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Chiunque abbia praticato, anche solo una volta in vita sua, l’arte della scrittura conoscerà senz’altro quella sensazione che prende il cuore quando la storia comincia dal nero e lentamente, come nei vecchi televisori a valvole, si dilata, e il puntino luminoso che era in origine diventa sempre più grande, fino ad illuminare completamente lo schermo. Scrivere è come aprire la finestra in un giorno di sole e sentire l’odore di lenzuola fresche asciugate dal vento del mattino. Imbocchi una strada senza rumore (perché il rumore non fa parte della scrittura), ti avvii placidamente in quel viale ombroso tra le cortecce grigie dei platani, e scopri dietro ogni curva un paesaggio diverso e sorprendente. In Una storia di amore e di tenebra, Amos Oz descrive l’atto della creazione narrativa come una lunga sequenza di scelte che l’autore deve incessantemente operare. Scrivere in sostanza – secondo lui – non sarebbe altro che prendere un’infinita serie di decisioni, decisioni che riguardano la preferenza di un aggettivo, la selezione di un nome per un personaggio o per una città, un destino, una ripetizione, una lingua, un titolo, un a capo, e così via. Compiere la scelta di essere narratore equivale ad esercitarsi nella difficile arte della responsabilità, significa incoraggiare se stessi a mettersi continuamente nei panni di un altro, secondo un principio che è proprio di ogni etica sociale, sia essa laica che confessionale. E in questo senso credo che ogni bambino dovrebbe essere incoraggiato alla pratica dell’invenzione, a concepire delle storie, ad assumersi la responsabilità di decidere della sorte di un personaggio d’immaginazione e a confrontarsi con situazioni astratte. Questo non significa allevare in maniera coercitiva generazioni di piccoli scrittori in erba, significa piuttosto insegnare loro ad assolvere i piccoli e grandi doveri della vita. Scrivi quando? – è la domanda che a sua volta si pone Francisco José Viegas nella poesia che segue. La mia risposta è: sempre. Per scrivere infatti non serve un foglio di carta o un computer, una pagina non sarà mai grande abbastanza per contenere l’universo che inonda la memoria. L’oceano che si muove dentro la testa di uno scrittore è incessante, e lo scrittore cammina ai suoi bordi, in solitudine, e ogni momento in cui si ferma dalle colonne alte ad osservarlo, ecco che si leva il suo grido di bruma. Scrivere è stare lì ogni momento della vita a ripararsi dalle onde doppie.

Francisco José Viegas, SCRIVI QUANDO?…

Scrivi quando? Fai molte volte questa domanda
in mezzo alle osservazioni casuali, ma tu sai
la risposta. Aspetti che venga una nuvola
o che ti sveglino gli animali in mezzo alla notte.

Tremi, per così poco pericolo. La morte
lentamente si posa sulle tue spalle, come un sospetto.
Soffri molto, due giorni di pioggia ti ricordano
il passare del tempo, la dolcezza delle cose, dolce

veleno, quello dell’oblio. Tante volte lo cerchi,
in tanti modi, non ti fai conto di nessuno.
Solo, solo nel mondo, inventariando i segreti,

solo in questa voce, solitario sulla pagina di un libro,
nessuno ti visita o chiama nel tuo sogno, a nessuno
appartieni, a nessuna vita che verrà.

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