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Berlusconi ha detto che Mussolini fece cose buone. L’ha detto nel giorno della Memoria. Un paio di cose ho pensato. La prima è che sbaglia chi gli dà del fascista. Berlusconi non è fascista, per essere fascisti bisogna avere una convinzione politica, bisogna avere il coraggio di sostenere un’idea, per essere fascisti bisogna anche studiare. Berlusconi è peggio che fascista, è un becero qualunquista, un uomo che non pone limiti etici al perseguimento del proprio interesse per il quale è disposto a rinnegare perfino se stesso. La seconda è che di fronte a questo rigurgito stomachevole c’è stata una levata di scudi furente, il segno che nonostante anni di politiche buffonesche, di demolizione dei principi su cui si fonda la Repubblica Italiana (su tutti, appunto, l’antifascismo e il valore umano del lavoro) questo paese possiede ancora anticorpi vivi e vigili. E questo è qualcosa di cui dobbiamo ogni volta rallegrarci, perché non può essere mai dato per scontato.

Gli italiani non sanno cambiare democraticamente il proprio presente e il proprio destino. Non lo hanno mai saputo fare. Le loro rivoluzioni sono sempre state opera di eventi esterni ineluttabili, passaggi drammatici della storia, cataclismi politici. Mai e poi mai il voto democratico ha saputo spezzare la morsa di un potere costituito. È stato così al tempo della caduta del fascismo per la quale c’è voluto un evento catastrofico come la seconda guerra mondiale con i suoi 55 milioni di morti. È stato così per il collasso del sistema democristiano di governo avvenuto a seguito del più grande scandalo della storia repubblicana. Gli italiani lasciano passare anni, lustri, decenni, ere geologiche della politica, cristallizzandosi sulle proprie posizioni, ignorando il buono e il cattivo governo, sordi a ogni genere di indecenza, di oscenità, di corruzione, di clamore, incapaci perfino di distinguere il momento in cui avviene la propria morte morale. In questo modo deprezzano il più grande strumento democratico che è stato concesso loro dalla storia, il diritto di voto, lo sviliscono fino a renderlo superfluo. A differenza delle altre democrazie mature in cui l’alternanza di governo è cosa naturale e garanzia di progresso civile, in Italia si instaurano di volta in volta decennali monarchie, si radicano poteri inespugnabili che si aggrovigliano nel tessuto sociale come intestini marci in un ventre molle. Gli italiani non sono mai stati capaci di una rivoluzione popolare pulita, onesta, di proporre una primavera della democrazia, piuttosto hanno sempre preferito che qualcuno scegliesse per loro. Allora non vedo perché, anche stavolta, anche nella monarchia attuale, gli italiani avrebbero dovuto levare un grido di sconcerto di fronte alle barbarie, facendo sentire la propria voce nelle urne, diventando protagonisti di un rovesciamento politico da realizzare in nome della civiltà. Coloro che credono ancora in questa possibilità sono degli illusi. Anche l’ultima monarchia d’Italia (come quelle che l’hanno preceduta, e come la prossima e quella che verrà dopo ancora) cadrà per mano di eventi magmatici, di tracolli epocali, di smottamenti che lasceranno sul campo intere schiere, più morte che vive, e tutti noi saremo ancora lì a chiederci come abbiamo fatto a non decifrare neppure questo. Per gli italiani l’unica democrazia possibile è la somma delle proprie fughe nel territorio dell’immaginazione.

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Cesare Pavese, da LA TERRA E LA MORTE

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.

Venerdì a Cagliari ho conosciuto un ragazzo di 96 anni che si chiama Boris Pahor. L’ho accompagnato per un pranzo fuori orario in un famoso Caffé nel centro della città, qualche ora prima del suo incontro in programma per il Festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie. Una volta a tavola il ragazzo di 96 anni fissa il giovane cameriere che ci viene incontro e gli dice che vorrebbe mangiare qualcosa “al cucchiaio”, ma la richiesta, fatta così, appartiene fatalmente al linguaggio di un’altra età e di un altro mondo. Il cameriere non capisce che in quel modo Pahor gli sta semplicemente chiedendo una minestra in brodo (o perlomeno qualcosa che le assomigli), e facendo finta di niente gli serve un risotto con qualche frutto di mare sgusciato. A guardare quest’uomo – l’autore di Necropoli (Fazi), il romanzo che affronta il tortuoso incubo della colpa del sopravvissuto scampato al campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi – all’apparenza gracile come un uccellino, dai modi gentili ma fermi e con una voce forte e minuta che si accende di passione quando parla della sua tragica e grandiosa esperienza umana, mi viene in mente che quella dev’essere per forza la faccia del Novecento così come me la sono sempre immaginata. Poi, proprio quando mi aspetto che si metta a riferire dell’orrore vissuto in prima persona – o quantomeno che continui nel discorso accalorato che ha incominciato qualche minuto prima in taxi, una dura requisitoria sulla fuga negli Stati Uniti di una delle figure principali nello sviluppo della missilistica, quel Wernher Von Braun che coordinò la produzione dei missili V2 nei sotterranei di una fabbrica del campo di concentramento di Mittelbau-Dora – ecco che, all’improvviso, mi sorprende con il racconto tenerissimo e struggente dell’ultima opera a cui sta lavorando, un atto di amore e di ringraziamento rivolto alla moglie scomparsa di recente. Così, mentre nel Caffé in cui siamo seduti la gente va e viene ignorando lo scrigno di memoria che se ne sta seduto in quell’angolo davanti a un piatto di riso, non posso fare altro che tacere ed ascoltare in silenzio i suoi ricordi. Fin quando non raccolgo un po’ di coraggio e gli faccio la fatidica domanda: “Professore, come ha scoperto di essere uno scrittore?”. Allora ecco che nella sua gola la voce si fa più asciutta e parte il racconto della lotta per la sopravvivenza dell’identità slovena a Trieste durante il ventennio fascista, quando fu messa in atto una vera e propria politica di pulizia etnica con l’obiettivo di espellere dalla città qualsiasi cosa ci fosse di sloveno, dalle persone ai palazzi, dalle scritte sui muri alla lingua parlata. “Vede”, mi fa lui, “quando ti proibiscono di parlare nella tua lingua madre e ti costringono a usare una lingua che ti è sconosciuta allora scatta qualcosa dentro di te, una reazione. La mia reazione è stata quella di mettermi a scrivere in segreto nella mia lingua, lo sloveno. Si può dire che scrivere per me è stata una forma di resistenza culturale”. Nella vasta estensione di significati che racchiude ogni singola parola pronunciata da quest’uomo mi imprimo nella mente le sue parole, e la letteratura, il campo di battaglia che mi sono scelto, inizia a risuonare di un battere di tamburo. “Professore, grazie” è allora l’unica cosa che sono capace di dirgli, mentre fisso i suoi occhi inumiditi dalla vecchiaia che sembrano ridersela di questa epoca, del cameriere distratto, e della mia inconsapevolezza.

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