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Per quanto il suicidio sia sempre da considerare un momento di estrema solennità, ci sono due tipi di suicidio: il suicidio grandioso e il suicidio insignificante. A giudicare se un suicidio è grandioso o insignificante non è il modo in cui il suicida si suicida, ma il motivo che l’ha indotto al suicidio. Affare spesso complicato, perché non si può mai conoscere con certezza il motivo del suicidio. Qualche anno fa l’inaugurazione della fermata Dostoevskaya della metropolitana di Mosca fu rinviata perché i media sostenevano che l’immagine incombente di Dostoevskij nei murales ispirati a Delitto e Castigo era talmente macabra da risultare un’istigazione al suicidio. Ecco, un suicidio indotto dall’immagine incombente di Dostoevskij è un suicidio insignificante. Il suicidio insignificante ha una portata tragica maggiore del suicidio grandioso. Il suicidio politico ha sempre qualcosa di tragico che forse solo l’arte del romanzo è capace di indagare in tutta la sua complessità. Credo che il romanziere acuto immaginerebbe così l’ultimo suicidio politico di cui oggi tutti parlano: il suicida ha trascorso troppo tempo davanti al murales incombente di se stesso, e un suicidio indotto dalla contemplazione ostinata dell’immagine incombente di se stesso è al contempo grandioso e insignificante, e quindi tragico a metà. Nessuno ne capirà il motivo, e a trovarlo appassionante sarà solo chi si occupa per mestiere dei più inesplorabili abissi umani.

Se è vero che Salah è l’uomo che nel video del Daily Mail rivolge il kalashnikov verso una donna a terra ma non spara e la donna si rialza e scappa via, se è vero, come dice il fratello, che Salah non era radicalizzato, che era manipolabile, che all’ultimo istante forse si è tirato indietro, se è vero che anche i boia dello Stato islamico sono infuriati con lui perché non s’è immolato da kamikaze durante le stragi, e quindi ora abbiamo un Salah in fuga per le strade d’Europa braccato dal mondo intero con nella testa un pantano morale senza precedenti nella storia dei pantani morali d’oriente e d’occidente, e quindi ora abbiamo una donna che si è alzata ed è scappata da un bistrot un venerdì sera dopo aver visto l’occhio nero di un kalashnikov puntatole addosso, dopo aver visto – come si dice – la morte in faccia, una donna in fuga da un incubo, con nella testa un pantano morale che ha un unico precedente nella storia dei pantani morali d’oriente e d’occidente, ossia il precedente dell’uomo stesso che le ha puntato il kalashnikov addosso e che, all’ultimo, ha deciso di tirarsi indietro e di darsi alla fuga, se è vero che nel novembre del 2015 abbiamo questi due personaggi sotto le fitte nuvole d’Europa in giornate di ininterrotta battaglia, allora abbiamo il dramma dostoevskijano più grande di sempre, abbiamo un esorbitante romanzo europeo, abbiamo tutto quello che nessun autore al mondo oggi sarebbe capace di raccontare.

Una cosa mia uscita ieri su ilfattoquotidiano.it. Qui.

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Giorni fa parlavo con una persona e a un certo punto ci siamo chiesti: perché i grandi Outlet vengono costruiti lontano dalle città, spesso in mezzo al nulla, in luoghi però lambiti da un’autostrada? E la risposta che ci siamo dati è che un consumatore, dopo aver percorso decine di chilometri per visitare un Outlet, spendendo soldi in benzina e pedaggio autostradale, per nessuna ragione al mondo se ne tornerebbe a casa senza aver fatto acquisti. Il motivo per cui i grandi Outlet vengono costruiti lontano dalle città, quindi, ha evidentemente qualcosa a che fare con la psicologia dei consumi.

Lo stesso giorno, girando tra le pagine web, ho letto un articolo in cui si sostiene che è merito di Dostoevskij se la letteratura europea è diventata un campo psichico in cui a dominare è la dimensione interiore dell’individuo. Questa affermazione è senz’altro vera. O meglio, è vera la seconda parte dell’affermazione, quella secondo cui la letteratura europea è un campo psichico. Se poi il merito sia effettivamente da attribuire a Dostoevskij ho qualche dubbio. Diciamo che sono più orientato a pensare che il merito (se di merito si tratta) non sia ascrivibile al solo Dostoevskij, e soprattutto non sia confinabile al puro alveo della letteratura, semmai a una condizione del pensiero più estesa che risale a Cartesio e alla sua suddivisione tra res cogitans e res extensa.

Che sia o meno il padre del romanzo psicologico, mi sono chiesto cosa penserebbe Dostoevskij della psicologia commerciale e degli Outlet, e mi sono ricordato che in Delitto e castigo a un certo punto viene posta una domanda: “Ma cos’è che fa potente il denaro?” e la risposta è: “L’uomo che sta nel denaro”.

Si tratta di un problema filosofico enorme e di una risposta sensata alla domanda sulla dislocazione dei grandi Outlet. In pratica, se Dostoevskij potesse dire la sua sulla questione, probabilmente sosterrebbe che i grandi Outlet vengono costruiti lontano dalle città perché le merci non sono al servizio dell’uomo, ma è l’uomo a essere al servizio delle merci.

Questa concezione economica sembra stare agli antipodi, per esempio, della filosofia di Amazon, che prevede la consegna a domicilio delle merci acquistate. Dico “sembra” perché in realtà neppure nel caso di Amazon le merci sono al servizio dell’uomo.

Amazon e gli Outlet sono due modelli commerciali apparentemente contrapposti. Per acquistare negli Outlet il consumatore deve spostarsi per molti chilometri, paga il suo desiderio di shopping sostenendo delle spese aggiuntive, in altri termini spende del denaro per guadagnarsi il diritto a spendere. Con Amazon invece non ci si sposta da casa, si ordina un prodotto attraverso una connessione a internet, e per ricevere il prodotto si pagano delle spese di consegna. Anche in questo caso si spende del denaro supplementare per guadagnarsi il diritto a spendere.

In entrambi i casi, come del resto in tutto il sistema economico e produttivo occidentale, sono le merci che si impongono sull’uomo, mentre un uso molto raffinato della psicologia fa sì che l’uomo percepisca questa imposizione come un soluzione per lui vantaggiosa. È esattamente ciò che intendeva Dostoevskij sostenendo che l’uomo è dentro al denaro. Perciò, al di là delle riflessioni su Amazon, sugli Outlet e su Dostoevskij, al di là delle abitudini di spesa di ognuno di noi, sarebbe bene che ogni volta che ci chiediamo “Quanto denaro ho?” formulassimo la domanda in un altro modo: “Quanto ha, di me, il denaro?”

Quando penso a Dostoevskij, penso al mal di testa. Non perché Dostoevskij mi faccia venire il mal di testa. Penso al mal di testa perché immagino che uno come Dostoevskij, dopo aver scritto quei romanzi immensi, quei voli spericolati nella coscienza umana, dovesse finire le giornate con dei rovinosi mal di testa. Lui stesso, del resto, fa dire a Ivan Karamazov: “Sai a quale scopo ti sto dicendo tutto questo, Alëša? Non so, ho mal di testa e sono triste”. Quando penso a Chatwin, invece, penso al mal di piedi.

Giorni fa mi metto a parlare di libri con questa qui. Lei con aria molto affaccendata mi fa: “Io leggo tanto, sai, ma non i libri che pensi tu”. “Io non penso niente”, le rispondo. Lei ride, fa finta di darmi una spinta leggera. “Cioè non quei libri pieni di descrizioni”. “Ma gli scrittori descrivono”, le faccio presente. Fa una pausa, poi scuote la testa: “Sì, va be’”. Il suo “Sì va be’” va letto come una dichiarazione di insofferenza nei miei confronti, ma anche nei confronti dei libri, o meglio, di tutti quei libri che non sono stati scritti da Saint-Exupéry (che – per inciso – sono la maggior parte dei libri, ma lei non ne sembra molto convinta). Io non ho niente contro Saint-Exupéry, è solo che non mi piace perder tempo a parlare di libri con chi – sembra una banalità ma non lo è – non legge libri. Eppure il mondo oggi ci richiede di essere iper-competitivi e tutti dobbiamo avere un’opinione su qualsiasi cosa, e a questo non riesco ad abituarmi. Io per esempio non ho un’opinione sul mercato della bulloneria e sulle brugole, perciò non ho la pretesa di entrare in una ferramente e mettermi a discutere su quale sia la marca migliore di rivetti autofilettanti a testa tonda. E poiché non posso ogni volta mettermi a concionare – non ne ho la pazienza, la preparazione, la voglia – preferisco fare la parte dell’antipatico. Poi mi metto a pensare: “Boh, però chissà, magari lei stasera trova il coraggio di prendere in mano I fratelli Karamazov, e magari le piace pure, e poi si mette a fare paragoni, e capisce che Dostoevskij non è Saint-Exupéry”, a quel punto però mi vengono un sacco di scrupoli, perché forse avrei dovuto spiegarle con un po’ di pazienza cosa intendo di preciso quando dico che “gli scrittori descrivono”, insomma spiegarle che le persone che criticano un libro accampando la scusa che “ci sono troppe descrizioni” mi mandano in bestia. Tutto questo per dire che sono un estremista, un fanatico odioso e saccente, e che non mi piace parlare di libri. Anche se alla fine ne parlo tutto il giorno e con chiunque.

 

Il rapporto che ci lega alla parola scritta è molto simile alla relazione che, in quanto uomini, abbiamo con il divino. Questa relazione si fonda su un atto di fede, ossia su una professione di lealtà che facciamo nei confronti di una verità che consideriamo inconfutabile. La parola scritta ha per noi una forza e una solennità che viene meno quando ci troviamo al cospetto della parola orale. La parola scritta certifica le nostre esistenze, i nostri atti di esseri viventi sono registrati attraverso documenti, contratti, certificati, accordi, attestati, sulla parola scritta abbiamo tramandato la storia e fondato le nazioni. Nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America c’è un passaggio meraviglioso che dice:

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Qui il primato della parola scritta è evidente nell’insistenza con cui i rappresentanti dei 13 stati firmatari sottolineano l’importanza della Felicità tra i diritti inalienabili dell’uomo insieme alla Vita e alla Libertà. Ciò che salta immediatamente all’occhio è però la profonda discrepanza che corre tra la nobiltà degli intenti e la realtà storica e sociale su cui poi è stata effettivamente costruita una nazione come gli Stati Uniti d’America. Come a dire, la parola scritta tende a un principio ideale a cui poi dovrà tentare di uniformarsi quanto più possibile il comportamento degli uomini, ben sapendo che l’uomo, al contrario della parola, è corrotto per natura.

Nonostante ciò, un testo scritto, che sia un’opera letteraria o una carta costituzionale, è pur sempre il prodotto di un pensiero umano, o come ha detto l’antropologo Jack Goody “un addomesticamento del pensiero”. Tutte le maggiori religioni del mondo sono istituite su testi venerati come sacri che, per quanto si possa definirli “parola di Dio”, sono elaborazioni di uomini vissuti in carne e ossa.

Ora, ragionando su queste faccende che attengono alla presunta sacralità della scrittura, mi è capitato di riflettere su questo: certe grandi opere della letteratura universale hanno per la società dei lettori gli stessi attributi dei testi sacri nelle comunità di fedeli. Sono testi idolatrati, ritenuti incontestabili, pietre angolari dell’intelligenza umana e della creazione artistica.

Non che io voglia mettere in discussione l’importanza di Dante o di Kafka. Credo però che l’intangibilità della grande letteratura sia una pericolosa forma di mistificazione che tende a piegare la letteratura ai fini della conservazione del potere.

Mi conforta sapere che come me la pensava un intellettuale fuori dalle orbite disciplinari come Giorgio Manganelli che esprimeva la sua idea di letteratura così:

“La letteratura, ben lungi dall’esprimere la ‘totalità dell’uomo’, non è espressione, ma provocazione; non è quella splendida figura umana che vorrebbero i moralisti della cultura, ma è ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa; e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio”.

Un gesto arbitrario e vizioso, appunto. E quindi, come tutte le cose, opinabile.

A riportare i santi sulla terra ci hanno pensato spesso e volentieri altri santi, in una specie di lotta celeste che ha qualcosa di irresistibilmente comico e salutare. Così Nabokov tentò di demolire Dostoevskij perché lo reputava uno scrittore superficiale, inventore di intrecci perversi e malati. Allo stesso modo Virginia Woolf stroncò Joyce e, venendo a tempi più recenti, Bret Easton Ellis disse di David Foster Wallace: “È uno scrittore sopravvalutato”. Esempi fra i tanti che si possono fare di quell’esercizio che va sotto il nome di “dissacrare i mostri sacri”. Un esercizio di relativismo che non mina le basi culturali di una civiltà, ma anzi – credo – le rinforzi.

Corteggiavo Sunset Limited di Cormac McCarthy dal 2006, l’anno della sua uscita, lo stesso per intenderci de La strada. Guardavo quel libriccino scarno, un pugno di pagine scandite da quella litania, Bianco, Nero, Bianco, Nero, e non mi decidevo mai a comprarlo. E dire che ho una specie di venerazione per la prosa di McCarthy, però succede, che si lambisca un amore possibile, che non scocchi la scintilla nonostante l’attrazione, succede per qualche misteriosa ragione. Quello che so è che le letture sono percorsi, itinerari, i libri che facciamo susseguire sono legati da un senso, e noi non possiamo tradire la direzione, la strada che abbiamo intrapreso. Ciò che è capitato di recente è che Sunset Limited è finito precisamente nella mia direzione, in una lista ben precisa di opere di cui nutrirmi. O più semplicemente, è capitato che io avessi bisogno di lui. Non stiamo parlando di un romanzo, intendiamoci, diremmo piuttosto il testo di un’opera teatrale. O forse invece si tratta proprio di un romanzo (in forma drammatica, come ha precisato lo stesso McCarthy), un poderoso, dominante romanzo dostoevskijano. Un tavolo, l’interno di una casa popolare, e, appunto, un bianco e un nero. E un dialogo fiume sul senso della vita e della morte. Il Nero è un redento, cui una mattina capita di dover salvare uno sconosciuto, un professore, ossia il Bianco, dalle rotaie del Sunset Limited, sotto cui stava per gettarsi per porre fine alla sua vita. In mezzo ai due, sul tavolo, un libro. Una Bibbia. Il resto è vertigine pura, speculazione filosofica, religione, Dio, libero arbitrio. Splendido e sconvolgente, come poche cose.

La mia vita di lettore dei romanzi di Houellebecq si era precocemente interrotta nel 1999, anno di pubblicazione in Italia di Le particelle elementari. Tanto trovai nauseante quel romanzo che decisi in un colpo solo di mettere una pietra sul nome di questo scrittore. Complici di un simile giudizio tranchant erano stati quei critici letterari che si erano affrettati a fare paragoni davvero impossibili con gente come Céline e Camus. Se vuoi disgustare i lettori come me e convincerli immediatamente della poca o nulla affidabilità di questo e quell’autore, è sufficiente che tu gli dica frasi tipo “devi leggerlo assolutamente, è il nuovo Céline” (o il nuovo Dostoevskij, fa lo stesso, l’effetto è ugualmente garantito). Houellebecq nel frattempo ha pubblicato molte altre cose, e ha prosperato benissimo, va da sé, anche senza che io gli concedessi il mio sdegno o il mio sentito apprezzamento. Finché non mi è capitato sottomano quest’ultimo La carta e il territorio, uscito in Italia per Bompiani alla fine di settembre, storia di Jed Martin, artista suo malgrado, protagonista defilato dei vorticosi ambienti dell’arte contemporanea, che un bel giorno decide di dipingere il ritratto di Michel Houellebecq scrittore. Questa, l’avrete capito, non è una recensione, è piuttosto il racconto di una riconciliazione. Perché di questo si tratta, una riconciliazione tra un lettore (in questo caso io) e un autore (Houellebecq, qui presente anche nelle vesti di personaggio letterario). Mi costa davvero fatica un simile ravvedimento, sono generalmente ostinato, irremovibile, nei giudizi letterari. Però ho trovato in questo romanzo passaggi davvero folgoranti, descrizioni sublimi, su tutte gli uffici alla periferia zurighese che ospitano l’associazione per l’eutanasia Dignitas in cui il protagonista va a cercare i resti di suo padre scappato da Parigi per comprarsi una morte dignitosa, ed il contrasto con l’edificio del bordello Babylon FKK Relax-Oase, sontuoso ma semideserto, il quale induce Jed Martin a considerare che forse “il valore commerciale della sofferenza e della morte era diventato superiore a quello del piacere e del sesso”. Unica pecca, alla quale davvero fatico a trovare una spiegazione, è il motivo per cui nella copertina dell’edizione italiana abbiano optato per l’immagine di una colomba che cade dall’alto come lo spirito santo. Dicono che sia un’opera di Robert Gligorov dal titolo Divina. Io, con tutta la buona volontà, non sono riuscito a trovare un nesso con la storia. Chissà che non dovrò far passare altri undici anni (anche se Houellebecq stavolta non avrà colpe).

Dunque pensavo al dolore, in particolare a come esso nella nostra epoca venga prodotto su scala industriale e commercializzato come una merce qualsiasi, il dolore che porta profitto, che favorisce carriere, il dolore generato artificialmente e concepito per esclusivi scopi commerciali. Chi l’avrebbe detto fino a un secolo fa che il nemico più odioso del genere umano potesse diventare un potente alleato nella scalata all’utile? Certo, gli uomini fin dall’antichità hanno capito che il dolore è lo strumento principale attraverso cui imporre la propria autorità, è la paura di provare dolore che induce le masse a chinare il capo di fronte a colui che brandisce la spada, ma ciò che gli antichi avevano capito meno è che il dolore, oltre a persuadere, crea dipendenza, che il dolore è una parte che forma il gusto e quindi il piacere. L’aveva capito uno come Caravaggio, che col ragazzo morso dal ramarro approntò una metafora del dolore che si cela dietro un grande piacere. Ma Caravaggio era un artista e un genio, due qualità che si attribuiscono solo a chi possiede un certo grado di preveggenza riguardo alle sorti dell’umanità. L’aveva capito ancor di più Dostoevskij – che in quanto a genialità del resto non aveva nulla da invidiare a Caravaggio – che ne I Fratelli Karamazov pone a uno dei suoi personaggi, Alyosha Karamazov, un dilemma intollerabile: se il presupposto inevitabile ed essenziale per la felicità completa e definitiva degli uomini fosse la sottomissione e la tortura eterna di un bambino, di un solo bambino, tu lo permetteresti? Ecco, a giudicare da come vanno le cose, si direbbe che il dilemma morale di Alyosha Karamazov, dal ventesimo secolo in poi, sia stato sciolto nel verso inequivocabile del “sì, lo permettiamo, e non solo per uno, ma per mille, per diecimila, per un milione di bambini!”. La felicità (che – per dirla con Leopardi – non sussisterebbe senza dolore) non ha prezzo.

“Gli uomini, bisogna vederli dall’alto. Spegnevo la luce e mi mettevo alla finestra: essi neppure sospettavano che si potesse osservarli dal disopra. Curano la facciata, qualche volta la parte posteriore, ma tutti i loro effetti son calcolati per spettatori d’un metro e settanta. Chi ha mai riflettuto sulla forma d’un cappello duro visto dal sesto piano? Gli uomini dimenticano di difendere spalle e crani con colori vivi e stoffe vistose, non sanno combattere questo grande nemico dell’umanità; la prospettiva dall’alto”. Questo è uno degli incipit a mio giudizio più deflagranti dell’intera storia della letteratura. È tratto dall’Erostrato di Sartre, un racconto che compare nella raccolta Il muro. È la storia “alla Dostoevskij” di un intellettuale e voyeur all’ultimo grado del mondo che per affermare il suo rifiuto degli uomini spara tra la folla. Come l’omonimo pastore di Efeso che per immortalare il suo nome incendiò il tempio di Artemide, l’Erostrato di Sartre è accecato dal potere della rivoltella e dalla smania di compiere un gesto sensazionale che lo renda celebre fra gli uomini. I cinque racconti che compongono la raccolta de Il muro furono pubblicati da Sartre nel 1939. La distanza storica ci appare oggi stupefacente, considerata l’assoluta modernità di un tema come quello trattato in Erostrato. Questo è un racconto che mi ha inseguito a lungo, al quale ho dedicato lunghi studi e riletture critiche, che ho sviscerato parola per parola come non mi è più capitato con nessun altro testo letterario. E ciò nonostante non ha smesso di avere su di me quella luce, quell’originale forza di seduzione, con la quale mi ha abbagliato tanti e tanti anni fa. A volte penso che se è davvero possibile scrivere il racconto perfetto, quello in cui ogni frase è essenziale, dove non c’è una sola parola, un solo aggettivo pletorico, dove la condizione umana viene svelata in tutta la sua desolazione, allora Erostrato è, per quanto mi riguarda, un racconto perfetto.

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