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I racconti che mi piacciono più di tutti sono quelli che una volta terminati ti lasciano con la sensazione di non aver captato tutto il necessario, ma anzi, di aver tralasciato una parte, piccola ma importante, un frammento di senso di cui si riesce a intuire appena la forma, quelle storie che contemplano il lettore dall’alto in basso, come vetusti sapienti. E gli scrittori che mi piacciono più di tutti sono quelli che con un’occhiata ti premono dentro, si insinuano in certi meandri della natura umana e ti fanno esclamare: “Questa persona mi sta dicendo delle cose, sa qualcosa di me!” E le giornate che mi piacciono più di tutte sono quelle in cui non succede niente ma che sono piene di aspettative.

Nell’avviso al lettore posto all’inizio di Fiesta, Hemingway scrive: “Nessun personaggio del libro è il ritratto di una persona realmente esistita”. Hemingway in sostanza dice che lui non fa ritratti ma persone vive.

Ho letto Il silenzio del lottatore di Rossella Milone (minimum fax). Ne Il peso del mondo, il secondo, bellissimo racconto, si narra la storia di un’amicizia fra due ragazze, un’amicizia che si scontra con la comparsa del sesso, un battesimo del dolore, un’avventura di una notte capace di lasciare una delle due alle spalle dell’altra, e di minare in entrambe le speranze e le attese. A pagina 59 si legge: “Mi guardai allo specchio del bagno e vidi negli occhi una specie di fatica, come se fosse troppo alta l’aspettativa che aveva e che avrebbe avuto di me la mia vita”.

Ho letto un sacco di libri che, stando alla quarta di copertina, erano “la storia di ciascuno di noi”, eppure questa storia non so ancora come va a finire.

Veronica Tomassini, scrittrice siciliana e autrice di “Sangue di cane” (Laurana), da qualche tempo ha un blog. Lì oggi è ospitato questo mio pezzo:

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In vita mia ho conosciuto molti scrittori. Con loro mi sono seduto a prendere un caffè, li ho intervistati, li ho ascoltati durante le conferenze e le presentazioni dei loro libri, con loro ho visitato nuove città, ho parlato al telefono e ho scambiato giudizi sulle cose del mondo. Li ho visti fare mille cose. Mille, tranne una: non ho mai visto uno scrittore scrivere [continua qui]

 

Di Hemingway mi piacciono le descrizioni della morte. La morte che lui descrive non è la morte metafisica, quella densa di significati filosofici, di cui abbonda la letteratura di ogni tempo. Hemingway è un maestro nell’interpretare la morte biologica degli organismi viventi, ne coglie il momento fatale, la incide col suo linguaggio implacabile e spietato. Lo fa quasi senza emozione, si direbbe a sangue freddo. Per Hemingway la morte è un dato di natura, come tutti i grandi meccanismi della vita ne osserva il funzionamento con occhio clinico. Hemingway, quando descrive la morte, non lo fa come uno scrittore qualsiasi. Lo fa come un entomologo che non teme gli aspetti più ripugnanti della realtà. In Verdi colline d’Africa, per esempio, non risparmia al lettore una descrizione come questa:

“Il sommo dell’umore ienico era la iena, la iena classica che colpita troppo indietro mentre correva, cominciava a girare pazzamente su se stessa mordendosi e dilaniandosi; finché si tirava fuori le budella; e allora, strappandosele, stava lì ferma a divorarle con gusto”.

Quel “girare pazzamente su stessa” è una rappresentazione talmente inattesa da lasciare frastornati (almeno è questo l’effetto che fa su di me). E come se non bastasse, non contento di averne descritto l’orrenda morte, Hemingway insiste sulla iena facendone un ritratto minuzioso e ripugnante:

“[…] la iena, ermafrodita, autofaga, divoratrice di morti, inseguitrice di vacche partorienti, capacissima di staccarti un pezzo di faccia quando dormi, triste cagna al seguito degli accampamenti, fetida, sporca, fornita di mascelle buone a spezzare le ossa che il leone ha lasciato, strascinantesi nella piana bruna con il suo ventre penzoloni, e la faccia furba da cane bastardo sempre voltata indietro”.

Va da sé che tanta perizia descrittiva deriva da una frequentazione diretta con la morte. E del resto Verdi colline d’Africa non è altro che il resoconto di un safari nella regione del lago Manyara, fra Kenya e Tanzania, a cui lo scrittore partecipò nel dicembre del 1933 insieme alla sua seconda moglie Pauline. Amante della caccia, ammiratore della corrida e dei matadores, Hemingway, insomma, aveva un amor mortis a cui mancava il senso del tragico, ma non – e questo è il suo grande paradosso – una vitalità ardente e primordiale.

Verso la fine di Fahrenheit 451, il famoso romanzo distopico di Ray Bradbury, compaiono gli uomini-libro. Sono studiosi e vecchi professori emarginati che vivono lungo una linea ferroviaria dismessa e per tramandare il sapere e tenerlo a riparo da governi repressivi hanno imparato a memoria un libro ciascuno: “Meglio tenersi tutto quanto nella testa, dove nessuno può venire a vedere o a sospettare nulla! Noi siamo tutti pezzi e bocconi di storia, letteratura, codice internazionale, Byron, Tom Paine, Machiavelli o Gesù Cristo”. Io non ho una buona memoria. Così ho pensato che se dovessi trasformarmi in un uomo-libro sarebbe un bel guaio. Per prima cosa non potrei scegliere un libro composto di troppe pagine, andrebbe bene uno esiguo, meglio un romanzo breve tipo Il vecchio e il mare. Magari qualcosa che abbia tanti dialoghi, sarà anche bene che mi studi un manuale di tecniche di memoria, di quelli che usano gli attori di teatro per intenderci. O forse, chissà, potrebbe bastare che io impari una poesia, sarebbe già un contributo onorevole al cammino della civiltà. Una poesia di Ungaretti, per esempio, che le faceva brevi. Una poesia piccola, condensata, pochi versi ma corposi. O forse un verso solo, sì, un verso può bastare, in un verso a volte c’è più che in cento romanzi. “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato”. Bene. E se dovessi incontrare qualche difficoltà perfino con un verso, potrei far richiesta di mandare a memoria una sola parola di quel verso, magari la prima, l’articolo indeterminativo. Ecco, ci siamo. La mia partecipazione al flusso della storia sarà pari a una parola di due lettere: “Un” (l’apostrofo potrei anche dimenticarlo, non avrebbe più ragione di essere senza “intera nottata”, ossia le due parole che seguono). Adesso, se vi pare poca cosa che io mi prodighi per imparare a memoria l’articolo indeterminativo che apre la poesia Veglia di Ungaretti salvandolo dall’estinzione, vi invito a riflettere su questo: pensate davvero che di tutte le cose per cui vi sbattete ogni giorno e che a voi paiono fondamentali e importantissime fra meno di cento anni resterà traccia? Siete veramente convinti che la vostra vita, tutta compresa, valga più di un articolo indeterminativo?

Il problema è che alla lunga hanno trasformato la letteratura in un gioco, in un rotocalco rosa, in un fumetto, in una hit parade, in un talk show. Il problema è questo, altroché. Un tempo i libri erano un fatto serio, gli si dava del lei ai libri. Le opere letterarie servivano a darti lo squillo, a lasciarti sulla lingua un sapore caldo come quello che dà il vino. Poi tutto un diluvio di chiacchiere da parrucchieri, tutta una narrativa commerciale trattata con l’henné. Nessuna seria creazione, nessuna innovazione. Pavese, un attimo prima di mandare giù sedici bustine di barbiturico, scrisse: “non fate troppi pettegolezzi”. Io lo so, quei pettegolezzi riguardavano noi, alludeva Pavese a questi duri tempi dominati dal fattore estetico, dal talento versatile, dai piazzisti di carta da bagno. Lui sapeva l’andazzo generale, lui aveva letto i grandi americani, Sinclair Lewis, Hemingway, Lee Masters, Cummings, Lowell, Anderson e la Stein, e l’America è l’anticipazione di tutto, l’America è il Postal Market di ogni squallore prossimo venturo. Rullo di tamburi, chiedete in giro come vanno le cose, vi diranno i signori del bel mondo delle patrie lettere che non vanno affatto male. Perciò non date retta a questo piccolo morso amaro, non posso dire di esserne sicuro, ma credo che tutte le sciocchezze letterarie di cui si sente parlare oggi non possano in alcun modo far provare dei sentimenti alla gente.

Camminando in mezzo a una folla di persone spesso mi soffermo a pensare come ciascuno di quegli sconosciuti abbia in sé un cielo dentro cui spaccarsi le ossa, morire d’amore, ubriacarsi, tacere, in una parola, vivere. “Ogni uomo è un mondo, popolato da ciechi esseri in oscura rivolta” ha scritto il poeta svedese Gunnar Ekelöf. Io sono a mia volta una persona di quella folla, uno sconosciuto con il mio cielo, e i miei personali, ciechi esseri in rivolta. O ancora, come è scritto in un verso di John Donne ripreso anche da Hemingway in Per chi suona la campana, “Nessun uomo è un’isola, intero per se stesso. Ogni uomo Read More

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