Posts Tagged ‘fabrizio de andré’

It’s a sad and beautiful world

26 giugno 2018

Stasera i Pearl Jam suonano a due chilometri da casa mia, vado a vederli dal vivo per la prima volta. Lo scorso anno sono stato a Firenze per il concerto di Eddie Vedder, sono stato anche nel backstage mentre suonava Glen Hansard. Non c’era nessuno nel backstage, c’era solo un cameriere che mi ha offerto una birra, poi sono entrato in un bagno chimico extralusso. Sapete, esistono anche i bagni chimici extralusso. Mi sono stufato presto del backstage dove non c’era nessuno e dove non succedeva niente di interessante, quindi sono tornato a godermi Glen Hansard. Stasera starò sul prato, niente backstage. Non mi aspetto granché, sono vecchio e dormo poco. L’ultima volta che hanno suonato a Roma era il ’96, facevo il servizio civile in un patronato a via Napoleone III, loro li avevo già messi in cantina, ascoltavo a ripetizione Anime salve di De André, che era uscito da poco. Avevo ventitré anni nel ’96, ad agosto avevo fatto una vacanza in Grecia, leggevo Solženicyn, giocavo la schedina ogni settimana, sempre la stessa colonna, per non doverci pensare troppo. Quando i Pearl Jam hanno suonato in Cile, a Santiago, qualche mese fa, un amico ha consegnato una copia di Anni luce a Eddie Vedder. C’era una lunga dedica in inglese (io che faccio una dedica a Eddie Vedder fa già ridere di per sé). Pare che Eddie, nel guardare la copertina, abbia sorriso e bofonchiato qualcosa. So già che non mi sentirò a mio agio stasera, ma non importa, non mi sento quasi mai a mio agio, in nessuna circostanza, e negli ultimi giorni va peggio del solito. Però c’è un bel fresco oggi a Roma, e una luce violenta. Per andare al lavoro passo ogni mattina dietro lo stadio Olimpico, stamattina in macchina ascoltavo Sparklehorse. Mentre fissavo i piloni che sorreggono l’enorme tensostruttura bianca che copre le tribune, la voce alterata e depressa di Mark Linkous ripeteva: “It’s a sad and beautiful world…”.

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Il Pinocchio fragile

1 aprile 2011

Il plico bomba recapitato ieri nelle mani del tenente colonnello Alessandro Albamonte, capo di stato maggiore della Folgore di Livorno, conteneva una rivendicazione a firma Fai (Federazione anarchica informale) e un’invocazione che si presume fosse il movente dell’attentato, una frase che dice: “no a tutte le guerre”. Quest’episodio la dice lunga sull’epoca che stiamo vivendo, sulla confusione e l’approssimazione delle idee, sulla profonda degenerazione dei modelli di civiltà, sulla corruzione e il deterioramento delle lotte politiche. Il “Pinocchio fragile, parente artigianale di ordigni costruiti su scala industriale” aveva in mente di dare una lezione a quelli che per mestiere fanno la guerra. E la lezione in questione è stata paradossalmente un atto di guerra.La facilità, la falsa gloria, la caotica scala di valori che lui stesso ha contribuito a edificare,è stata descritta mille volte in romanzi e canzoni che fanno parte della storia culturale Leggi il seguito di questo post »

Cacciatori di agnelli

20 aprile 2010

Il ragazzino indossa un basco rosso e una tuta mimetica, l’arma che impugna è una baionetta di legno, i suoi denti e i suoi occhi luccicano spietati, ma di quella animalità dolce che è propria dei bambini. La mimetica e il basco non sono costumi di carnevale, o forse sì, ma di un altro carnevale, diverso da quello che conosciamo noi. In realtà la foto è stata scattata ad Harare, la capitale dello Zimbabwe, l’occasione è il trentesimo anniversario dell’indipendenza dell’ex Rodesia del sud dalla Gran Bretagna. Da queste parti c’è un presidente, Robert Mugabe, che una volta disse di se stesso: “Solo Dio può destituirmi”. E a quanto pare la cosa corrisponde al vero. Quest’uomo infatti è un vecchio di ottantasei anni ed è alla guida del suo paese Leggi il seguito di questo post »

Il poeta di un altro popolo italiano

1 settembre 2009

DeAndrèTutto è diventato irriconoscibile da quando non c’è più Fabrizio De André, perfino l’acqua in cui ci siamo immersi per annegare. La sua voce dolce e ferma di un altro tempo era l’ultima risorsa che avevamo fino a un decennio fa, era la sirena della sera che faceva resistere le nostre palpebre assonnate. Le canzoni sono delle bestie strane, avanzano costanti, si spingono in silenzio come barchette di carta, guadagnano terreno e si diffondono da una bocca all’altra, innestano nelle nostre menti e nei nostri corpi storie che non ci appartengono, o che forse ci appartengono troppo. E così, attraverso le canzoni di De André, io sento il profumo di quando ero bambino, sento l’odore di carta del sacchetto bianco dei gelati che riportava mio padre nelle sere d’estate, Leggi il seguito di questo post »

Paul Polansky Undefeated

26 luglio 2009

E prima di scrivere di Polansky – poeta americano classe ’42, ma anche fotografo e operatore culturale – pensavo a De André, a quella parte dell’umanità che attraversa tutta la sua opera, a Khorakhanè, a “Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere”. Polansky è un poeta con una vita avventurosa e varia alle spalle, uno che vive da anni nei Balcani per dare voce poetica al popolo più maltrattato e oppresso della storia, quello “rom”, uno che si è rifiutato di combattere in Vietnam perché aveva visto “troppi bravi compagni di scuola tornare rovinati da quella guerra”. Nei suoi scritti Leggi il seguito di questo post »

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