archivio

Archivi tag: elsa morante

Su scenecontemporanee.it una recensione di Francesca Fichera a “La misura del danno” che più benevola non si può. Qui l’articolo originale.

*

«Si può parlare di ingiustizia a proposito del mancato grande successo, di critica e di vendita, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante? Intendiamoci: successo di vendita e critica c’è stato, ma normale. Mentre il libro della Morante rappresenta un avvenimento eccezionale». Read More


“Ci sono volte in cui l’assenza di mio padre mi pesa sul petto come se ci stesse seduto sopra un bambino”
. Questo è l’incipit di Anatomia di una scomparsa (Einaudi) dello scrittore libico Hisham Matar, il libro giusto da leggere nei giorni della Primavera Araba. È la storia di Nuri, un quattordicenne lasciato a meditare sulla sparizione del padre, Kamal Pasha, rapito in Svizzera dalla lunga mano del potere di uno stato mediorientale. Nuri (personaggio che ricorda l’Arturo di Elsa Morante), già orfano di madre, e invaghitosi della giovane matrigna Mona, sensuale ventiseienne anglo egiziana, si troverà a dover fare i conti per il resto della vita con l’ingombrante ed enigmatica figura paterna. I riferimenti autobiografici non mancano in questa storia. Il padre dell’autore, oppositore del regime libico di Gheddafi, scomparve infatti dal suo appartamento del Cairo nel 1990, rapito da agenti dei servizi di sicurezza egiziani. Io l’ho letto come un romanzo sui miti del Mediterraneo, sulla violenza dei regimi e sulla solitudine dell’individuo. Non è un capolavoro, ma è il libro giusto per comprendere, a livello simbolico (nella figura indecifrabile del padre si incarna molto bene il tema più vasto dell’identità culturale), la diaspora dei popoli del Nord-Africa.


Unione Sarda, 7  febbraio 2011
– Da pochi giorni è uscito in libreria un piccolo incantevole volume, di quelli che ormai si stampano sempre più di rado. Ha per protagonista la biografia di un uomo e, per estensione, di un secolo, il Novecento, filtrato attraverso la storia della narrativa e della poesia, della musica e dell’arte. Si intitola La letteratura è un cortile (ed. Giulio Perrone). L’autore è Walter Mauro, classe 1925, critico militante e allievo di Ungaretti, esponente di una generazione che credeva ancora profondamente nel rapporto tra cultura e società e che si riconosceva nella sacralità dell’atto creativo.
Lungi, per sua stessa ammissione, dal lasciarsi andare alla celebrazione dei bei tempi andati, Mauro convoca nel cortile in cui ha trascorso tutta la sua vita, il cortile della letteratura appunto, i personaggi che hanno scritto la storia culturale del Novecento, richiamando alla memoria gli incontri, le conversazioni, gli aneddoti più gustosi, fino a tratteggiare una vita, la sua, tra le più ricche e irripetibili. Non manca davvero nessuno a questo appello. Si parte da lontano, dai compagni del liceo, il Quinto Orazio Flacco di Bari, con cui il critico condivise l’esperienza dell’antifascismo e dal successivo periodo di prigionia nel carcere di Carrassi, dove il tempo trascorreva attraverso lezioni di filosofia e tornei di calcio tra detenuti politici ed ergastolani (“Inutile dire che per forza fisica e caparbietà gli ergastolani risultavano imbattibili”). Poi Roma, Parigi, New York e quel mondo meraviglioso di fermenti uscito dalle ceneri del dopoguerra.
Ecco allora le lezioni di Ungaretti (un secondo padre per lui) all’Università di Roma, le serate nella casa del poeta con i samba di Vinícius de Moraes, la passione per il jazz e l’improvvisazione di When the saints go marching sulla pista dell’aeroporto di Ciampino per accogliere l’arrivo di Louis Armstrong in Italia. Tanta musica, che si intreccia negli anni alla poesia, all’arte e alla politica, da cane sciolto, nel Pci.
Ma nel cortile di Mauro ci sono soprattutto i giganti della letteratura. Il gruppo degli esistenzialisti francesi, Éluard, Queneau, Sartre, inseguiti nei caffè e nelle loro case del Quartiere Latino. Il viaggio a New Delhi con Moravia, Elsa Morante e un Pasolini che spariva dopo cena preda di un “delirio erotico, attratto dallo sporco, dal sudicio, dalla miseria” di quelle strade. E ancora la particolare collezione di Zavattini, centinaia di quadretti piccolissimi, dipinti da artisti come Braque, Picasso, Modigliani. La malinconia di Pavese. Sciascia, al quale “bisognava togliere le parole di bocca”, a meno che non si parlasse di mafia. Montale, che lascia in eredità il suo cappotto al poeta Elio Fiore, il quale lo indossava anche a ferragosto, solo per il gusto di dire “Ho la stoffa di Montale”. La solitudine di Philip Roth, “la persona più scontrosa che abbia mai conosciuto”.
Un viaggio che arriva fino ai giorni nostri. Con la contemporaneità, però, il tono cambia. Gli accenti si fanno amari. Mauro non entra nel merito delle ragioni che hanno condotto all’attuale, impietoso, degrado della poesia, della narrativa e della saggistica italiana. E non risparmia neppure il Saviano di Gomorra che viene ricollocato nella sua naturale categoria di appartenenza, che è a suo dire quella doverosa della cronaca. E non il cortile che è la letteratura.

ANDREA POMELLA

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: