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Ho fallito col giardinaggio, è morto tutto, tre viti americane, una dipladenia, una bouganville, un agrume, la salvia. La stagione bellissima in cui ho creduto di poter curare un giardino, di potermi curare con un giardino, di poter trovare la mia difesa in un giardino, questa stagione infiammante, piena di fiducia, è finita. Ciò che è morto è morto. In compenso nel vialetto è cresciuto un tappeto di erba infestante. Cosicché ho comprato un diserbante, ho versato il diserbante sul vialetto. Ma il diserbante non ha diserbato. L’erba risplende più lucida e rigogliosa che prima. “Nella lotta fra te e il mondo vedi di assecondare il mondo” (Kafka).

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Da un giornale del 1915: «La metamorfosi di Kafka e il rischio dell’emulazione. È innegabile che il racconto trasmetta la convinzione che la casa della famiglia Samsa sia un posto senza speranza. Il problema non riguarda tanto i giovani “deviati”, ma gli altri. Sono quelli delle famiglie borghesi che non solo si vestono e parlano come commessi viaggiatori, ma spesso adottano anche un comportamento scarafaggesco, comportandosi da bacherozzi perché incapaci di sfilarsi una mela dalla schiena».

Uno scrittore, al termine della propria vita, non avrà mai letto un libro con la libertà di un lettore che non ha velleità di scrittura. Questo è il problema principale che uno scrittore ha con i libri degli altri. Lo scrittore non può godersi una buona storia in santa pace senza che in lui non si manifesti il fastidioso spiritello che gli rivolge la domanda: “Tu saresti in grado di scriverlo?” Perché lo scrittore è abituato a considerare la lettura, suo malgrado, come una sfida inconfessabile. La lettura di un libro è per uno scrittore il terreno per una contesa letteraria, il campo vagheggiato di una lotta feroce che si ingaggia con l’altro scrittore, l’antagonista assente. C’è un che di profondamente infantile in tutto questo, c’è lo spirito con cui da bambini si sfidava il supereroe dei cartoni in Tv in una lotta immaginaria sul lettone dei genitori. Il carattere infantile di questa cosa è accentuato dal fatto che lo scrittore-lettore tenderà a sopravvalutare le proprie forze, a dire tra sé e sé – magari mentre legge Kafka – che quella frase sarebbe stato capace di scriverla anche lui. Se lo scrittore-lettore non è un presuntuoso non dirà che avrebbe addirittura saputo fare meglio di Kafka, ma lo pensa (oh se lo pensa…). La natura di questa follia fa sì che lo scrittore-lettore abbia un rapporto conflittuale con i libri e con la lettura in generale. Dichiarerà ai quattro venti di amare la lettura più della scrittura, dirà che leggere è l’unico consiglio saggio che si sente di dare a un giovane che intende accostarsi alla pratica della scrittura, ma in realtà odierà profondamente i libri e quel momento di solitudine perfetta in cui sfoglia la prima pagina di un romanzo e si immerge in un nuovo mondo. Li odierà e li amerà con la passione sviscerata con cui i grandi ossessivi odiano e amano le cose che gli procurano ansia e tormento. Allo stesso modo odierà e amerà se stesso in rapporto alle sue letture del momento, odierà e amerà la propria scrittura, i propri pensieri sul mondo letterario, le proprie idee, i propri progetti. Lo stesso Kafka, in una lettera a Max Brod, ha elencato quattro impossibilità legate all’atto della scrittura; tra queste ha dichiarato l’impossibilità di scrivere, perché la disperazione non è una cosa che si possa “calmare scrivendo”. Senza voler dare di gomito a un vecchio cliché romantico, il motivo per cui uno scrittore sarà sempre un lettore infelice è che lo scrittore non è mai un uomo felice.

Sere fa parlavo con una persona e ho detto: “Più invecchio e meno ho rispetto per i libri, li leggo, certo, ma al primo segno di cedimento li abbandono”, al che mi è tornata in mente una frase di Kafka che avevo letto giusto qualche giorno prima, la frase dice: “Se il libro che leggiamo non ci sveglia come un pugno che ci martella il cranio, allora perché leggerlo?”

Al supermercato, accanto al reparto surgelati, ho visto una coppia sulla sessantina, lei con un abito colorato come un giardino botanico, lui alto e sportivo, con una leggera incurvatura nella schiena e una magrezza aristocratica, lei guardava lui e a un certo punto gli ha detto: “A che pensi?”, e lui ha risposto: “Alla luce di qua dentro. È la stessa di un obitorio”.

 

Il rapporto che ci lega alla parola scritta è molto simile alla relazione che, in quanto uomini, abbiamo con il divino. Questa relazione si fonda su un atto di fede, ossia su una professione di lealtà che facciamo nei confronti di una verità che consideriamo inconfutabile. La parola scritta ha per noi una forza e una solennità che viene meno quando ci troviamo al cospetto della parola orale. La parola scritta certifica le nostre esistenze, i nostri atti di esseri viventi sono registrati attraverso documenti, contratti, certificati, accordi, attestati, sulla parola scritta abbiamo tramandato la storia e fondato le nazioni. Nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America c’è un passaggio meraviglioso che dice:

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Qui il primato della parola scritta è evidente nell’insistenza con cui i rappresentanti dei 13 stati firmatari sottolineano l’importanza della Felicità tra i diritti inalienabili dell’uomo insieme alla Vita e alla Libertà. Ciò che salta immediatamente all’occhio è però la profonda discrepanza che corre tra la nobiltà degli intenti e la realtà storica e sociale su cui poi è stata effettivamente costruita una nazione come gli Stati Uniti d’America. Come a dire, la parola scritta tende a un principio ideale a cui poi dovrà tentare di uniformarsi quanto più possibile il comportamento degli uomini, ben sapendo che l’uomo, al contrario della parola, è corrotto per natura.

Nonostante ciò, un testo scritto, che sia un’opera letteraria o una carta costituzionale, è pur sempre il prodotto di un pensiero umano, o come ha detto l’antropologo Jack Goody “un addomesticamento del pensiero”. Tutte le maggiori religioni del mondo sono istituite su testi venerati come sacri che, per quanto si possa definirli “parola di Dio”, sono elaborazioni di uomini vissuti in carne e ossa.

Ora, ragionando su queste faccende che attengono alla presunta sacralità della scrittura, mi è capitato di riflettere su questo: certe grandi opere della letteratura universale hanno per la società dei lettori gli stessi attributi dei testi sacri nelle comunità di fedeli. Sono testi idolatrati, ritenuti incontestabili, pietre angolari dell’intelligenza umana e della creazione artistica.

Non che io voglia mettere in discussione l’importanza di Dante o di Kafka. Credo però che l’intangibilità della grande letteratura sia una pericolosa forma di mistificazione che tende a piegare la letteratura ai fini della conservazione del potere.

Mi conforta sapere che come me la pensava un intellettuale fuori dalle orbite disciplinari come Giorgio Manganelli che esprimeva la sua idea di letteratura così:

“La letteratura, ben lungi dall’esprimere la ‘totalità dell’uomo’, non è espressione, ma provocazione; non è quella splendida figura umana che vorrebbero i moralisti della cultura, ma è ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa; e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio”.

Un gesto arbitrario e vizioso, appunto. E quindi, come tutte le cose, opinabile.

A riportare i santi sulla terra ci hanno pensato spesso e volentieri altri santi, in una specie di lotta celeste che ha qualcosa di irresistibilmente comico e salutare. Così Nabokov tentò di demolire Dostoevskij perché lo reputava uno scrittore superficiale, inventore di intrecci perversi e malati. Allo stesso modo Virginia Woolf stroncò Joyce e, venendo a tempi più recenti, Bret Easton Ellis disse di David Foster Wallace: “È uno scrittore sopravvalutato”. Esempi fra i tanti che si possono fare di quell’esercizio che va sotto il nome di “dissacrare i mostri sacri”. Un esercizio di relativismo che non mina le basi culturali di una civiltà, ma anzi – credo – le rinforzi.

Ogni scrittore cerca di raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Tuttavia la scrittura pone dei confini molto ben definiti, confini di lingua, di genere, confini geografici, eccetera. Si è tentato di annullare questi confini coniando il termine “modernità”. Con questo termine si è creata una categoria esclusiva e privilegiata, che nel volgere dei decenni ha estromesso tutte le altre, fino a ottenere una sorta di monopolio sulla letteratura. Tutto ciò che non rientra nei canoni della modernità non è degno di pervenire alla gloria letteraria, rimane un sottoprodotto della – appunto – modernità. Stiamo parlando, si badi bene, di un periodo storico che si apre con Kafka e Musil e che perdura fino ai giorni nostri. Elemento distintivo di questa supremazia della modernità sulla letteratura è la componente etica. Ogni scrittura deve contenere un giudizio morale sulla propria società di riferimento. Anche prodotti culturali apparentemente sprovvisti di “moralità” contengono in realtà un giudizio di natura etica su ciò che accade nel mondo contemporaneo. Lo “sguardo morale” accompagna e definisce la modernità, ne traccia i confini. Il problema è che oggi la modernità si è ridotta a una mera confezione commerciale entro la quale vengono racchiusi i libri che possono essere pubblicati (poiché li esige il mercato), definisce inoltre ciò che “si può” da ciò che “non si può” chiamare letteratura. Anche all’interno di generi letterari come il romanzo storico devono emergere messaggi moderni. Questa modernità drogata dall’economia di mercato è però una falsa modernità. Ma nella società capitalistica dei consumi sembra essere l’unica possibile.

Il mio amico è seduto sul divano del soggiorno. Gli domando: “Hai letto Il sogno del Celta di Vargas Llosa?”. Lui scuote la testa. “Sai”, mi fa, “c’è tutta una letteratura che forse leggerò in un’altra vita. Parlo di quei sudamericani, Cortázar, Amado, Guimarães Rosa”. Io sorrido: “Quelli li leggi a vent’anni, o non li leggi più”. Lui annuisce. “Esatto”, dice. “Io a vent’anni non li ho letti, per cui credo di aver perso il giro”. Non so quanto ci sia di vero in questa teoria, però credo che ci siano effettivamente degli autori che vanno affrontati al momento giusto, e spesso capita che quel momento coincida con un’età della nostra vita irrimediabilmente sorpassata. Così penso che se non avessi letto i beat in quella particolare età in cui vanno letti i beat (ossia nella prima feconda giovinezza) con tutta probabilità me li sarei persi per sempre. Vale lo stesso per i classici russi, e per i vittoriani, per gli esistenzialisti francesi, o per singoli autori come Kundera, Hesse, Kafka. Naturalmente è tutto molto opinabile e ciascuno ordina a suo modo gli autori nel proprio speciale catalogo delle età e delle letture. Per cui mi sono messo a riflettere su quali saranno i libri che leggerò in un’altra vita. La conclusione che ne ho tratto è avvilente. Mi sono sentito come un cittadino sconsolato che sfoglia l’elenco telefonico della repubblica internazionale delle lettere sapendo già che non potrà chiamare che una parte infinitesima di quei nomi.

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