome (“anima” in ebraico-yiddish), un’ebraicità sentita come “un destino inestinguibile” usando una definizione che ne ha dato Aharon Appelfeld. Ci si muove sui più vari registri, dal comico al grottesco al tragico, e questo è uno dei marchi di fabbrica di Englander, una caratteristica già conosciuta dalla precedente raccolta Per alleviare insopportabili impulsi e dal romanzo Il ministero dei casi speciali. Qui è l’ombra sovrastante della Shoah che domina vite apparentemente tranquille.

Com’è nel caso del primo racconto che – parafrasando Carver – dà il titolo alla raccolta (in molti, me compreso, sulle prime hanno pensato: “Che gran furbata dare un titolo del genere”; ma basta leggere questo racconto per capire che forse non c’era un titolo migliore di questo), in cui si narra di una coppia di ebrei ortodossi proveniente da Israele che fa visita in Florida a una coppia di vecchi amici. Il dialogo fra i quattro si snoda attraverso vari temi, dallo stile di vita americano all’educazione dei figli, fino a sfociare in un dilemma morale di portata colossale che prende forma attraverso un gioco, il “gioco di Anne Frank”: “Se ci fosse un secondo Olocausto, e tu non fossi ebreo, mi nasconderesti?”

O come accade in Camp Sundown, dove la tranquilla e un po’ comica routine degli ospiti di un centro estivo per anziani viene interrotta quando i villeggianti credono di riconoscere in un compagno di soggiorno uno spettro del loro passato, un carceriere nazista contro cui tenteranno di applicare le “regole del campo”.

Vastità di implicazioni che non mancano neppure in Peep Show, un spassoso apologo su una delle archetipiche caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il senso di colpa, qui impersonato da un avvocato di successo che cerca la trasgressione in un locale a luci rosse, e finisce per fare i conti con la propria coscienza in un crescendo comico che ricorda da vicino il miglior Woody Allen.

La letteratura ebraica, come ebbe modo di precisare Abraham Yohoshua, “non è quel che in genere si immagina: non è tutta la letteratura scritta da ebrei, ma quella scritta da ebrei e che riguarda temi ebraici”. Englander, in questo senso, è a pieno diritto un autore di letteratura ebraica, sicuramente uno dei più bravi della sua generazione (è nato nel 1970). Non so se sia davvero degno di comparire accanto ai vari Bellow, Roth, Singer eccetera, come qualcuno si è affrettato a scrivere, e non so nemmeno quanto senso abbia immaginare questi club letterari esclusivi con annessi criteri di ammissione. Una cosa è sicura, nella misura breve – e quest’ultima raccolta sta lì a dimostrarlo – Nathan Englander è uno degli autori (di letteratura ebraica e non) più capaci e raffinati in circolazione.

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Unione Sarda, 10 novembre 2010
– Quando nel 2005 Alessandro Piperno si fece conoscere ai lettori italiani con quella folgorante opera prima dal titolo Con le peggiori intenzioni, qualcuno (nella fattispecie Antonio D’Orrico sul Corriere della Sera) azzardò un paragone nientemeno che con Proust. La cosa deve aver causato qualche problema di apnea a Piperno, che di mestiere insegna proprio Letteratura francese all’università romana di Tor Vergata, se è vero che la gestazione di questo secondo romanzo dal titolo Persecuzione in uscita in questi giorni, tra dubbi, rinvii e riscritture, alla fine si è protratta per cinque lunghissimi anni.
Certo è che la grande attesa che circondava quest’opera (prima parte di un dittico dal titolo Il fuoco amico dei ricordi che vedrà l’uscita del secondo capitolo nel 2011) non ha favorito il suo accoglimento da parte del pubblico e della critica. Eppure il romanzo, edito come il primo da Mondadori, a conti fatti non tradisce.
La storia, ambientata nel 1986, racconta la caduta di un oncologo infantile di assoluta fama internazionale, Leo Pontecorvo, singolare figura di ebreo romano di successo che viene inchiodato suo malgrado da un’accusa feroce e infamante, l’aver intessuto una relazione con la fidanzatina dodicenne del figlio. Da quel momento, gli agi e l’esclusivismo della sua tranquilla esistenza borghese precipitano in un gorgo di orrore sempre più fitto e cupo, la sua vita intima e professionale finisce sotto la lente d’ingrandimento di personaggi che sembrano nati apposta per distruggerlo, il suo diventa un caso mediatico senza appelli.
Più di tutto, però, ad annientare la vita di Leo Pontecorvo è il voltaspalle che subisce dalla sua stessa famiglia. La moglie Rachel e i due figli Filippo e Samuel si rinchiudono in un silenzio ostinato, un mutismo accusatorio che costringe il professore a rintanarsi nel seminterrato della loro villa all’Olgiata, dove trascorrerà quella che nel libro viene definita una “scarafaggesca reclusione”, tirando in ballo Kafka, ossia l’autentico genius ispiratore di tutta l’opera.
Riluttante per sua stessa ammissione a occuparsi di temi che riguardano l’attualità, Piperno, attraverso il personaggio di Leo Pontecorvo, mette comunque in scena un dramma tipico dei nostri tempi. Come nelle cronache che ci riguardano da vicino, anche in Persecuzione la fallibilità della giustizia si intreccia al perverso desiderio del pubblico di avere sempre nuovi mostri da sbattere in prima pagina.
Da un punto di vista stilistico il romanzo alterna alle molte luci qualche ombra. Detto di Kafka, altro padre putativo di Piperno è senz’altro il Philip Roth de La macchia umana. Troppo forte il richiamo allo scandalo che travolge il professor Coleman Silk e la sua brillante vita accademica e personale. Non è un difetto, beninteso. In tempi in cui la maggior parte degli autori, in particolare quelli italiani, giocano partite scontate, o peggio ancora giocano sempre la stessa partita, imbattersi in uno scrittore con delle ambizioni alte è quasi una benedizione. Tuttavia, in questo confronto, a tratti Piperno sembra smarrirsi. Nulla di grave, ma nonostante l’insistenza e la maestria con cui scandaglia la psicologia dei personaggi, in certi passaggi della storia questi restano leggermente opacizzati dietro una patina di cliché.
La cosa migliore del romanzo resta comunque il suo incedere flessuoso, un crescendo che ha il suo apice simbolico nell’ultima parte, quando il ricordo cocente di un fine settimana londinese trascorso con i due figli si sovrappone nel protagonista al presente tragico, a un’ultima occasione che gli si offre per ricongiungersi con la sua famiglia. E lì, a leggere quelle pagine struggenti, si prova dolore vero.

ANDREA POMELLA

Gli antichi saggi di Israele credevano che nel corpo di ogni essere umano ci fosse un ossicino posto all’estremità della spina dorsale chiamato in ebraico luz. Questo osso è il più resistente del corpo umano, non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco, e da esso si ricreerà il corpo durante la resurrezione dell’era messianica. Ho letto qualcosa del genere nel romanzo di David Grossman Che tu sia per me il coltello. Riflettendo su questa cosa mi sono chiesto, com’è normale, quale fosse il mio luz, la piccola parte di me in cui è concentrata la natura profonda, l’essenza del mio essere al mondo. Ci sono mille luoghi dentro di noi, fisici e metafisici, in cui è concentrato il frammento che comprende il codice di ciò che siamo, la struttura e la sostanza di quella cosa che riconosciamo come la nostra anima. Tuttavia, pur soffermandoci a lungo su noi stessi, qualsiasi parte ci decidiamo a riconoscere come tale ci sembrerà inappropriata, incompleta, insufficiente. Il timore ancestrale di cadere nell’ombra interminabile della morte fisica, di svanire nel sogno di qualcun altro, o semplicemente di non essere stato, è tanto forte e tanto grande che nulla di noi, al confronto, ci appare adeguato. Eppure tutti abbiamo il nostro luz, la chiave della nostra immortalità, la piccola fiamma inestinguibile che salverà la nostra parte migliore. Ma una vita intera forse non ci basta per determinare la sua natura, la posizione che occupa dentro di noi, le coordinate fisiche verso cui dirigere la nostra ricerca. L’uomo è naturalmente portato a identificare il proprio luz nell’amore e nei frutti che esso genera, nei figli, oppure nel lavoro, nelle opere del proprio ingegno, qualcuno perfino in un’eredità materiale. Può darsi che questa sia una verità valida per qualcuno e una falsità per qualcun altro. Io intanto cerco il mio luz, il nuovo inizio con cui spiegare il mio mondo.

Rami Saari, PETAH TIKVÁ

Ecco, ho trovato la mia casa: il buco
dove potrò tornare dopo la morte.
Lì consacrerò alla fine senza corni e senza falce
ogni eminente rabbino. Quindi rallegratevi, amici,
versi d’oro, poesie e paesaggi:
i miei giorni trascorrevano in una spiaggia baltica, ma
la mia parte migliore continua ad essere un luogo
di miele e agrumeti.

Ci sono libri che si avvicinano a noi come piccoli uccelli cordiali, si posano accanto alle nostre mani, non ci temono, anzi, ci guardano come per sfida, poi prendono il volo lasciandoci una piuma bianca che terremo con noi per sempre. Sono libri amici, che ci parlano in tono di gran segreto, trovano spazio nella nostra anima e non vanno più via. Di questi ne capitano in misura di tre o quattro nella vita, non di più e non di meno. Non è detto che siano i libri – come si dice – che porteremmo con noi su un’isola deserta, ma sono tuttavia speciali oltre ogni nostra più intima comprensione, per ragioni che non sempre ci sono chiare, testi che ci sono cari come persone di famiglia. Io ho un libro così. Mi tiene per mano ogni volta che mi metto a scrivere una pagina o a pensare allo spirito della letteratura così come vorrei che fosse inteso ancora oggi. È un romanzo scritto da un ebreo americano nel ’34, e subito dimenticato per trent’anni insieme al suo autore, e poi ancora riscoperto negli anni Sessanta e infine giustamente acclamato come un capolavoro della letteratura del Novecento. Sto parlando di Chiamalo sonno di Henry Roth. Si tratta di un romanzo complesso e pieno di suggestioni, in qualche modo imparentato nelle atmosfere a quel capolavoro del cinema che è C’era una volta in America di Sergio Leone, un romanzo di formazione che ha per protagonista il ragazzino David Schearl che nella New York degli inizi del secolo diventa il testimone di tormentati rapporti familiari e più in generale dell’ebraismo d’America. Chiamalo sonno è un romanzo stupefacente, che incanta, un racconto degli anni verdi della vita scritto con uno stile inarrivabile. Rifiutato dal mondo letterario, Henry Roth si rifugiò per sessanta lunghi anni lontano dalla mondanità e dal clamore in una fattoria vicino ad Augusta, nel Maine, dove si dedicò quasi esclusivamente all’allevamento delle anatre. Il suo ritorno sulla scena letteraria in tarda età fu l’occasione per licenziare i cinque volumi dell’opera monumentale dal titolo Alla mercé di una brutale corrente e per restituire al mondo uno scrittore immenso. Ecco, Chiamalo sonno lo considero assolutamente come un membro della mia famiglia ideale, uno di quei romanzi che non tradiscono mai, sui quali puoi far conto in ogni momento della vita, basta solo saperli interrogare, magari aprendone una pagina a caso, o cercandovi fra le righe una risposta agli affanni della scrittura.

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