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Stasera i Pearl Jam suonano a due chilometri da casa mia, vado a vederli dal vivo per la prima volta. Lo scorso anno sono stato a Firenze per il concerto di Eddie Vedder, sono stato anche nel backstage mentre suonava Glen Hansard. Non c’era nessuno nel backstage, c’era solo un cameriere che mi ha offerto una birra, poi sono entrato in un bagno chimico extralusso. Sapete, esistono anche i bagni chimici extralusso. Mi sono stufato presto del backstage dove non c’era nessuno e dove non succedeva niente di interessante, quindi sono tornato a godermi Glen Hansard. Stasera starò sul prato, niente backstage. Non mi aspetto granché, sono vecchio e dormo poco. L’ultima volta che hanno suonato a Roma era il ’96, facevo il servizio civile in un patronato a via Napoleone III, loro li avevo già messi in cantina, ascoltavo a ripetizione Anime salve di De André, che era uscito da poco. Avevo ventitré anni nel ’96, ad agosto avevo fatto una vacanza in Grecia, leggevo Solženicyn, giocavo la schedina ogni settimana, sempre la stessa colonna, per non doverci pensare troppo. Quando i Pearl Jam hanno suonato in Cile, a Santiago, qualche mese fa, un amico ha consegnato una copia di Anni luce a Eddie Vedder. C’era una lunga dedica in inglese (io che faccio una dedica a Eddie Vedder fa già ridere di per sé). Pare che Eddie, nel guardare la copertina, abbia sorriso e bofonchiato qualcosa. So già che non mi sentirò a mio agio stasera, ma non importa, non mi sento quasi mai a mio agio, in nessuna circostanza, e negli ultimi giorni va peggio del solito. Però c’è un bel fresco oggi a Roma, e una luce violenta. Per andare al lavoro passo ogni mattina dietro lo stadio Olimpico, stamattina in macchina ascoltavo Sparklehorse. Mentre fissavo i piloni che sorreggono l’enorme tensostruttura bianca che copre le tribune, la voce alterata e depressa di Mark Linkous ripeteva: “It’s a sad and beautiful world…”.

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Il plico bomba recapitato ieri nelle mani del tenente colonnello Alessandro Albamonte, capo di stato maggiore della Folgore di Livorno, conteneva una rivendicazione a firma Fai (Federazione anarchica informale) e un’invocazione che si presume fosse il movente dell’attentato, una frase che dice: “no a tutte le guerre”. Quest’episodio la dice lunga sull’epoca che stiamo vivendo, sulla confusione e l’approssimazione delle idee, sulla profonda degenerazione dei modelli di civiltà, sulla corruzione e il deterioramento delle lotte politiche. Il “Pinocchio fragile, parente artigianale di ordigni costruiti su scala industriale” aveva in mente di dare una lezione a quelli che per mestiere fanno la guerra. E la lezione in questione è stata paradossalmente un atto di guerra.La facilità, la falsa gloria, la caotica scala di valori che lui stesso ha contribuito a edificare,è stata descritta mille volte in romanzi e canzoni che fanno parte della storia culturale del nostro e di altri paesi. Ma il cattivo dilettantismo delle idee che ha generato un gesto insensato come quello di ieri (che è costato al militare otto dita delle mani e forse un occhio) è qualcosa di nuovo e di diverso dal passato, è lo specchio di un’approssimazione diffusa a ogni livello della società contemporanea. Trovo che il “No a tutte le guerre” che corredava il pacco bomba suoni come uno sberleffo alle forme più limpide di pacifismo. E trovo profondamente volgare appropriarsi di un’asserzione tanto nobile per rivendicare un atto terroristico tanto brutale e vigliacco.

Il ragazzino indossa un basco rosso e una tuta mimetica, l’arma che impugna è una baionetta di legno, i suoi denti e i suoi occhi luccicano spietati, ma di quella animalità dolce che è propria dei bambini. La mimetica e il basco non sono costumi di carnevale, o forse sì, ma di un altro carnevale, diverso da quello che conosciamo noi. In realtà la foto è stata scattata ad Harare, la capitale dello Zimbabwe, l’occasione è il trentesimo anniversario dell’indipendenza dell’ex Rodesia del sud dalla Gran Bretagna. Da queste parti c’è un presidente, Robert Mugabe, che una volta disse di se stesso: “Solo Dio può destituirmi”. E a quanto pare la cosa corrisponde al vero. Quest’uomo infatti è un vecchio di ottantasei anni ed è alla guida del suo paese da ventitré, ex professore e paladino della liberazione dal colonialismo, accusato dalle organizzazioni per i diritti umani di numerosi reati, tra cui persecuzione e tortura degli avversari politici, violenze sistematiche, appropriazione degli aiuti internazionali alle popolazioni del paese e altre nefandezze di ogni genere. L’ultima, in ordine di tempo, è questa parata di piccoli soldati messa in scena con l’intento di sostituire la propria immagine di decadenza fisica con la vigoria e la vitalità di una generazione di bambini guerrieri. L’oscenità del vecchio dittatore che sente forse vicina la destituzione da parte di Dio e pensa a corrompere i frutti più dolci della sua nazione è la rappresentazione finale del mondo, l’ultimo abisso dell’umanità.

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Fabrizio De André, SIDONE (SIDUN)

Il mio bambino il mio
il mio
labbra grasse al sole
di miele di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell’afa umida
dell’estate dell’estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio, l’eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.

Tutto è diventato irriconoscibile da quando non c’è più Fabrizio De André, perfino l’acqua in cui ci siamo immersi per annegare. La sua voce dolce e ferma di un altro tempo era l’ultima risorsa che avevamo fino a un decennio fa, era la sirena della sera che faceva resistere le nostre palpebre assonnate. Le canzoni sono delle bestie strane, avanzano costanti, si spingono in silenzio come barchette di carta, guadagnano terreno e si diffondono da una bocca all’altra, innestano nelle nostre menti e nei nostri corpi storie che non ci appartengono, o che forse ci appartengono troppo. E così, attraverso le canzoni di De André, io sento il profumo di quando ero bambino, sento l’odore di carta del sacchetto bianco dei gelati che riportava mio padre nelle sere d’estate, e la borsetta e il cappotto di mia madre che si fermava a guardare una partita di pallone fra ragazzini passando in mezzo a un campo tracciato a righe di gesso sull’asfalto della strada. Sono i muscoli della memoria che ci esortano a non lasciar cadere via i ricordi di ciò che eravamo, quelle piccole sfilacciature di vita che presto o tardi perderemo nella notte del tempo che passa. Sarà che De André sapeva più di ogni altro quanto fossimo vulnerabili, così lasciava cadere le parole dei suoi versi come gocce di whisky sulla sabbia, ti lasciava graffi di sangue vicino all’orlo della bocca e in prossimità del cuore, la fredda intensità delle sue canzoni ci lambiva come il fuoco. De André è stato il poeta di un altro popolo italiano, lo specchio di quello che avremmo potuto essere cantando i nostri nomi e le nostre domeniche di sole, senza lasciarci incenerire dalla volgarità di massa. Uno dei suoi autori preferiti, Álvaro Mutis, nei versi che seguono dice che ogni poesia “nasce da una sentinella cieca / che urla nel vuoto profondo della notte / la parola d’ordine della propria sofferenza”. Fabrizio De André è stata la sentinella della nostra poesia, il suo canto la parola d’ordine dei nostri anni da ricordare. Adesso, se mi affaccio alla finestra, scompare l’immagine del sacchetto dei gelati, scompaiono le sere d’estate e le partite di pallone, gli uccelli hanno perso l’ultimo volo, e nel cielo chiaro stanno a galla due nubi bianche. Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano, cosa importa se sono caduto se sono lontano…

Álvaro Mutis, OGNI POESIA

Ogni poesia un uccello che fugge
dal luogo indicato dalla piaga.
Ogni poesia un vestito della morte,
attraverso strade e piazze invase
dalla cera letale dei vinti.
Ogni poesia un passo verso la morte,
una moneta falsa di riscatto,
un tiro al segno nel bel mezzo della notte
traforando i ponti sul fiume,
le cui acque addormentate viaggiano
dalla vecchia città verso i campi,
dove il giorno prepara i suoi falò.
Ogni poesia il tatto irrigidito
di chi giace sulla lastra di pietra delle cliniche,
avida esca animale che percorre
la melma morbida delle sepolture.
Ogni poesia un lento naufragio del desiderio,
uno scricchiolio di alberi maggiori e di sartie
che reggono il peso della vita.
Ogni poesia un boato di tele che precipitano
sopra il ruggito gelido delle acque
con il crollo del pallido paranco delle vele.
Ogni poesia tesa a invadere e a lacerare
l’amara ragnatela della noia.
Ogni poesia nasce da una sentinella cieca
che urla nel vuoto profondo della notte
la parola d’ordine della propria sofferenza.
Acqua di sogno, fonte di cenere,
pietra porosa dei mattatoi,
legno in ombra dei semprevivi,
metallo che suona per i condannati,
olio funereo a doppio taglio,
quotidiano lenzuolo funebre del poeta,
ogni poesia semina nel mondo
l’aspro cereale dell’agonia.

E prima di scrivere di Polansky – poeta americano classe ’42, ma anche fotografo e operatore culturale – pensavo a De André, a quella parte dell’umanità che attraversa tutta la sua opera, a Khorakhanè, a “Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere”. Polansky è un poeta con una vita avventurosa e varia alle spalle, uno che vive da anni nei Balcani per dare voce poetica al popolo più maltrattato e oppresso della storia, quello “rom”, uno che si è rifiutato di combattere in Vietnam perché aveva visto “troppi bravi compagni di scuola tornare rovinati da quella guerra”. Nei suoi scritti c’è l’esperienza di sessantasette anni di vita vissuti intensamente e l’impegno a salvaguardia di una cultura, quella gitana, che la civiltà occidentale da sempre tende a cancellare. Nel 1994 il Comune di Weimar, in Germania, ha concesso a Paul Polansky il prestigioso Human Rights Award, consegnatogli dal Premio Nobel Günther Grass. La notizia è che Polansky sarà in tour in ottobre in occasione della pubblicazione del suo libro antologia “Undefeated / Imbattuto” per Multimedia Edizioni. Per gli approfondimenti www.casadellapoesia.org.

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Paul Polansky, IL POZZO

Mi presero al mercato
dove la mia gente una volta vendeva abiti,
dove gli albanesi ora fanno contrabbando.
Quattro uomini mi gettarono nel sedile di dietro
di una Lada blu, gridando “Ve lo abbiamo detto,
niente più zingari a Pristina.”
Mentre mi spingevano sul pavimento,
sentii la canna di una pistola nel mio orecchio sinistro. Era così fredda
che sobbalzai proprio mentre qualcuno premeva il grilletto.
Il sangue mi schizzò sulla faccia
dalla ferita sulla spalla.
Caddi giù, fingendo di essere morto.
Pregai la mia amata e defunta madre,
tutti gli spiriti, che quegli uomini non si accorgessero
da dove fuoriusciva il sangue.
Quando arrivammo, mi tirarono fuori
per i piedi. La testa sbatté per terra
rimbalzando su alcune pietre.
Mi gettarono a testa in giù in un pozzo.
Non toccai l’acqua.
C’erano troppi corpi.
Rimasi rannicchiato, quasi incosciente
fino a che l’odore della calce umida
mi fece riprendere i sensi.

Trattenni il fiato finché sentii
la macchina ripartire, poi mi sentii soffocare
dal fetore che mi circondava.
Con una sola mano, mi tirai su
arrampicandomi su gambe rigide
che mi fecero da scala.

La mia faccia, le mani, il mio intero corpo
bruciava per la calce. Usai dell’erba
per pulire quello che potevo,
poi camminai barcollando lungo una strada sporca
verso una lunga fila
di luci che si muovevano lentamente.

Venti minuti più tardi ero sull’autostrada
guardando i camion e le jeep color oliva,
che mi passavano accanto come se fossi un palo del telefono.
Alla fine crollai davanti a due fari.
Non so dire se l’ultimo suono che sentii
fu uno stridio o un grido.

Il giorno dopo in un ospedale militare
NATO fui interrogato per qualche minuto.
L’interprete albanese fece ridere i soldati.
A mezzogiorno stavo camminando
attraverso i boschi seguendo un sentiero per carri
che nessuno usava più,

tranne gli zingari
che fuggivano da un paese
in cui avevano vissuto
per quasi
settecento anni.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

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