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La prima volta che ho letto Il grande Gatsby avevo una ventina d’anni. Poi l’ho riletto che avevo quasi quarant’anni. Cioè ieri, domenica pomeriggio, aria fresca di maggio, mio figlio che dorme compiaciuto nella sua stanza. A vent’anni odiavo Fitzgerald perché gli preferivo Hemingway, e a quell’età bisogna sempre amare qualcuno solo per avere una scusa per odiare qualcun altro, o viceversa. Così Il grande Gatsby aveva rappresentato per me uno sfiatato sfoggio di lusso letterario fatto di personaggi scialbi e ambientazioni fastidiosamente sontuose. L’ho odiato così tanto che col passare del tempo l’odio ha trasfigurato il ricordo, al punto da convincermi di aver letto un altro romanzo. Cosicché, se ieri mattina qualcuno mi avesse chiesto cosa ricordassi della storia di Jay Gatsby, io avrei tirato giù una storia che non esiste da nessuna parte, men che meno ne Il grande Gatsby. Questo per dire che ieri è come se avessi letto Il grande Gatsby per la prima volta, e per dire che ho fatto male a odiare Fitzgerald, e per dire che non si dovrebbe mai odiare uno scrittore e il suo libro (soprattutto a vent’anni, ma anche a quaranta, o sessanta, o ottanta, o cento) perché basta semplicemente non farseli piacere, e per dire che la grancassa pubblicitaria legata al lancio di un film tratto da un romanzo qualche volta non è solo rumore di fondo nelle nostra vite appartate, qualche volta è l’occasione per fare pace con un romanzo, qualche volta è l’occasione per pensare che i libri andrebbero letti due volte, soprattutto quelli che la prima volta non ci sono piaciuti.

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C’è una frase che tormenta Clay, il biondo protagonista di Meno di zero (Einaudi), il romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis (pubblicato per la prima volta nel 1985 negli Stati Uniti). È la frase che compare su un cartellone pubblicitario e che Clay scorge appena arrivato a Los Angeles per le vacanze di Natale di ritorno dal college che frequenta nel New Hampshire: “Sparire qui”. In questa frase si addensa il senso profondo di tutto il romanzo, un’insuperabile contro-epopea americana sulla pulsione di distruzione che strozzò una generazione di giovani ricchi e assenti nella California dorata degli anni Ottanta. Espressione migliore della cosiddetta narrativa minimalista, Meno di zero è l’opera che mise fine al ciclo dei grandi romanzi di protesta generazionale che hanno contrassegnato la letteratura americana del Novecento, da Fitzgerald a Salinger fino a Kerouac. La protesta contro l’establishment benpensante e la rincorsa all’american dream approdano qui sulle coste auree del west, dove ventenni ricchi sfondati soffocati da un’endemica incapacità di provare sentimenti come il piacere, la paura, l’amore, non trovano più niente contro cui combattere. Per questi cavalieri dell’angoscia non c’è altro da fare se non, appunto, sparire, e cercare di farlo il più in fretta possibile, in un posto qualsiasi, in una strada qualsiasi; qui. Un adesso che non è più il carpe diem oraziano, ma un tempo presente dilatato e informe che ha l’aspetto di una voragine che tutto inghiottisce, uomini, storie, senso. Un classico, come si dice, della contemporaneità; un’opera – Meno di zero – da leggere e rileggere.

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