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Domenica mattina ero fuori che tentavo di togliere delle macchie di vomito dai sedili posteriori della macchina. Era una bella giornata luminosa, ancora fresca, la pioggia della sera prima faceva riverberare le chiome dei pini come se fossero composte da aghi di cristallo. E così, mentre grattavo via le macchie di vomito, sulla strada è passata una macchina. La macchina aveva i finestrini abbassati e dalle casse dello stereo fuoriusciva Fly me to the Moon di Frank Sinatra. Insomma la domenica mattina, gli alberi scintillanti sotto i raggi del sole, io che gratto via le macchie di vomito dai sedili posteriori, e… Frank Sinatra. Quasi non sembrava la mia solita vita. Sembrava la vita di un giovanotto della provincia americana degli anni Cinquanta. O sembrava un film di Martin Scorsese. O un racconto di Andre Dubus. O quel che pare a voi. Sembrava tutto fuorché la mia vita. E non dico che è stato bello (non è bello pulire macchie di vomito la domenica mattina, neppure se il vomito è di tuo figlio); dico che è stato strano. È strano quando nella tua solita vita si infilano pezzi di un’altra vita, la più lontana possibile dalla tua. Questa cosa ti si offre come – diciamo – una visione, una possibilità. Una delle cose che mi sono rimaste più impresse di quest’ultimo periodo è la frase che ha pronunciato una persona durante un incontro che ho avuto la settimana scorsa. Questa persona prima ha citato uno dei piccoli romanzi fiume contenuti in Centuria di Manganelli (me lo sono andato a cercare, il piccolo romanzo fiume di Manganelli; è la storia raccontata in poche righe di un inveterato abitudinario: “Nel suo quotidiano tragitto” – scrive Manganelli – “egli esegue quello che chiama un ‘esercizio spirituale’; esso consiste nella limitazione del mondo ad un itinerario angusto, nel cui ambito sempre meno possa accadere”), poi ha pronunciato la frase, ha detto pressappoco così: “Noi tendiamo a semplificare la nostra vita, a credere che sia sempre ben delimitata, localizzata, e immodificabile. Ma la vita è imprecisa”, ha detto. La vita è imprecisa.

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Il rapporto che ci lega alla parola scritta è molto simile alla relazione che, in quanto uomini, abbiamo con il divino. Questa relazione si fonda su un atto di fede, ossia su una professione di lealtà che facciamo nei confronti di una verità che consideriamo inconfutabile. La parola scritta ha per noi una forza e una solennità che viene meno quando ci troviamo al cospetto della parola orale. La parola scritta certifica le nostre esistenze, i nostri atti di esseri viventi sono registrati attraverso documenti, contratti, certificati, accordi, attestati, sulla parola scritta abbiamo tramandato la storia e fondato le nazioni. Nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America c’è un passaggio meraviglioso che dice:

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Qui il primato della parola scritta è evidente nell’insistenza con cui i rappresentanti dei 13 stati firmatari sottolineano l’importanza della Felicità tra i diritti inalienabili dell’uomo insieme alla Vita e alla Libertà. Ciò che salta immediatamente all’occhio è però la profonda discrepanza che corre tra la nobiltà degli intenti e la realtà storica e sociale su cui poi è stata effettivamente costruita una nazione come gli Stati Uniti d’America. Come a dire, la parola scritta tende a un principio ideale a cui poi dovrà tentare di uniformarsi quanto più possibile il comportamento degli uomini, ben sapendo che l’uomo, al contrario della parola, è corrotto per natura.

Nonostante ciò, un testo scritto, che sia un’opera letteraria o una carta costituzionale, è pur sempre il prodotto di un pensiero umano, o come ha detto l’antropologo Jack Goody “un addomesticamento del pensiero”. Tutte le maggiori religioni del mondo sono istituite su testi venerati come sacri che, per quanto si possa definirli “parola di Dio”, sono elaborazioni di uomini vissuti in carne e ossa.

Ora, ragionando su queste faccende che attengono alla presunta sacralità della scrittura, mi è capitato di riflettere su questo: certe grandi opere della letteratura universale hanno per la società dei lettori gli stessi attributi dei testi sacri nelle comunità di fedeli. Sono testi idolatrati, ritenuti incontestabili, pietre angolari dell’intelligenza umana e della creazione artistica.

Non che io voglia mettere in discussione l’importanza di Dante o di Kafka. Credo però che l’intangibilità della grande letteratura sia una pericolosa forma di mistificazione che tende a piegare la letteratura ai fini della conservazione del potere.

Mi conforta sapere che come me la pensava un intellettuale fuori dalle orbite disciplinari come Giorgio Manganelli che esprimeva la sua idea di letteratura così:

“La letteratura, ben lungi dall’esprimere la ‘totalità dell’uomo’, non è espressione, ma provocazione; non è quella splendida figura umana che vorrebbero i moralisti della cultura, ma è ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa; e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio”.

Un gesto arbitrario e vizioso, appunto. E quindi, come tutte le cose, opinabile.

A riportare i santi sulla terra ci hanno pensato spesso e volentieri altri santi, in una specie di lotta celeste che ha qualcosa di irresistibilmente comico e salutare. Così Nabokov tentò di demolire Dostoevskij perché lo reputava uno scrittore superficiale, inventore di intrecci perversi e malati. Allo stesso modo Virginia Woolf stroncò Joyce e, venendo a tempi più recenti, Bret Easton Ellis disse di David Foster Wallace: “È uno scrittore sopravvalutato”. Esempi fra i tanti che si possono fare di quell’esercizio che va sotto il nome di “dissacrare i mostri sacri”. Un esercizio di relativismo che non mina le basi culturali di una civiltà, ma anzi – credo – le rinforzi.

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