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Ha ragione Grillo. Loro non hanno mai fatto campagne contro i vaccini, ma contro “le case farmaceutiche, i pediatri, la politica e il mondo scientifico” (così in un documento di un paio d’anni fa firmato dai parlamentari europei del Movimento). Rei di cosa? Di non avere più la fiducia della gente. E in mancanza di fiducia, si legge nel documento, bisogna “introdurre nella questione vaccini un livello di decisione personale relativo alle famiglie”. Il ragionamento è più o meno questo. Ho la macchina dal meccanico perché uno stronzo mi è venuto addosso e mi ha sfondato un ammortizzatore. Ma io non ho più fiducia nei meccanici. La mia non è una campagna contro gli ammortizzatori, ma contro i meccanici. Quindi voglio introdurre nella “questione ammortizzatori” un livello di decisione personale. Io non capisco una mazza di ammortizzatori, ma sono arrivato al punto di fidarmi solo di me stesso. Decido quindi che l’ammortizzatore non mi serve. Mi riprendo la macchina e parto. Se poi finisco ad arare la tangenziale coll’avantreno potrò dire che, no, io non ho mai fatto campagne contro gli ammortizzatori. Come diceva Flaiano, basta alzarsi una mattina alle sette e uscire per capire che abbiamo sbagliato tutto.

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Fuori casa mia gli uccelli arrivano tutti i giorni alle cinque del pomeriggio, migliaia di uccelli, nuvole affusolate di uccelli, tutti i giorni, puntuali, e tutti i giorni ricoprono le macchine di guano, le macchine sono sempre le stesse, ai proprietari pare che non freghi niente che le macchine si ricoprano di guano, ai proprietari pare che freghi più tenere occupato il parcheggio davanti casa, uno per esempio si è attrezzato, ha comprato una Smart in tinta camouflage.

Il portiere fa l’albero di Natale seduto sulla sedia, guarda le palline come se dovesse sceglierle una a una, ma le palline sono tutte rosse e tutte uguali, allora mi chiedo perché le guarda come se dovesse sceglierle una a una, glielo chiedo, e lui risponde: “Perché so’ ancora le quattro e stacco alle sei e mezza”.

Stamattina una è uscita del bar e ha salutato una cagnetta: “Bella mignottella de zia”.

“È quasi confortante pensare che ci ignoriamo a vicenda e possiamo camminare eretti, come animali ammaestrati, decisi a non riconoscerci, nei limiti del possibile”. Flaiano, Diario Notturno, Adelphi.

Ieri, sul suo blog, Grillo ha pubblicato un post dal titolo Il ritorno delle malattie infettive in cui rilancia un evergreen della peggior destra isolazionista e xenofoba: l’idea che gli stranieri portino le malattie. Quello che ci si aspetta da un movimento politico è che faccia politica, e quella di Grillo, si sa, non è politica, è un divano di Freud su cui si sperimentano e si assecondano le pulsioni assolute dell’umano, in questo caso un umano di una specie precisa, un umano italiano. E dunque l’umano italiano è primordialmente convinto che la sua razza è pulita, in buone condizioni di salute fisica e mentale, senza alterazioni o disturbi funzionali, mentre tutti coloro che provengono da una parte diversa di mondo sono essenzialmente guasti, ammaccati o bacati, non solo, ma hanno la capacità batteriologica di infettare la razza pulita con le loro infermità. In virtù di questa convinzione, una convinzione così estesa da rasentare i tre quarti della popolazione (si guardino i sondaggi d’opinione in merito), Grillo – che non ha un progetto politico ma, come detto, ha un divano su cui lascia sfogare le pulsioni psichiche dell’umano italiano – imposta la propria politica, che è una politica aprogettuale, una politica che si fonda sul bisogno quotidiano, sull’irrazionalità del momento, una politica che ha necessità di estrarre un tema al giorno, come è proprio di qualsiasi blogger che si rispetti. Ma Grillo previene anche le critiche, arriva a scrivere: “I triti e ritriti confronti degli italiani come popolo di migranti che deve comprendere, capire, giustificare chiunque entri in Italia, sono delle amenità tirate in ballo dai radical chic e dalla sinistra che non pagano mai il conto e da chi non vuole affrontare il problema”. Ci sono in questa frase almeno tre contraddizioni. La prima: se un’argomentazione è valida, rimane valida anche se viene ribadita un milione di volte, ossia l’essere trito e ritrito non intacca la validità di un confronto. La seconda: i radical chic e la sinistra che non paga mai il conto è un cliché trito e ritrito. La terza: Grillo stesso, proponendo la chiusura delle frontiere, non affronta il problema (ammesso che ci sia quel problema), semmai lo elude, o addirittura lo rimanda a data da destinarsi. Grillo compie anche un piccolo capolavoro comico (non c’è niente di cui meravigliarsi, è il suo mestiere); scrive: “Qui per evitare il tabù del razzismo arriviamo alla situazione grottesca degli Stati africani che chiudono le frontiere tra loro per paura del diffondersi dell’ebola”. Si tratta di un passaggio in cui dà involontariamente a se stesso del razzista e definisce il razzismo “un tabù”, come se il razzismo fosse un argomento che, per ragioni che a lui risultano incomprensibili, non si deve e non si può toccare. Chissà se Grillo conosce quella frase di Flaiano che fa: “L’Italia è un paese dove sono accampati gli italiani”.

 

Sono in balcone, è pomeriggio inoltrato, in strada passa il matto del quartiere, a volte fa lunghe tirate politiche, usa un linguaggio forbito, stavolta dice: “La differenza tra voi e me è che io ho preso le misure della mia gabbia”.

Ho letto un articolo secondo cui, in vista delle elezioni europee, la strategia di Berlusconi punterebbe sulla proposta di fornire a tutti dentiere gratis, l’articolo finisce così: “il che spiega come mai qualche settimana fa l’ex premier ha ricevuto una delegazione di odontoiatri”.

Su uno scaffale accanto al computer da qualche giorno ho Diario Notturno di Ennio Flaiano (Adelphi), ogni tanto lo sfoglio, leggo qualche passaggio a caso, l’effetto che mi fa è lo stesso di quando sorseggio un tè caldo in una giornata rigida d’inverno, così rientro in casa dopo aver ascoltato dal balcone il discorso del matto del quartiere, apro a pagina 199 e per una misteriosa quanto miracolistica coincidenza leggo: “Si vedono giovani così, che hanno l’aria di leoni che misurano su e giù la loro gabbia”.

Sono dentro un cinema alle quattro del pomeriggio. Dietro di me c’è un gruppetto di donne anziane che spettegolano sul regista, davanti una coppia, anch’essa anziana, che invece se ne sta in silenzio in attesa che cominci il film. Lui è malmesso, ha una folta barba bianca, un vistoso paio di occhiali con la montatura arancione, e un bastone sul quale si appoggia anche da seduto. Assomiglia vagamente a Domenico Modugno. Di fianco c’è una donna sui quaranta, ha l’aria arresa, sembra essere venuta qui dopo aver rinunciato a qualcosa di molto importante nella vita. Chiudo gli occhi e costringo il sangue a defluire dalla mente. Fuori dalla porta di questa sala di quartiere ho lasciato i frastuoni del mondo, la pioggia battente che mi ha sorpreso quando sono uscito di casa, i mezzi degli operai a lavoro che dissodano l’asfalto portando alla luce le tubature venose della città. Guardo Habemus Papam di Nanni Moretti, quella che a me sembra una tenera e soffice favola allegorica sulla vecchiaia scorre sullo schermo, è gradevole, a tratti bellissima, se non fosse per l’inettitudine di un proiezionista forse inesperto, o forse ubriaco, che continua a mandare fuori fuoco le immagini, suscitando il risentimento feroce delle persone in sala. Diceva Ennio Flaiano che il cinema è l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile. Ho pagato sei euro per avere questa immobilità (giuro, non avevo fatto caso che fosse mercoledì e che perciò il biglietto costasse meno). E tutto sommato, nonostante i contrattempi, penso che il cinema sia ancora un ottimo buco nero in cui farsi risucchiare quando si vuole fuggire dagli innumerevoli sguardi obliqui della gente e dal ritmo frenetico delle giornate, una grande pupilla pulsante in cui rinchiudersi al buio, lasciando che dilaghi in noi lo stupore più dolce e infantile.

Le foto della rivolta di Rosarno pubblicate oggi dai giornali d’Italia sono il documento di un tempo e di un’epoca che non respira, sono una ferita, una scottatura ai margini di un corpo ricco e grasso ma inconsapevolmente ammalato. Ci sono ragazzi in maglietta a mezze maniche (anche in Calabria siamo nel mese di gennaio) sorpresi in corpo a corpo con gli uomini dei reparti mobili della polizia (a loro volta con casco e manganello). A uno di quei ragazzi nella colluttazione sono addirittura calati i pantaloni. Nell’immaginario occidentale calare i pantaloni è il segnale della resa, in quella foto è l’impronta di una disgrazia. C’è qualcosa che fa male oltre ogni dire in quel particolare dei pantaloni calati, qualcosa che rimanda a un bambino vestito con troppa fretta, o con quel poco che c’è, o comunque sopraffatto da una forza alla quale non può in alcun modo opporsi. C’è un fiume di articoli, oggi, che parla di questi diseredati, di questi fantasmi neri che vagano nei campi del sud Italia a vendere le loro braccia per venti ore al giorno in cambio di qualche euro buono appena per comprarsi il pane, vite spremute dalle mafie italiane, maschere senza speranza che vagano la notte fra tende, casolari e fabbriche abbandonate. Secondo una buona maggioranza di miei connazionali sono loro il “problema”, il “pericolo” che ci rende le notti insonni, il “nemico” da combattere con ogni mezzo, o – come disse quel consigliere comunale della Lega di Treviso – coloro contro i quali “bisogna usare lo stesso metodo delle SS”. La realtà è che i fatti di Rosarno sono l’anticipo di quello che avverrà se un bel giorno queste masse di diseredati prenderanno forza e coscienza dei loro diritti di uomini ribellandosi alle catene dello sfruttamento e della prevaricazione. Sarà allora l’inferno. Anche se, come diceva Flaiano, “per gli italiani l’inferno è quel posto dove si sta con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo”.

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