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Una volta bastava poco per rimettermi in sesto dopo una pausa dalla corsa, per ricalibrare le andature, il battito cardiaco, la frequenza dei passi, il recupero. Adesso ci vuole molto, ci vogliono mesi, e non torno mai al punto di prima, ma sempre un po’ più indietro, torno al prima del prima. Non c’è una cosa più chiara di questa che mi descriva l’invecchiamento. Durante l’ultima visita, il medico sportivo mi ha detto: “La sua è un’età particolare, ha ancora la testa di un trentenne che le dice di correre come un trentenne; ma il corpo, il corpo è di un quarantenne, e corre da quarantenne”. Insomma la testa e il corpo parlano lingue diverse. Ma in quello scarto c’è un sentimento tutto da raccontare. Ce l’avevo anche da ragazzino quello scarto: avevo dieci anni e me ne sentivo quaranta; ne avevo venti e me ne sentivo cento. François Jullien, teorico nello scarto, ha scritto: «Fare uno scarto significa uscire dalla norma, procedere in modo inconsueto, operare uno spostamento rispetto a ciò che ci si aspetta e a ciò che è convenzionale. In breve vuol dire rompere il quadro di riferimento e arrischiarsi altrove, temendo altrimenti di arenarsi». Ecco, per tutta la vita, credo, il leitmotiv – per così dire – che ha originato tutti i miei comportamenti, è stato principalmente questo: cercare uno scarto per non arenarmi.

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