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Alle sette in punto nel mattino assolato mi ha sorpassato un camion, dietro al camion c’era un adesivo con la scritta: “Più lavoro, meno pensieri”, a me è venuto in mente 1984, di George Orwell e i tre slogan del Partito: “La guerra è pace; La Libertà è schiavitù; L’ignoranza è forza”.

Flavio Tosi, a Verona, ha firmato un’ordinanza che vieta di distribuire nelle aree del centro alimenti e bevande a persone senza fissa dimora, le violazioni sono punite con multe fino a cinquecento euro. Dato che l’ordinanza è in vigore da martedì 22 aprile fino a venerdì 31 ottobre 2014, e che quindi da sabato 1° novembre, salvo proroghe, le persone senza fissa dimora potranno ricominciare a mangiare, è del tutto evidente che la decisione del sindaco leghista vada iscritta al capitolo “guerra all’obesità”.

Lo ribadivo qualche giorno fa in una discussione pubblica sul web: detesto il termine “tolleranza”. Lo detesto come tutte le parole abusate di cui si è smarrito il significato autentico. Si “tollera” ciò che di per sé è considerato riprovevole ma ineludibile. In questo senso, la voce tolleranza diventa un vocabolo che serve a mascherare un’insofferenza di fondo contro qualcuno o qualcosa. Insomma, un contraffazione del più becero razzismo. Oggi, nel linguaggio sociologico e religioso, è passata invece l’idea che tollerare significhi possedere la capacità individuale e collettiva di coesistere pacificamente con persone singole o gruppi sociali che vivono e si comportano in maniera diversa dalla propria. Insomma, siamo di fronte a uno di quei travisamenti linguistici di cui abbonda il lessico italiano contemporaneo. Sul concetto di tolleranza, già a partire dal Cinquecento, si è ampiamente dibattuto nei secoli passati. La graduale accettazione di una pluralità di opinioni in campo etico, politico e morale ha condotto questo termine a proporsi come baluardo del diritto alla libertà d’opinione. Nulla da eccepire da un punto di vista filosofico. Il problema si pone sul piano sociale e in tempi strettamente recenti. Tollerare oggi significa né più né meno che sopportare. E la sopportazione, si sa, porta con sé forme inevitabili di logoramento. Altra cosa è invece quella che Karl Popper individuava come “valorizzazione della reciprocità” che include la possibilità della critica e del confronto in nome del progresso sociale, scientifico e civile. Sulla perdita di significato, sullo spostamento di senso, sul disperdersi delle parole, ha scritto recentemente, e molto meglio di me, Gianrico Carofiglio nel suo La manomissione delle parole (Rizzoli). Carofiglio ci ricorda che nel secolo scorso già Orwell mostrava nei suoi scritti come “combattere contro il cattivo linguaggio significhi, anche, opporsi al declino della civiltà”.

Eppure in giro non vedo grandi atti di ribellione. La rivolta mi sembra più che altro un argomento invocato da coloro che si annoiano nel tempo che gli resta dopo aver saziato i propri bisogni privati. Se le cose stanno così, vuol dire che la rivolta oggi è una parola priva di speranza. In quei piccoli atti concreti di ribellione che si scorgono tra le pieghe del nostro tempo, io intravedo più che altro rassegnazione, e la rassegnazione, si sa, è all’opposto della ribellione. Due esempi che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni: la protesta degli studenti contro la riforma universitaria e il suicidio di Mario Monicelli. Due rivoluzioni a loro modo bellissime, ma che includono al loro interno la radice amara della rassegnazione. Questo perché le strutture del potere corporativo, liberista, capitalista, hanno costretto sempre più il ribelle entro un perimetro ristretto in cui esercitare la propria rabbia, l’impegno morale a cui è vincolato non gli consente di intuire la cattività della propria condizione, così accade che perfino quella sua rivolta diventi vantaggiosa per il sistema di potere contro cui si pronuncia (la bagarre che si è scatenata ieri alla Camera sul tema del fine vita durante il ricordo di Monicelli ne è una riprova). Così, nel nostro tempo, io vedo sempre più miraggi di rivoluzioni che non offrono niente e non promettono niente, che poi, come ben sapeva Orwell: “ogni opinione rivoluzionaria attinge parte della sua forza alla segreta certezza che nulla può essere cambiato”.

Stamattina rileggevo dei brani tratti da Nel ventre della balena e altri saggi di Orwell. Un passaggio in particolare mi ha colpito, quello in cui Orwell dice: “Uno stato totalitario rappresenta in effetti una teocrazia, e la casta regnante, allo scopo di conservare la propria posizione, deve passare per infallibile. Ma dato che in pratica nessuno è infallibile, è spesso necessario alterare gli eventi passati allo scopo di dimostrare che questo o quell’errore non fu commesso, o che questo o quel leggendario trionfo fu effettivamente ottenuto. Allora, di nuovo, ogni fondamentale cambiamento nella politica richiede un corrispondente cambiamento di dottrina e una rivalutazione delle figure storiche principali. Queste cose accadono ovunque, ma è chiaramente più probabile che portino a delle complete falsificazioni nelle società dove solo una opinione è quella sempre lecita”. Considerato che i saggi in questione risalgono al 1940, leggendoli ho avuto la netta sensazione che la Storia si fosse cristallizzata, o che per un bizzarro scherzo del tempo io mi ritrovassi a fare considerazioni inattuali su situazioni politiche vecchie di decenni. Eppure le riflessioni di Orwell in ordine ai totalitarismi a alle reazioni delle società di riferimento sono sorprendenti. Ne sanno qualcosa i docenti della scuola. Una verità comunemente accettata dagli storici è che il crollo di tutti i totalitarismi ha significato la fine del tentativo di costruzione ideologica della realtà. Leggendo Orwell, oggi, mi domando se questa cosa sia poi così vera.

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