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Sono un appassionato di opere minori. Non so se sia un bene o un male, è una cosa che va così. Non sono il tipo che va matto per i cosiddetti capolavori. O se li apprezzo, li apprezzo come un atto dovuto, senza troppi salamelecchi, riconoscendone la grandezza punto e basta. In un cosiddetto capolavoro ci trovo sempre un’unità di misura che non mi incanta. Preferisco le vie secondarie, le opere preparatorie – più che Guernica, mi piacciono gli studi per Guernica – o quelle che sono compiute in sé ma che nell’opera omnia d’un artista restano in secondo piano, sullo sfondo, annidate nell’ombra. Di tutti i grandi romanzi scritti da Cormac McCarthy, per esempio, il mio preferito è il piccolo Sunset Limited. Ammiro Simenon, uno che ha scritto una valanga di romanzi minori, tutti di gaudiosa qualità, senza tuttavia aver prodotto un vero e proprio capolavoro. Di Kerouac, che è il mio mito letterario di gioventù, ho amato senza fine Tristessa, uno struggente libriccino che narra dell’amore per una ragazza di Città del Messico distrutta dalla droga e dalla vita miserabile. Di Henry Miller non Tropico del Cancro, ma Primavera nera. E così via. Credo che la grandezza di un artista si intuisca meglio nel piccolo, quando sembra giocare col proprio talento. Avrei voluto incontrare Coppi a passeggio sulla ciclabile una domenica mattina, o osservare Maradona mentre scherza con la palla in allenamento. Avrei voluto vedere Muhammad Ali, appena sveglio, acchiappare al volo una mosca.

Ogni volta che ammazzano qualcuno, c’è la televisione che va a intervistare i passanti chiedendo loro se conoscevano l’assassino, e i passanti che conoscevano l’assassino dicono: “La conoscevo come una brava persona. Lavorava”. Questo vuol dire che nel nostro paese avere un lavoro è ancora garanzia di rettitudine e di integrità morale, oppure che uno che ha un lavoro di solito non ha il tempo di ammazzare la gente. Ora, in Italia ci sono tre milioni e centoquarantamila disoccupati che sono, fino a prova contraria, brave persone. Read More

L’ultima volta che ho comprato un tagliacapelli elettrico sono entrato in un negozio e ho chiesto al commesso un tagliacapelli elettrico e il commesso mi ha mostrato una vetrina dove erano esposti tutti i modelli disponibili di tagliacapelli elettrici in ordine crescente di prezzo, ho scelto il mio tagliacapelli e sono andato a pagarlo alla cassa. Poi quel tagliacapelli si è rotto (e, signori, sappiate che i tagliacapelli, come tutte le cose, si rompono mentre li stiamo utilizzando, perciò il mio vecchio tagliacapelli si è rotto mentre mi stavo tagliando i capelli, lasciandomi in condizioni protopunk). Read More

 

Forse un giorno qualcuno dovrà scrivere qualcosa che assomigli a una critica ragionata delle frasi minori dei romanzi. Intendo dire frasi di raccordo, rappresentazioni secondarie, descrizioni di scenari quasi del tutto insignificanti, di cui in sostanza il romanzo potrebbe anche fare a meno, ma che a volte colpiscono l’immaginazione di un lettore come una rivelazione. Senza scomodare Joyce e le sue epifanie, momenti “in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione”, ciò di cui parlo è qualcosa che accade non tanto all’interno del romanzo, quanto nel cosmo immaginativo del lettore. Mi è capitato stamattina, mentre leggevo una pagina de Il clan dei Mahé di Simenon, di imbattermi in una frase del tutto marginale, la descrizione dell’inizio di un temporale estivo sull’isola di Porquerolles, in cui è ambientata la storia:

“In quel preciso istante scoppiò il temporale: grosse gocce di pioggia finalmente caddero crepitando sul fitto fogliame e penetrarono mollemente nella superficie della polvere bianchiccia che ricopriva la strada lasciandovi dei fori”.

Ho la netta sensazione che fra qualche mese, quando avrò dimenticato particolari anche rilevanti del romanzo di Simenon (per quanto al momento la reputi una lettura magnifica), questa frase sarà ancora ben presente in me, si sarà incuneata nel fondo della mia coscienza lasciando tracce percettibili, proprio come quei fori lasciati sulla polvere dalle grosse gocce di pioggia di quel temporale estivo. Quel che resta nella mente di un lettore dopo aver letto un romanzo, anche quando scompare dalla memoria ogni traccia dei protagonisti o della vicenda, è spesso una sensazione ricavata da frasi come questa, frasi evidentemente di una potenza descrittiva fuori dal comune, capaci di imprimersi nel ricordo come un odore. A proposito di odori, Proust – uno che di queste cose se ne intendeva – in un famoso passaggio della Recherche ha scritto:

“Quando d’un passato antico niente sussiste, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora per lungo tempo, come anime, a ricordare, a attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile l’immenso edificio del ricordo”.

Ecco, io penso di avere dentro di me uno sterminato paesaggio di rovine in cui i libri che ho letto, spesso, sopravvivono nei ruderi di una frase minore, cippi di colonne isolate che si ergono nelle macerie di tutto il resto. Tutta la letteratura che in una vita siamo capaci di ingurgitare, insomma, presto o tardi si riduce a questo.

Lessi La camera azzurra di Simenon qualche anno fa, tra un viaggio in metropolitana, una sosta sulle panchine di un parco e una lunga notte insonne durante la quale, come in una tempesta in calma di vento, riconsiderai la capacità che possiede la letteratura di incidere sulle nostre vite di uomini. Pochi libri hanno avuto su di me il potere di congelare la vita per il tempo della loro lettura; La camera azzurra è uno di questi. La domanda «Ti ho fatto male?» che la sensuale Andrée rivolge all’amante Tony, mentre giace nuda sul letto sfatto di un albergo di provincia dopo aver fatto l’amore in un pomeriggio d’estate e osserva lui che si asciuga una goccia di sangue dal labbro, condensa in quattro parole il vuoto e l’abisso di una relazione clandestina che da lì a breve sfocerà nella rovina di entrambi. «Se io mi ritrovassi libera faresti in modo di liberarti anche tu?» è l’interrogativo agghiacciante che pone Andrée subito dopo e che alla luce dei fatti sanguinosi che seguiranno – ossia il duplice delitto del marito di Andrée e della moglie di Tony – assume una luce sinistra e inquietante.  La camera azzurra che dà il titolo a questo romanzo perfetto è il luogo in cui si consuma la passione dei due amanti, una camera d’albergo in Bretagna, e se le tinte hanno le loro parole, l’azzurro di questa camera è la libertà del cielo che sconfina in un posto costruito per mantenere i segreti. Simenon sembra che sappia tutto sulla provvisorietà delle relazioni umane, e questo fa di lui uno dei più grandi scrittori del Novecento. La storia a due che di schianto si conclude con un processo per omicidio è una perfetta allegoria della miseria degli uomini, di quanto poco questa piccola razza di viventi valuti le conseguenze delle proprie azioni e di quanto, in fin dei conti, siamo tutti scoperti ed indifesi di fronte ai rovesci delle passioni che dominano e squassano i nostri vili e piccoli cuori.

Tempo fa mi hanno chiesto di pensare a un momento della mia vita in cui ho provato un senso profondo di pace e di beatitudine e di rivivere col pensiero quel momento cercando in esso tutti i dettagli che riuscivo a recuperare dalla memoria. Così l’immagine secca e precisa che mi è accorsa alla mente è di una terrazza lunga come una piccola spiaggia e affacciata su una valle ampia e verde, sulla terrazza c’erano dei tavolini e qualche solitario immerso nella lettura di un libro, alle mie spalle il piccolo campanile di una chiesa sconsacrata. Nel recuperare quell’immagine tuttavia ho capito subito di essere incappato in un errore. Nella realtà, infatti, sulla terrazza non c’era alcun lettore solitario, eppure la mia mente aveva deciso, in maniera del tutto arbitraria, di popolarla di questi sparuti personaggi. Dirò di più, in questa ricostruzione fittizia di un momento di vita vissuta io avrei potuto perfino elencare ogni singola lettura a cui si dedicavano questi sconosciuti. Uno di loro, un grassone barbuto col respiro asmatico e in testa un ridicolo cappello di paglia, puntava i suoi minuscoli occhialini tondi sulle pagine di un romanzo di Simenon. Un altro, un giovane sui sedici anni, si intratteneva nientemeno che con Thomas Mann (e chissà la faccia di quel tiranno di un professore che glielo aveva imposto tra i compiti per le vacanze!). E che dire della donna con gli occhiali e un orologio di plastica arancione che si sventolava il viso con una copia di Uomini e topi di Steinbeck? Andando più a fondo, per ciascuno di essi avrei potuto elencare perfino gli oggetti depositati sui tavoli davanti a loro, un mazzo di chiavi, un lettore di musica digitale, una macchina fotografica, un cellulare, un calice da vino, un foulard, una rivista di viaggi e così via. E ancora, avrei potuto descriverne il tono della voce – perché si dà il caso che per tutti e tre c’è stato un momento, un’occasione, in cui hanno dovuto rompere il silenzio perfetto del mattino per pronunciare qualche parola a voce alta – tratteggiarne i vizi e le virtù, misurarne la decenza e i talenti, fino a consegnare le loro vite a un lettore ignaro che per puro caso si fosse imbattuto in questo strampalato racconto. Così facendo, si capisce, la mia memoria ha perso fatalmente la propria innocenza e il suo candore. La scrittura è sempre un atto estremo di disonestà e di corruzione.

“La poesia era per me come una valvola di fuga, un mezzo di consolazione, una sublimazione di ciò che non incontravo nel mondo”. (Juan Larrea)

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