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Dice una poesia di Enrique Gracia Trinidad: “Fa lo stesso / che la Luna dimentichi di guardarci, che la cena sia fredda, / che Dio non sia al suo posto e che questo / vada a finire male”. Gli italiani si odiano, si odiano da cent’anni, forse da mille. Gli italiani si odiano gli uni con gli altri, appartengono a razze diverse, sono frammenti di popoli e di stirpi, brandelli di comunità antiche che si detestavano fin da quando il loro destino era funestato dalle pietre. Gli italiani vivono un esilio secolare pur credendo di abitare una terra che gli è propria per diritto di Dio, ignorano più degli altri uomini del mondo che nessuna terra è di qualcuno “per diritto”. Erano stranieri a se stessi già ai tempi dell’impero, stranieri nelle repubbliche marinare e nei liberi comuni di popolo, stranieri nelle dominazioni. Essi oggi odiano per vanto, odiano per affermare loro stessi e la loro natura, odiano in ogni circostanza, in ogni frontiera, odiano come maiali ciechi per il possesso della loro ghianda, odiano la follia della natura e il cielo quando piove, odiano le leggi e i limiti che si pongono ai loro desideri, odiano ciò che vedono ogni giorno, compresa la propria faccia nello specchio. Giorni fa rileggevo un testo di Dennis Brutus, scrittore e poeta sudafricano, storico intellettuale capofila delle battaglie contro l’apartheid insieme a Nelson Mandela. Rileggevo in particolare alcuni suoi versi che formano un decalogo per la sopravvivenza in un paese allagato dall’odio. L’attacco è folgorante. Brutus ci dice che “sopravviviamo comunque /e non appassisce, frustrata, la tenerezza”. Sono importanti i poeti, e fortunata è la nazione che ne possiede.

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Dennis Brutus, SOPRAVVIVIAMO COMUNQUE

Sopravviviamo comunque
e non appassisce, frustrata, la tenerezza.

Fasci luminosi indagano
come rastrelli i nostri nudi contorni inermi
accigliato ci sovrasta il Decalogo monolitico
di divieti fascisti
e vacilla verso la catastrofica caduta;
lo stivale s’accanisce contro la porta sbrindellata.

Ma sopravviviamo comunque
agli strappi, alla deprivazione e alle perdite

Le pattuglie si srotolano lungo il buio dell’asfalto
sibilando minacce contro le nostre vite,

e somma crudeltà, in ogni angolo la nostra terra sfregiata dal terrore,
resa sgraziata e inamabile;
lacerati tutti noi e l’abbandono della passione

ma sopravvive comunque la tenerezza.

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Ho conosciuto qualche poeta in vita mia, pochi a dire il vero, i poeti tendono a occultarsi nella folla, ti passano davanti agli occhi senza che tu possa sospettare di loro e della loro natura. Compiono solo i doveri minimi che sono richiesti all’uomo contemporaneo, che più o meno consistono nell’allacciarsi le scarpe, alzare il bavero del cappotto e buttarsi in pasto al mondo. Non ricordo di aver mai visto uno di loro intento a leggere un libro. I poeti non leggono i libri, preferiscono i cuori della gente. Se leggono lo fanno in solitudine, nascosti, perché sanno che leggere è un’operazione intima, da svolgere reclusi, come cagare coi pantaloni alle ginocchia. E quando scrivono i loro versi la faccenda si fa ancora più complessa. I poeti quando scrivono bevono il loro sangue. Avete idea della faccia che fareste se vi trovaste al cospetto di un uomo che beve il proprio sangue? La gente pensa spesso che ci siano due generi di poeti: i monumenti e i morti di fame. La gente sovente la sa lunga sulle cose del mondo. Il poeta inoltre è un uomo che si interroga essenzialmente su argomenti che un altro uomo non tiene nemmeno in considerazione. Lui prende una giacca e la valuta dal risvolto, cerca le piccole consumature sugli orli delle maniche, scruta nella geologia del tessuto con il piglio di chi sa che troverà per forza di cose una falla, un’incrinatura, un difetto di fabbricazione. La sua ricerca continua del difetto è futile e febbrile, le sue smorfie sono comiche, i suoi mugugni silenziosi. E quando poi scova quel difetto a cui dava la caccia è capace di innamorarsene perdutamente. Il poeta però ha un vizio: per quanto sia facile all’amore, allo stesso modo è incline ai cedimenti dell’affanno. Per questo – e per molte altre ragioni – i poeti infastidiscono la moltitudine, perché quel poco di bellezza che possiedono è effimera, e finché sono vivi puzzano come anemoni nella pioggia.

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Enrique Gracia Trinidad, CRUDO E LUNGO INVERNO

Mi sono vestito lentamente, una
camicia scura, un paio di jeans;
fa molto freddo e mi metto una giacca
di panno nero con le scarpe grosse;
portafoglio, occhiali, orologio,
e giù in strada, un giorno come gli altri.
Di fronte alla prima vetrina
la vertigine mi assale e capisco
che il freddo da evitare è un altro freddo,
che sono quasi nudo:
sono uscito come tante altre volte
con tutto il cuore allo scoperto.

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