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Non ho mai amato l’ora del mattino, lo schizzo di luce debole che intacca la stanza da uno spiraglio della finestra, l’odore del sonno che mi porto dietro dal letto fin dentro il lavandino e nello specchio, dove la mia faccia si ricollega a quello che ero la sera prima. Voterei volentieri per l’abolizione del mattino. Mi avvilisce la guazza di solitudine che incontro nelle scale quando scendo per prendere la macchina, gli ultimi sogni che si disfano nell’aria, il calco delle ossa sul materasso ancora caldo, il sigillo del freddo sul viso, le luci piccole e spettrali della città. C’è la prua di una nave che si spinge in mare aperto, così immagino le strade, un eterno lungomare, una lunga perdita e un lungo passaggio. Nella macchina trovo il tepore del climatizzatore, il conforto di una radio che offre musica e rassegna stampa, l’odore forte di un deodorante per auto alla lavanda. Esco dal garage e mi tuffo nel mondo. Così ogni mattino è una partenza e un saluto attenuato dai rumori lontani, dal disastro dei pensieri peggiori, dalle lancette che mi dettano la vita, ogni mattino un mantello che mi copre le spalle. Ogni mattino quel malato esperto di faccende ospedaliere che pettegola davanti all’ufficio, ogni mattino lo scarico delle merci, ogni mattino l’esasperante lentezza del traffico, dei timbri, delle lunghe attese che rovinano i nervi, ogni mattino le campane della chiesa che suonano per nessuno, ogni mattino l’interminabile enumerazione dei presenti, ogni mattino le scale e la minerale piccola al distributore automatico e i buongiorno controvento e controvoglia. È così che l’uomo contemporaneo ammuffisce, una vita intera a fare finta di partire.

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Franco Fortini, LA PARTENZA

Ti riconosco, antico morso, ritornerai
tante volte e poi l’ultima.

Ho raccolto il mio fascio di fogli,
preparata la cartella con gli appunti,
ricordato chi non sono, chi sono,
lo schema del lavoro che non farò.
Ho salutato mia moglie che ora respira
nel sonno sempre la vita passata,
il dolore che appena le ho assopito
con imperfetta, di sé pietosa, atterrita tenerezza.
Ho scritto alcune lettere ad amici
che non mi perdonano e che non perdono.
E ora sul punto di dormire
un dolore terribile mi morde
come mille anni fa quando ero bambino
e lo chiamavo Iddio, e Iddio è questo
ago del mondo in me.

Fra poco, quando dai cortili l’aria
fuma ancora di notte e sulla città
la brezza capovolge i platani, scenderò per la via
verso la stazione dove escono gli operai.
Contro il loro fiume triste, di petti vivo,
attraverso la mobile speranza
che si ignora e resiste,
andrò verso il mio treno.

Il mese scorso ho letto Il grande silenzio (Laterza), il bel libro-intervista ad Alberto Asor Rosa curato da Simonetta Fiori sulla dissoluzione di quel legame tra intellettuali e politica che ha contraddistinto il dibattito politico e culturale italiano fin dagli albori del Risorgimento. Il “grande silenzio” che dà il titolo al libro non è altro che la caduta del pensiero critico in un vuoto interminabile, in un silenzio, appunto, catastrofico e raggelante, rovinoso quanto il dominio incontrastato esercitato dalla cosiddetta “civiltà montante”, massmediatica e globalizzata, che domina la contemporaneità. L’intervista all’intellettuale Asor Rosa è un’occasione per una lunga passeggiata in un bosco in cui, di volta in volta, si incontrano gli infiniti occhi di personaggi celebri, come Togliatti e Pasolini, Berlinguer e Fortini, Eco e Calvino, e così via, finché – con la stagione del terrorismo – la strada si fa buia, le ombre si allungano e si spegne definitivamente l’illusione delle classi intellettuali di poter operare attivamente sulla realtà. È un libro importante, soprattutto per quelli della mia generazione, perché offre lo spunto per comprendere meglio le ragioni di alcune sostituzioni – la critica letteraria soppiantata dal marketing, l’audience come surrogato della qualità, la ricerca culturale scalzata dalle logiche industriali – che hanno trasformato lo scenario editoriale italiano in uno spaccio aziendale, nel discount di paccottiglia che ci appare oggi. I motivi che hanno condotto, in Italia, alla sconfitta storica del ceto intellettuale sono molteplici e variegati. Io credo (così come, con molta più autorità di me, lo crede Asor Rosa) che nella vicenda che ha portato alla sua dipartita, lo stesso ceto intellettuale non sia stato esente da colpe. Pasolini diceva: “Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. Ecco, io suggerisco di leggere questo libro, se non altro per essere informati, perché di fronte allo scandalo che proveremo di fronte all’inconsistenza delle prossime campagne condotte da qualche scialbo cartello di scrittori contemporanei accompagnati per mano da editor saccenti e compiaciuti, non si rischi di essere, per l’appunto, banali.

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