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Stamattina sfogliavo un classico della poesia del Novecento, l’antologia del ’64 curata da Fernanda Pivano famosa come Poesia degli ultimi americani recentemente ripubblicata da Feltrinelli. Mi sono soffermato in particolare sui versi di Robert Creeley. C’è un passaggio in una poesia dal titolo I postini disonesti in cui si legge: “La poesia suprema, indirizzata al / vuoto – questo è il coraggio”. La cosa coincide perfettamente con una serata a cui ho partecipato ieri; l’occasione, la presentazione del disco di due amici jazzisti con il vizio della poesia e l’impegno per l’arte, Marco Colonna e Ivano Nardi. Durante la serata mi sono seduto in disparte su un divano ad ascoltare la musica e a scrutare le facce delle persone presenti in sala. Ho lasciato andare i miei occhi fra le ombre, mentre la musica accendeva bagliori, lucciole, fari di tragitti, e le immagini proiettate sullo sfondo del palco (il profilo di Victor Jara, il volto di Pasolini incorniciato tra le conchiglie, gli occhi lucenti di Billie Holiday) legavano il tempo e la storia. Nei volti dei miei amici c’era scolpita la passione che non chiede nulla in cambio, niente più che una piega della bocca, un sorriso minuscolo, una stretta delle palpebre a cadere nel buio della musica. E ho pensato che – sì – la loro è davvero poesia suprema indirizzata al vuoto, coraggio e bellezza. Ma l’ho pensato solo stamattina, perché ieri non c’era verso di trovare la giusta definizione. Avevo bisogno di consultare un libro di poesie per farmi suggerire le parole buone. Vorrei possedere la leggerezza dei miei amici quando penso al mio lavoro, quando mi chiudo per ore dentro me stesso per cavare pagine piene di spettri, vorrei avere anch’io quel coraggio e indirizzarmi al vuoto, senza fare calcoli, senza castigare commozioni né avere timore delle parole. Va bene, allora è questo che voglio fare oggi, mettermi seduto al tavolo e aspettare un postino disonesto, qualcuno che mi rubi le lettere, le getti nel fuoco e mi faccia dire, “non me ne importa, etc.”.

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Robert Creeley, I POSTINI DISONESTI

Mi stanno rubando tutte le lettere, e
le buttano nel fuoco.
 
 
Vedo le fiamme, etc.
Ma non me ne importa, etc.
 
 
Bruciano tutto quello che ho, o quel poco
che ho. Non me ne importa, etc.
 
 
La poesia suprema, indirizzata al
vuoto – questo è il coraggio
 
 
necessario. Questo è qualcosa
completamente diverso.
 
 

Nel tempo in cui scoprivo i poeti della beat generation e mi perdevo nelle sere di primavera a correre con la mente dietro le avventure dei vagabondi americani a tempo di be-bop, sapevo che c’era una donna, qui da noi, che quei poeti aveva conosciuto e frequentato. In realtà quella donna aveva fatto di più, aveva tradotto quegli autori leggendari, ne era stata ambasciatrice e complice, e se io in quei giorni azzurri tenevo in mano i libri che parlavano di vagabondi beati alla ricerca della salvezza ascetica, e immaginavo una giovinezza epica sulle coste d’America, io lo dovevo a lei. Il solo pensiero di lei, della sua esistenza in vita, tracciava per me un filo invisibile che mi portava nel vivo di quella stagione irripetibile della letteratura del novecento. Era come se, al solo pronunciarne il nome, immediatamente si mettesse in moto una macchina del tempo che mi scaraventasse dritto nel Village della “trinità beat”, Kerouac – Ginsberg – Borroughs, e dei poeti, cantautori, scrittori, studenti, musicisti e artisti in fuga dalla società conformista, o nella Frisco del santone Henry Miller e della scuola di San Francisco, o nella Detroit dove Jack e Neal Cassady passavano sbronzi durante tutti i loro viaggi guidando una macchina vecchia e piena di giornali, libri e vestiti sporchi. Oggi lei non c’è più, è volata via con quel suo sorriso dolce e gli occhi stipati di vita, e forse senza di lei dovrò proteggermi un po’ di più dal freddo di questo inverno culturale, dovrò incominciare a credere che alla fine di un continente non c’è l’oceano e subito un altro pazzo autobus su cui saltare per tornare di nuovo indietro, dall’altra parte. Con lei svanisce un pezzo dei miei vent’anni, dei viaggi da vagabondo fatti per imitazione dei suoi poeti, delle notti insonni a guardare le stelle di Scozia, delle stazioni e delle maree che ci svegliavano a metà sonno costringendoci a fuggire sotto un ponte o una pensilina. Non l’ho mai conosciuta di persona, avrei avuto voglia di farle troppe domande, di correre con gli occhi dentro le sue belle rughe da ragazzina come se fossero state strade d’America. Arrivederci Nanda, nella prossima vita saremo beati per davvero.

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John Wieners, CAMMINO SOTTO LE STELLE LONTANE

 
 
 
Cammino sotto le stelle lontane
come facevo da piccolo con mio fratello, come facevo
in quelle lunghe, fredde
notti di S. Francisco, che sembravano non avere limiti –
solo viali
di colonne e sempreverdi,
senza muri.
E guardo in alto e vedo gli spazi tra le stelle
penso alle nebbie e alle miglia che le separano,
cosa attraverseremmo per essere insieme:
Così mi ritrovo a Churchill Street
tornando a casa dal negozio
gli occhi rivolti ai densi gruppi
che crepitano nella notte,
 
E sento di nuovo la domanda che dimora
nelle nostre menti
sull’idea che è dietro all’uomo
il suo posto nell’universo
e l’universo,
il suo posto nell’uomo.
 
E resto come quando avevo otto anni
con lo stupore di cos’è a creare tutto,
l’infinità tra ciascuna luce
e l’eternità di una.
E sono muto con la domanda
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