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Il problema è che alla lunga hanno trasformato la letteratura in un gioco, in un rotocalco rosa, in un fumetto, in una hit parade, in un talk show. Il problema è questo, altroché. Un tempo i libri erano un fatto serio, gli si dava del lei ai libri. Le opere letterarie servivano a darti lo squillo, a lasciarti sulla lingua un sapore caldo come quello che dà il vino. Poi tutto un diluvio di chiacchiere da parrucchieri, tutta una narrativa commerciale trattata con l’henné. Nessuna seria creazione, nessuna innovazione. Pavese, un attimo prima di mandare giù sedici bustine di barbiturico, scrisse: “non fate troppi pettegolezzi”. Io lo so, quei pettegolezzi riguardavano noi, alludeva Pavese a questi duri tempi dominati dal fattore estetico, dal talento versatile, dai piazzisti di carta da bagno. Lui sapeva l’andazzo generale, lui aveva letto i grandi americani, Sinclair Lewis, Hemingway, Lee Masters, Cummings, Lowell, Anderson e la Stein, e l’America è l’anticipazione di tutto, l’America è il Postal Market di ogni squallore prossimo venturo. Rullo di tamburi, chiedete in giro come vanno le cose, vi diranno i signori del bel mondo delle patrie lettere che non vanno affatto male. Perciò non date retta a questo piccolo morso amaro, non posso dire di esserne sicuro, ma credo che tutte le sciocchezze letterarie di cui si sente parlare oggi non possano in alcun modo far provare dei sentimenti alla gente.

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