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Lui è un clandestino rumeno e oggi i giornali ci raccontano della sua storia speciale. Si è nascosto nel vano carrello di un aereo e ha volato nei cieli che separano Vienna da Londra scampando per miracolo a una morte sicura. Quanta fame deve avere un uomo per chiedere a Dio un anticipo tanto grande sui prodigi divini? Mettiamo il caso che lui si chiami Anghel, da lassù non c’è luogo di questo pezzo antico d’Europa che i suoi occhi non abbiano scrutato, la terra ha cambiato nome una volta, un’altra e un’altra ancora, fino ad arrivare alle rive di Dover, alle veloci raffiche di vento e di uccelli, a una destinazione che a lui sarà sembrato un paradiso. Così mentre il corpo di Anghel congelava tra le nuvole, la sua mente sarà corsa dietro a quel ricordo di quando da bambino, vicino al molo del porto di Costanza, un vecchio pescatore gli mise tra le mani una conchiglia dorata, e lui mostrò quella conchiglia a suo padre e gli giurò che da grande avrebbe legato la conchiglia a uno spago e ne avrebbe fatto una collana da portare al collo per tutta la vita. Anghel non sa che fine abbia fatto la conchiglia, sa che suo padre è morto di crepacuore il giorno del suo quindicesimo compleanno, e adesso, mentre vola al di sopra di un fiume calmo e liscio che si distende come una serpe magra tra lunghi campi verdi, se lo immagina, suo padre, mentre tenta inutilmente di sfogliare un giornale con la pelle delle mani disfatta e i calli maldestri che scricchiolano intirizziti. Gli uomini normali, pensa Anghel, sono contornati di cose, hanno appartamenti stipati di oggetti, hanno vestiti e macchine a motore, hanno soldi in banca e relazioni sociali, io ho solo questo corpo, pensa Anghel, solo questo corpo che ho infilato nella pancia di un aereo e che l’aereo, pensa Anghel, sputerà a terra come le feci verdi di un uccello; quassù io non ho più nemmeno l’ombra. Austrian Airlines, deve aver letto da qualche parte, una scritta rossa su un muro o tra le stelle. Dopo l’ultima fase di atterraggio i funzionari dell’aeroporto l’hanno visto cadere dal carrello. Anghel ha potuto così riunirsi alla sua ombra.

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Gëzim Hajdari, da CORPO PRESENTE

Dammi la tua ombra
per la mia ombra
che sente freddo
nel suo nome
insegnami il tuo silenzio
la mia follia ne ha bisogno
per inventarsi un Dio
fammi conoscere la neve!
voglio nascondere
sotto la sua pelle
le parole mai dette

Quando un uomo è ricco solo della parola e quel poco che gli è concesso se lo guadagna con un lavoro che non gli appartiene, solo perché la sua vita ha preso una direzione discordante il giorno che ha deciso di denunciare e combattere gli abusi del potere, quell’uomo diventa un poeta dissidente, o più semplicemente un poeta. Su questo foglio a cristalli liquidi che mi sono messo a scarabocchiare prendendo appunti di letteratura e di oppressione, oggi traccio il nome di Gëzim Hajdari, poeta albanese dell’esilio, della solitudine e del viaggio. Trasferitosi in Italia nel ’93, dopo aver ricevuto numerose minacce di morte per via del suo impegno come esponente politico e giornalista di opposizione al regime di Berisha, Hajdari ha lavorato per anni come pulitore di stalle, bracciante agricolo, manovale e aiuto tipografo e ora vive a Frosinone, guadagnandosi da vivere con conferenze e lezioni interculturali. Si definisce un poeta migrante, sostenendo che “tutti i grandi poeti sono stati dei migranti, perché liberandosi della nazionalità raggiungevano altre dimensioni, valori universali”. Il bilinguismo di cui si serve per scrivere, in italiano e in albanese, è l’impronta visibile di questo incontro di culture, il cristallo fragile rappresentato dalla madrepatria e la lotta del tempo presente, qui in Italia.

Gëzim Hajdari, da STIGMATE/VRAGË

Quanto siamo poveri
io in Italia vivo alla giornata
tu in Lushnje non riesci a bere un caffè nero
la nostra colpa: amiamo la terra
la nostra condanna: vivere soli divisi dall’acqua buia

ritornerò in autunno come Costantino
mentre sulle colline natali tu già hai raccolto l’origano
da portare nella mia stanza ancora sgombra
ora vivo al posto di me stesso
lontano da un paese che divora i propri figli

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