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Archivi tag: ex jugoslavia

Una mia recensione sul romanzo “La figlia” di Clara Usón (Sellerio) pubblicatà giovedì scorso su ilfattoquotidiano.it. Qui l’articolo originale.

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Su Youtube c’è un video che mostra Ratko Mladić, capo di stato maggiore dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, mentre a favore di telecamera parla agli sfollati di Srebrenica dicendo loro di non avere paura e tranquillizzandoli che non verrà fatto loro del male. Mladić fa sfoggio di un aspetto rassicurante, parla piano, scandisce le parole, la gente rincuorata gli rivolge benedizioni. Poi però, a un certo Read More

 

Biljana Plavšić, l’altra vicepresidente [della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina], era arrivata al nazionalismo tramite la scienza. Era biologa e preside della facoltà di Scienze Naturali e Matematiche di Sarajevo. Si vantava di aver inventato un microscopio. La chiamavano la Thatcher dei Balcani, nomignolo che non le dispiaceva. […] Read More

Le guerre che ha conosciuto la mia generazione si sono combattute sotto la copertura di ipocrisie linguistiche come “missione di pace” e “intervento umanitario”, come se avessimo bisogno più degli altri di avere addolcita la minestra di fango che ci servivano ogni sera, a tavola, per cena. Abbiamo portato in giro la nostra pelle in un mondo televisivo che ci mostrava in anteprima i bombardamenti su popolazioni civili lontane, i fischi e gli spari che fiorivano nella notte come coriandoli dal cielo, senza mostrarci mai i colpi di denti della gente massacrata e affamata che si godeva quegli spettacoli da un punto di vista privilegiato, da sotto i fuochi. Il linguaggio della guerra l’ho conosciuto in un libro letto a tredici anni, “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino, mentre il mio mondo era racchiuso in un quadrilatero di periferia, una strada, una ferrovia, una scuola e un campo di pallone. Nell’ambiente scolastico che frequentavo portarsi i libri a casa, leggere il pomeriggio e la notte lontano dalle ore della scuola, era un segreto da custodire come un bacio. Ma le guerre che ha conosciuto la mia generazione non erano guerre vere e proprie, erano guerre per sentito dire, guerre raccontate, guerre che si perdevano in parole per quelli come noi abituati a vivere con le spalle voltate al mondo. Però c’era Sarajevo. Una signora che abitava al primo piano, sopra di noi, veniva da quelle parti. Sarajevo era in Europa. Sarajevo era un caso di malvagità psichiatrica. Fino a qualche anno prima la Jugoslavia era un posto in cui le famiglie dei miei amici andavano in vacanza, era così vicina, la Jugoslavia, al mio mondo racchiuso in un quadrilatero di periferia, che se mi affacciavo alla finestra sul giardino sentivo l’odore del licki kupus, il piatto di carne di maiale e crauti con patate bollite che ogni tanto la signora del primo piano cucinava. Eppure, in qualche modo, sembrava che nemmeno quella, per noi, fosse una guerra. Nella bocca d’ombra che ci ha coperto il capo per tutto il tempo della nostra giovinezza non poteva esserci una guerra, una guerra vera. È così che la mia generazione è diventata superflua, un’appendice insignificante nella storia, un piccolo tempo morto nel fluire dei secoli. Poco importa, poi, che qualcuno della mia generazione sia caduto sul campo in qualche videogame giocato per finta, in “missione di pace” naturalmente, lasciando il sangue su terre con nomi da leggenda medievale. Ah, le guerre. Le guerre che non ha voluto conoscere la mia generazione.

 

Izet Sarajlić, ULTIMO TANGO A SARAJEVO

Il novantaquattro, 8 marzo.
La Sarajevo degli amanti non si arrende.
Sul tavolo l’invito per il matinè di danza allo Sloga.
Naturalmente ci andiamo!
I miei pantaloni sono un po’ logori,
e la tua gonna non è proprio da Via Veneto.
Ma noi non siamo a Roma,
noi siamo in guerra.
Arriva anche Jovan Divjak. Dagli stivali si vede
che viene direttamente dalla prima linea.
Quando ti chiede un ballo sembri un po’ confusa.
Per la prima volta ballerai con un generale.
Il generale non immagina l’onore che ti ha fatto,
ma, a dire il vero, anche tu al generale.
Ha ballato con la donna più celebrata di Sarajevo.
Ma questo tango questo è solo nostro!
Per la stanchezza ci gira un po’ la testa.
Mia cara, è passata anche la nostra magnifica vita.
Piangi, piangi pure, non siamo in Via Veneto,
e forse questo è il nostro ultimo ballo.

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