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Da ieri il principale argomento di discussione è il fatto che la maggioranza degli italiani non sa chi fosse Giorgio Caproni. Il punto non è però che la maggioranza degli italiani non sa chi fosse il poeta Giorgio Caproni. Questo ci sta. Caproni non è un poeta popolare (chi lo è?), non fa parte dei programmi ministeriali di letteratura italiana, è ancora contemporaneo, eccetera. Il punto è che la reazione di chi non sa chi fosse Giorgio Caproni è nove volte su dieci una reazione divertita, derisoria. Il punto è che questo tipo di reazione non è rivolta tanto a Giorgio Caproni (se non si sa chi fosse, è difficile che possa essere oggetto di derisione). Coloro che hanno una reazione divertita di fronte al nome dello “sconosciuto” Caproni se la ridono facendo quasi vanto di non avere mai udito prima il nome di Caproni. Adesso io voglio dire che non so cosa sia uno spinterogeno. Non l’ho mai saputo, né mi è mai interessato saperlo. Eppure mi basterebbe fare una ricerca per togliermi il dubbio. Tuttavia se porto la macchina dal meccanico e il meccanico mi dice: “È lo spinterogeno”, a me non scappa mica il risolino coglione di quello che si vanta di non sapere cosa sia uno spinterogeno. Al limite taccio.

Cammina veloce nel buio del mattino, sull’asfalto lucido di pioggia. Attraversa la strada e viene verso di me, che esco dal portone con in mano un sacchetto della spazzatura. Poi vira all’improvviso, sembra che cerchi una macchina fra le tante parcheggiate lungo la via. Ha quel passo collant-in-vista, lunghi capelli mossi, le braccia strette al petto col pugno ripiegato verso la bocca, da cui spunta il rosso di una sigaretta. Sotto il braccio ha un libro, riesco a vedere a malapena la copertina. Mi sembra di leggere il nome di Giorgio Caproni. Una donna così, che all’alba è già di fretta, che forse lavora nella casa di cura dietro l’angolo, una dottoressa o un’inserviente, che magari non ha avuto il tempo nemmeno di bere un caffè prima di uscire di casa, questa donna così legge un libro di poesie. O forse ha un appuntamento per un ricovero, è malata, ha qualcosa di terminale che ancora non si manifesta nella forma che la devasterà, quindi si appella alla poesia, e alla sigaretta che le scalda le labbra. Scruto di nuovo il libro, poi la faccia di lei. Ha i capelli rossi, l’aspetto di un’irlandese. Mi supera sul marciapiede, fila veloce, testa leggermente inclinata. Deve averle dato fastidio la mia ultima occhiata, se non avesse tutto quel ritardo magari sarebbe passata dall’altro lato della strada, e questo per colpa mia, che stamattina ho addosso un giubbotto nero da teppista, e che non ho niente a che fare col suo mondo terminale, con le sue poesie, col suo tempo che arde in fretta. A casa senz’altro avrà lasciato sul letto sfatto una pila di cartelline chiuse, con e senza elastici. Sul dorso delle cartelline, a caratteri sottili e precisi, le date delle visite e i nomi degli specialisti, la borsa per il ricovero, piccola e compatta, era già pronta dalla sera prima, una piccola prova di organizzazione seria e precisa, la borsa era davanti alla porta, così che non se la sarebbe potuta dimenticare. Adesso corre davanti a me, le sue gambe magre si affrettano. All’improvviso non la vedo più, non esiste più. Il cancello della casa di cura è chiuso. Non c’è nessuno. Butto via il sacchetto della spazzatura nel cassonetto. I fari di una macchina, dall’altra parte, si accendono. Comincia così, anche oggi, un’interminabile battaglia, per costruire il mio personale mondo dei vivi.

A volte ho la sensazione di vivere una notte eterna, un tempo in cui si spara a salve sui miraggi di nemici invisibili, in cui si trattiene a stento il battito delle giornate. Ogni giorno mi guardo sul viso, tra le unghie, tra le rughe, in cerca di una piega, un buco, nel nulla di uomo che siamo. Impreco spesso contro il mondo e i farabutti che lo abitano, e sembra che i farabutti siano in linea generale la classe dirigente del mondo. Perciò ho un bel bestemmiare io, che tanto i sacramenti non si alzano più su di un metro da terra, le imprecazioni sono più pesanti dell’aria, si gonfiano e ti ricadono addosso senza far male a nessuno. Stanotte ho sognato che Roma veniva sepolta da un’onda nera come l’inchiostro, e che gli uomini diventavano piccoli pesci marini spostati a branchi dalla corrente. L’anno scorso ho scritto un romanzo in cui ho riscritto Roma e un’epoca apocalittica di rivolte che non c’è mai stata, anche quello è stato un sogno, c’erano milioni di orfani bambini che arrivavano in massa come un mare nero, provenivano da una gigantesca bidonville cresciuta a dismisura sulla costa dalle parti di Ostia, ho immaginato che si chiamasse Mare della Tranquillità. E questi orfani storditi dallo sniffing di colla e di solventi chimici assaltavano la città. È bello inventare catastrofi agghiaccianti, è un gioco infantile che perpetuiamo ogni notte coi nostri sogni terrificanti, che ripetiamo col vizio di raccontare storie. Lo scrittore è l’essere meno serio che ci sia sulla faccia della terra. Pasolini diceva: “La serietà! Dio mio la serietà! Ma la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre”. Io scrivo come un criminale, ho tonnellate di rifiuti editoriali alle spalle, lettere fredde come la morte scritte da esseri freddi che pare non abbiano mai conosciuto uno stato di raptus in vita loro. Così inseguo la mia coda come un gatto pazzo, sono come gli ignavi di Dante, costretto a girare nudo per l’eternità attorno a una vana bandiera, punto da vespe e da mosconi. “Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e giustizia li sdegna”.

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Giorgio Caproni … PERCH’IO CHE NELLA NOTTE ABITO SOLO

… perch’io, che nella notte abito solo
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
che mi bagna la mente…
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo.

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