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Spesso mi domandano che cosa mi manca di più nella vita, ed io rispondo sempre la verità: “Uno scrittore”. La battuta non è così assurda quanto può sembrare. Se succedesse di ritrovarmi con un impegno ineludibile di scrivere un racconto di quindici cartelle per la sera stessa, lui avrebbe lavorato sui miei innumerevoli appunti, e sono sicuro che il testo sarebbe arrivato in tempo per essere stampato. Forse sarebbe stato un racconto molto scadente, però l’impegno sarebbe stato compiuto, in fondo era soltanto questo ciò che volevo dimostrare con questo esempio. In cambio, io non sarei in grado di scrivere un telegramma di felicitazioni né una lettera di condoglianze senza rovinarmi il fegato per un’intera settimana. Per questi doveri indesiderabili, come per tanti altri della vita sociale, la maggior parte degli scrittori che io conosco hanno voluto appellarsi ai buoni uffici di altri scrittori. (Qui il testo completo)

A Gabriel Garcia Márquez si deve perdonare tutto, tranne il vestito di lino bianco la sera del Nobel, tranne quello.

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Tra i consigli di scrittura di Gabriel Garcia Márquez c’è questo: “Si deve iniziare a scrivere con il desiderio che quello che scriviamo sia la migliore cosa che abbiamo scritto in tutta la nostra vita, perché alla fine rimarrà qualcosa come frutto di questo desiderio”.

Ieri pomeriggio ero in tram, seduta accanto a me c’era una coppia di ragazzi, si guardavano e ridevano, non facevano altro che questo, dopo un po’ lui ha preso la mano di lei e le ha scritto qualcosa sul palmo, con un pennarello, lei ha letto la cosa che lui aveva scritto e ha sgranato gli occhi, poi ha piegato la testa da una parte e ha fatto un sorriso segreto, lui ha gonfiato il petto, mi sono sembrati entrambi deliziosi, senonché dopo qualche minuto sono riuscito a leggere la frase, lui le aveva scritto: “Sei il mio polmone verde”.

Una recensione-fiume, ricchissima, articolata, di Giuseppe Barreca a “La misura del danno”. Qui l’articolo originale.

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“Questo strano ibrido politico … questa specie di chimera mitologica che portava sul corpo i segni di una grande ferita fisica … e morale – la vecchia accusa di abuso di minore – impersonava compiutamente un paese sopravvissuto a un ventennio di sfascio e di decadenza, ne era la rappresentazione umana, la misura del danno”. Read More

Ogni tanto si legge di qualche  classifica che mette in fila gli incipit letterari più belli di tutti i tempi. In genere al primo posto compare sempre il leggendario “Chiamatemi Ismaele” che apre il Moby Dick di Melville, poi segue ineluttabile il colonnello Buendìa di García Márquez che davanti al plotone di esecuzione si rammenta della scoperta del ghiaccio, e poi, ancora, Proust e il suo imperituro “Longtemps” che dà avvio alla Recherche. E così via, l’elenco potrebbe essere infinito. Quello degli incipit è un gioco personale e avvincente in cui tutti gli appassionati di letteratura cadono presto o tardi. Per quanto mi riguarda sono tre gli attacchi che, più di tutti, negli ultimi anni hanno folgorato il mio cuore di lettore. Al primo posto metterei senza dubbio l’incipit di Beloved di Toni Morrison: “Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini”. Poi l’invito angoscioso e quasi di scherno di Jonathan Littell ne Le Benevole: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. E infine Javier Marías che in Un cuore così bianco mette in scena un formidabile “Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era da poco tornata dal suo viaggio di nozze, entrò nel bagno, si mise davanti allo specchio, si aprì la camicetta, si tolse il reggiseno e si cercò il cuore con la bocca della pistola del padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti”. Ne ho citati appena tre. In realtà ho un intero universo di incipit letterari che mi ronza nella testa, come un’uccelliera piena di piume in sospensione di cui ricordo perfettamente per ciascuna l’uccello del paradiso a cui apparteneva. Si dice che un buon incipit debba racchiudere in poche parole l’intero romanzo, debba essere in breve un distillato della storia, conservarne l’aroma ed avere almeno una parola tra silenzio e colpa che scagioni l’autore dall’accusa di invadenza e convinca il lettore a imbarcarsi nel viaggio che lo attende. Secondo me la domanda che si cela dietro un incipit è sempre: Si può riconoscere, assaggiando un chicco di grano, il sapore del pane che verrà?

Mohammed Bennis, LUOGO

Come macchia viene la scrittura
dall’ala della morte
dal fondo
dello smarrimento
da un vuoto padrone
che estasia luce sulle proprie estensioni
dalle mie antitetiche stirpi
oggi tra noi richiami di tatuaggi
e cieli bassi

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