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L’altra sera ascoltavo un monologo di Luca Telese che raccontava in Tv la storia di Mario Benedetti, il meccanico di Berlinguer che doveva provvedere alla riparazione della A112 del segretario del più grande partito comunista d’Occidente. Un paio di giorni dopo mi imbatto per puro caso in una gallery fotografica sul sito del Corriere della Sera in cui si vedono alcuni scatti di Umberto Bossi dopo un comizio. Corna, autografi e cazzotti è il titolo (più che un titolo una didascalia) del servizio. Tra il meccanico di Berlinguer e le corna di Bossi ci stanno trent’anni di storia d’Italia. Non solo. Tra Berlinguer che resisteva ai tentativi di Mario, il meccanico di corso Francia che non voleva fargli pagare una riparazione della A112, e il Bossi vezzeggiato dai suoi mentre con gli occhi vuoti di uno squalo annaspa nel ruolo del buffone, c’è la voragine di un popolo e della sua capacità di identificazione in un leader carismatico. Qualcuno un giorno, disponendo sul tavolo le istantanee che legano queste gesta comuni di una nazione, dovrà spiegarci com’è stato possibile tutto questo.

Il mese scorso ho letto Il grande silenzio (Laterza), il bel libro-intervista ad Alberto Asor Rosa curato da Simonetta Fiori sulla dissoluzione di quel legame tra intellettuali e politica che ha contraddistinto il dibattito politico e culturale italiano fin dagli albori del Risorgimento. Il “grande silenzio” che dà il titolo al libro non è altro che la caduta del pensiero critico in un vuoto interminabile, in un silenzio, appunto, catastrofico e raggelante, rovinoso quanto il dominio incontrastato esercitato dalla cosiddetta “civiltà montante”, massmediatica e globalizzata, che domina la contemporaneità. L’intervista all’intellettuale Asor Rosa è un’occasione per una lunga passeggiata in un bosco in cui, di volta in volta, si incontrano gli infiniti occhi di personaggi celebri, come Togliatti e Pasolini, Berlinguer e Fortini, Eco e Calvino, e così via, finché – con la stagione del terrorismo – la strada si fa buia, le ombre si allungano e si spegne definitivamente l’illusione delle classi intellettuali di poter operare attivamente sulla realtà. È un libro importante, soprattutto per quelli della mia generazione, perché offre lo spunto per comprendere meglio le ragioni di alcune sostituzioni – la critica letteraria soppiantata dal marketing, l’audience come surrogato della qualità, la ricerca culturale scalzata dalle logiche industriali – che hanno trasformato lo scenario editoriale italiano in uno spaccio aziendale, nel discount di paccottiglia che ci appare oggi. I motivi che hanno condotto, in Italia, alla sconfitta storica del ceto intellettuale sono molteplici e variegati. Io credo (così come, con molta più autorità di me, lo crede Asor Rosa) che nella vicenda che ha portato alla sua dipartita, lo stesso ceto intellettuale non sia stato esente da colpe. Pasolini diceva: “Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. Ecco, io suggerisco di leggere questo libro, se non altro per essere informati, perché di fronte allo scandalo che proveremo di fronte all’inconsistenza delle prossime campagne condotte da qualche scialbo cartello di scrittori contemporanei accompagnati per mano da editor saccenti e compiaciuti, non si rischi di essere, per l’appunto, banali.

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