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La mia vita di lettore dei romanzi di Houellebecq si era precocemente interrotta nel 1999, anno di pubblicazione in Italia di Le particelle elementari. Tanto trovai nauseante quel romanzo che decisi in un colpo solo di mettere una pietra sul nome di questo scrittore. Complici di un simile giudizio tranchant erano stati quei critici letterari che si erano affrettati a fare paragoni davvero impossibili con gente come Céline e Camus. Se vuoi disgustare i lettori come me e convincerli immediatamente della poca o nulla affidabilità di questo e quell’autore, è sufficiente che tu gli dica frasi tipo “devi leggerlo assolutamente, è il nuovo Céline” (o il nuovo Dostoevskij, fa lo stesso, l’effetto è ugualmente garantito). Houellebecq nel frattempo ha pubblicato molte altre cose, e ha prosperato benissimo, va da sé, anche senza che io gli concedessi il mio sdegno o il mio sentito apprezzamento. Finché non mi è capitato sottomano quest’ultimo La carta e il territorio, uscito in Italia per Bompiani alla fine di settembre, storia di Jed Martin, artista suo malgrado, protagonista defilato dei vorticosi ambienti dell’arte contemporanea, che un bel giorno decide di dipingere il ritratto di Michel Houellebecq scrittore. Questa, l’avrete capito, non è una recensione, è piuttosto il racconto di una riconciliazione. Perché di questo si tratta, una riconciliazione tra un lettore (in questo caso io) e un autore (Houellebecq, qui presente anche nelle vesti di personaggio letterario). Mi costa davvero fatica un simile ravvedimento, sono generalmente ostinato, irremovibile, nei giudizi letterari. Però ho trovato in questo romanzo passaggi davvero folgoranti, descrizioni sublimi, su tutte gli uffici alla periferia zurighese che ospitano l’associazione per l’eutanasia Dignitas in cui il protagonista va a cercare i resti di suo padre scappato da Parigi per comprarsi una morte dignitosa, ed il contrasto con l’edificio del bordello Babylon FKK Relax-Oase, sontuoso ma semideserto, il quale induce Jed Martin a considerare che forse “il valore commerciale della sofferenza e della morte era diventato superiore a quello del piacere e del sesso”. Unica pecca, alla quale davvero fatico a trovare una spiegazione, è il motivo per cui nella copertina dell’edizione italiana abbiano optato per l’immagine di una colomba che cade dall’alto come lo spirito santo. Dicono che sia un’opera di Robert Gligorov dal titolo Divina. Io, con tutta la buona volontà, non sono riuscito a trovare un nesso con la storia. Chissà che non dovrò far passare altri undici anni (anche se Houellebecq stavolta non avrà colpe).

Dunque pensavo al dolore, in particolare a come esso nella nostra epoca venga prodotto su scala industriale e commercializzato come una merce qualsiasi, il dolore che porta profitto, che favorisce carriere, il dolore generato artificialmente e concepito per esclusivi scopi commerciali. Chi l’avrebbe detto fino a un secolo fa che il nemico più odioso del genere umano potesse diventare un potente alleato nella scalata all’utile? Certo, gli uomini fin dall’antichità hanno capito che il dolore è lo strumento principale attraverso cui imporre la propria autorità, è la paura di provare dolore che induce le masse a chinare il capo di fronte a colui che brandisce la spada, ma ciò che gli antichi avevano capito meno è che il dolore, oltre a persuadere, crea dipendenza, che il dolore è una parte che forma il gusto e quindi il piacere. L’aveva capito uno come Caravaggio, che col ragazzo morso dal ramarro approntò una metafora del dolore che si cela dietro un grande piacere. Ma Caravaggio era un artista e un genio, due qualità che si attribuiscono solo a chi possiede un certo grado di preveggenza riguardo alle sorti dell’umanità. L’aveva capito ancor di più Dostoevskij – che in quanto a genialità del resto non aveva nulla da invidiare a Caravaggio – che ne I Fratelli Karamazov pone a uno dei suoi personaggi, Alyosha Karamazov, un dilemma intollerabile: se il presupposto inevitabile ed essenziale per la felicità completa e definitiva degli uomini fosse la sottomissione e la tortura eterna di un bambino, di un solo bambino, tu lo permetteresti? Ecco, a giudicare da come vanno le cose, si direbbe che il dilemma morale di Alyosha Karamazov, dal ventesimo secolo in poi, sia stato sciolto nel verso inequivocabile del “sì, lo permettiamo, e non solo per uno, ma per mille, per diecimila, per un milione di bambini!”. La felicità (che – per dirla con Leopardi – non sussisterebbe senza dolore) non ha prezzo.

“Gli uomini, bisogna vederli dall’alto. Spegnevo la luce e mi mettevo alla finestra: essi neppure sospettavano che si potesse osservarli dal disopra. Curano la facciata, qualche volta la parte posteriore, ma tutti i loro effetti son calcolati per spettatori d’un metro e settanta. Chi ha mai riflettuto sulla forma d’un cappello duro visto dal sesto piano? Gli uomini dimenticano di difendere spalle e crani con colori vivi e stoffe vistose, non sanno combattere questo grande nemico dell’umanità; la prospettiva dall’alto”. Questo è uno degli incipit a mio giudizio più deflagranti dell’intera storia della letteratura. È tratto dall’Erostrato di Sartre, un racconto che compare nella raccolta Il muro. È la storia “alla Dostoevskij” di un intellettuale e voyeur all’ultimo grado del mondo che per affermare il suo rifiuto degli uomini spara tra la folla. Come l’omonimo pastore di Efeso che per immortalare il suo nome incendiò il tempio di Artemide, l’Erostrato di Sartre è accecato dal potere della rivoltella e dalla smania di compiere un gesto sensazionale che lo renda celebre fra gli uomini. I cinque racconti che compongono la raccolta de Il muro furono pubblicati da Sartre nel 1939. La distanza storica ci appare oggi stupefacente, considerata l’assoluta modernità di un tema come quello trattato in Erostrato. Questo è un racconto che mi ha inseguito a lungo, al quale ho dedicato lunghi studi e riletture critiche, che ho sviscerato parola per parola come non mi è più capitato con nessun altro testo letterario. E ciò nonostante non ha smesso di avere su di me quella luce, quell’originale forza di seduzione, con la quale mi ha abbagliato tanti e tanti anni fa. A volte penso che se è davvero possibile scrivere il racconto perfetto, quello in cui ogni frase è essenziale, dove non c’è una sola parola, un solo aggettivo pletorico, dove la condizione umana viene svelata in tutta la sua desolazione, allora Erostrato è, per quanto mi riguarda, un racconto perfetto.

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