Posts Tagged ‘giacomo leopardi’

Fiorellini stupidi

15 maggio 2017

Da quando sono andato ad abitare in una casa col giardino dormo meglio, apro la finestra e sento gli uccelli, l’aria mi sembra più fresca. Ieri ho interrato delle piantine colorate, roba con un sacco di fiorellini stupidi. Oggi una delle piantine con i fiorellini stupidi si è ammosciata, in una maniera che mi pare irreparabile, e non posso fare niente perché si riprenda. Ho passato tutto il fine settimana a interrare fiori e piante, e oggi ecco che già devo dissotterrarne una e gettarla nel sacco nero dell’immondizia. Da ragazzino e per tutto il periodo dell’adolescenza, fino alla prima giovinezza, ho vissuto in una casa col giardino. Ma in tutto quel tempo non ho mai curato un solo fiore. Però guardavo le donne della borgata che passavano il pomeriggio a curare fiori e mi chiedevo cosa ci fosse di così tranquillizzante nel curare i fiori. Oggi credo di aver capito che non c’è niente di tranquillizzante, ma è solo un esercizio che serve a procurarsi la speranza, e quindi l’angoscia, l’angoscia dell’attesa che qualcosa vada storto. Ora, Leopardi ha scritto che “la speranza è una passione turbolentissima, perché porta con sé necessariamente un grandissimo timore che la cosa non succeda; e se noi ci abbandoniamo a sperare, e per conseguenza a temere, con tutte le nostre forze, troviamo che la disperazione e il dolore sono più sopportabili della speranza”. Ecco allora perché, tutto sommato, gettare la piantina nel sacco nero dell’immondizia è molto più riposante che interrarla, concimarla e annaffiarla. Più o meno credo che la stessa cosa funzioni con Dio, e con un sacco di altre cose, ed è il motivo per cui i fiorellini stupidi, tutto sommato, per quel poco che vivono, vivono molto meglio di noi.

Il mondo da lontano

12 novembre 2015

Sabato scorso tra le corsie del supermercato si aggirava una donna con un enorme orso di peluche, l’orso era riverso nel carrello della spesa come il passeggero di una nave da crociera in preda al mal di mare, un quarto d’ora più tardi ho rivisto la donna e l’orso che scendevano le scale mobili, poi li ho visti di nuovo nel garage, laggiù l’orso sembrava ancora più grande, non so, sembrava cresciuto.

Nell’epistolario tra Giacomo e Paolina Leopardi raccolto nel volume Il mondo non è bello se non veduto da lontano, edito da Nottetempo a cura di Laura Barile e Antonio Prete, c’è una lettera scritta a Bologna il 10 ottobre 1825 in cui Leopardi dice alla sorella: “Paolina mia. Tu scrivi colla tua solita sensibilità, e mi consoli in tre modi; perché mostri di volermi tanto bene, perché mi persuadi che la sensibilità si trovi al mondo, perché risvegli la mia ch’è pur troppo addormentata come tu sai, non verso te in particolare ma verso tutto l’universo”.

Mio figlio alla domanda: “Come immagini la fantasia?”, ha risposto: “Come una ragazzina tutta spettinata”.

Argomentazioni di carattere morale sulla carne rossa e sui cuneesi al rum

27 ottobre 2015

Leopardi, il giorno che morì, aveva mangiato un chilo e mezzo di confetti, per l’esattezza due cartocci da 850 grammi di cannellini di Sulmona, pensavo che potrei fare la stessa fine con un chilo e mezzo di cuneesi al rum.

Tempo fa, mentre aspettavo in macchina a Testaccio alle pendici del monte dei Cocci, è passata una carrozza trainata da un cavallo indolente, e ho sentito la voce del cocchiere che diceva: “Daje che nella prossima vita io so’ er cavallo e tu er vetturino”.

La notizia che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms ha inserito le carni rosse e lavorate fra le sostanze che possono causare il cancro mi ha fatto venire in mente un passaggio di un’intervista di Robert Birnbaum a Joyce Carol Oates che ho letto tempo fa in cui la scrittrice americana dice: “La maggior parte della gente sceglierebbe di comportarsi in modo corretto e moralmente accettabile se conoscesse le alternative. Ma la vita di queste persone è talmente vincolata dai compromessi. Ad esempio, ogni volta che mangiamo qualcosa, specie se si tratta di pollo, vitello o simili, accettiamo un tipo di cultura consumistica nell’ambito della quale gli animali sono seriamente maltrattati. Eppure la maggior parte di noi non trascorre il proprio tempo a pensarci su e, del resto, abbiamo ogni giorno così tante cose a cui pensare; quando nel negozio di alimentari allunghiamo una mano per prendere qualcosa non è che ci stiamo a domandare: «E questo da dove proverrà? E con quali modalità sarà stato prodotto?» Alcuni lo fanno, ma la maggior parte della gente non ne ha il tempo. Ecco che cosa intendo quando parlo di compromessi morali. Alcuni dei miei studenti sono vegetariani. Io non sono vegetariana. Non mangio carne rossa, ma non sono vegetariana. Ma le argomentazioni di carattere morale sono tante e hanno una discreta rilevanza”. Così ho pensato che d’ora in poi, ogni volta che addenterò una fetta di cacciatorino, sarò posto di fronte a un dilemma morale, perché il mio stato di salute è legato alla responsabilità che ho nei confronti dei miei familiari, e perché una mia eventuale morte non è una questione che riguarda solo me, tuttavia l’idea che una fetta di cacciatorino possa scatenare in me un tale casino mi fa desiderare con tutto me stesso un chilo e mezzo di cuneesi al rum.

Aneliti profondi

20 ottobre 2015

Giorni fa facevo delle considerazioni sulla consapevolezza, e riflettevo sul fatto che in molti credono di essere qualcosa o qualcuno perché sono convinti che il mondo tutto intero pensa che siano quella cosa o quel qualcuno, mentre spesso ciò che sono veramente è dato dall’esatto contrario, cioè è dato dall’inconsapevolezza, per esempio l’aquila è un uccello maestoso, ma non sa che noi pensiamo questo di lei, perché se lo sapesse, smetterebbe di comportarsi da uccello maestoso, e incomincerebbe a comportarsi da uccellaccio sbrindellato.

In libreria mi è capitato sotto mano un libro che tratta di questioni mistiche. Nella quarta di copertina c’era scritto: “Nell’uomo abita un anelito profondo che è il Divino stesso. Dio preme in noi per sbocciare. In noi esseri umani il risveglio del Divino si manifesta sotto forma di un anelito profondo”. Non so perché ho immaginato il tizio che ha scritto per due volte anelito profondo come uno che quando guida non si ferma alle strisce pedonali, buca il pallone ai bambini e incendia la casa con un mozzicone di sigaretta.

Ho visto Il giovane favoloso. Non sono sicuro che Leopardi, fissando l’ermo colle, si rotolasse nell’erba in preda al risveglio della poesia che si manifesta sotto forma di un anelito profondo.

Meditazione spiccia sulla felicità e sul dolore (con un dilemma morale)

29 ottobre 2010

Dunque pensavo al dolore, in particolare a come esso nella nostra epoca venga prodotto su scala industriale e commercializzato come una merce qualsiasi, il dolore che porta profitto, che favorisce carriere, il dolore generato artificialmente e concepito per esclusivi scopi commerciali. Chi l’avrebbe detto fino a un secolo fa che il nemico più odioso del genere umano potesse diventare un potente alleato nella scalata all’utile? Certo, gli uomini fin dall’antichità hanno capito che il dolore è lo strumento Leggi il seguito di questo post »

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