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Ho visto le immagini della scuola di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta in cui uno studente diciassettenne ha sfregiato al volto con un coltello l’insegnante che voleva interrogarlo. Ma non è di questo che voglio parlare. La scuola è un istituto tecnico commerciale. Già la denominazione – istituto tecnico commerciale – è triste, come lo sono pressappoco tutte le denominazioni degli istituti superiori italiani. E il fabbricato, il fabbricato è triste, come lo sono pressappoco tutti i fabbricati delle scuole italiane, edilizia funzionale da quattro soldi, senza un minimo di attenzione all’estetica, complessivamente deprimente, in modo da educare alla mestizia i futuri adulti di questo paese. La scuola è intitolata a Ettore Majorana. Questo razionalmente non è triste. Eppure, ecco di cosa voglio parlare, un po’ mi è sembrato triste pure questo. La scuola in cui andavo io da ragazzino era intitolata a Ungaretti. A nessuno di noi fregava niente di sapere chi fosse stato Ungaretti. C’era stato un tempo tuttavia in cui una commissione toponomastica aveva stabilito che quella scuola media dovesse essere intitolata a Ungaretti. Pur immaginando, credo, che a noi studenti borgatari, cazzoni e sfaccendati, più dediti al Commodore 64 che all’Ermetismo, non fregasse una mazza di sapere chi fosse stato Ungaretti. Cosicché, se ripenso alla targa affissa all’ingresso della scuola – Scuola Media Statale G. Ungaretti – io, ecco, io mi intristisco. È sacrosanto che alle migliori intelligenze di questo paese vengano intitolate le scuole, ossia le istituzioni educative che dovrebbero favorire l’aggregazione sociale ed il civismo. Però penso che la tristezza che provo sia determinata anche dal fatto che queste intitolazioni vengano, per così dire, imposte, che forse se avessero chiesto il permesso a Majorana lui avrebbe detto: “Boh, signori, non sono mica tanto sicuro di voler prestare il mio nome a questo fabbricato di merda color mandorla pallido in cui, un giorno, uno stronzetto di diciassette anni sfregerà l’insegnante con un coltello perché non vorrà essere interrogato”. E se avessero chiesto il permesso a Ungaretti di intitolare la scuola media in cui sono andato io, lui, poeta di carattere volubile, contrastante, intemperante, ardente, ma anche tenero e nostalgico, lui avrebbe risposto: “Boh, tanto quei bulletti non penseranno mica a me, ma al Commodore 64”. Quindi, ecco, io avrei intitolato la mia scuola Scuola Media Statale Commodore 64, e l’istituto tecnico commerciale di Santa Maria a Vico in provincia di Caserta Istituto Tecnico Commerciale Pokémon Go, in modo che, quando poi capita lo stronzetto armato di coltello che sfregia l’insegnante per non farsi interrogare, poi sui giornali non ci vanno a finire, neppure obliquamente, quei poveri cristi di Ungaretti e Majorana, santiddio.

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Verso la fine di Fahrenheit 451, il famoso romanzo distopico di Ray Bradbury, compaiono gli uomini-libro. Sono studiosi e vecchi professori emarginati che vivono lungo una linea ferroviaria dismessa e per tramandare il sapere e tenerlo a riparo da governi repressivi hanno imparato a memoria un libro ciascuno: “Meglio tenersi tutto quanto nella testa, dove nessuno può venire a vedere o a sospettare nulla! Noi siamo tutti pezzi e bocconi di storia, letteratura, codice internazionale, Byron, Tom Paine, Machiavelli o Gesù Cristo”. Io non ho una buona memoria. Così ho pensato che se dovessi trasformarmi in un uomo-libro sarebbe un bel guaio. Per prima cosa non potrei scegliere un libro composto di troppe pagine, andrebbe bene uno esiguo, meglio un romanzo breve tipo Il vecchio e il mare. Magari qualcosa che abbia tanti dialoghi, sarà anche bene che mi studi un manuale di tecniche di memoria, di quelli che usano gli attori di teatro per intenderci. O forse, chissà, potrebbe bastare che io impari una poesia, sarebbe già un contributo onorevole al cammino della civiltà. Una poesia di Ungaretti, per esempio, che le faceva brevi. Una poesia piccola, condensata, pochi versi ma corposi. O forse un verso solo, sì, un verso può bastare, in un verso a volte c’è più che in cento romanzi. “Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato”. Bene. E se dovessi incontrare qualche difficoltà perfino con un verso, potrei far richiesta di mandare a memoria una sola parola di quel verso, magari la prima, l’articolo indeterminativo. Ecco, ci siamo. La mia partecipazione al flusso della storia sarà pari a una parola di due lettere: “Un” (l’apostrofo potrei anche dimenticarlo, non avrebbe più ragione di essere senza “intera nottata”, ossia le due parole che seguono). Adesso, se vi pare poca cosa che io mi prodighi per imparare a memoria l’articolo indeterminativo che apre la poesia Veglia di Ungaretti salvandolo dall’estinzione, vi invito a riflettere su questo: pensate davvero che di tutte le cose per cui vi sbattete ogni giorno e che a voi paiono fondamentali e importantissime fra meno di cento anni resterà traccia? Siete veramente convinti che la vostra vita, tutta compresa, valga più di un articolo indeterminativo?


Unione Sarda, 7  febbraio 2011
– Da pochi giorni è uscito in libreria un piccolo incantevole volume, di quelli che ormai si stampano sempre più di rado. Ha per protagonista la biografia di un uomo e, per estensione, di un secolo, il Novecento, filtrato attraverso la storia della narrativa e della poesia, della musica e dell’arte. Si intitola La letteratura è un cortile (ed. Giulio Perrone). L’autore è Walter Mauro, classe 1925, critico militante e allievo di Ungaretti, esponente di una generazione che credeva ancora profondamente nel rapporto tra cultura e società e che si riconosceva nella sacralità dell’atto creativo.
Lungi, per sua stessa ammissione, dal lasciarsi andare alla celebrazione dei bei tempi andati, Mauro convoca nel cortile in cui ha trascorso tutta la sua vita, il cortile della letteratura appunto, i personaggi che hanno scritto la storia culturale del Novecento, richiamando alla memoria gli incontri, le conversazioni, gli aneddoti più gustosi, fino a tratteggiare una vita, la sua, tra le più ricche e irripetibili. Non manca davvero nessuno a questo appello. Si parte da lontano, dai compagni del liceo, il Quinto Orazio Flacco di Bari, con cui il critico condivise l’esperienza dell’antifascismo e dal successivo periodo di prigionia nel carcere di Carrassi, dove il tempo trascorreva attraverso lezioni di filosofia e tornei di calcio tra detenuti politici ed ergastolani (“Inutile dire che per forza fisica e caparbietà gli ergastolani risultavano imbattibili”). Poi Roma, Parigi, New York e quel mondo meraviglioso di fermenti uscito dalle ceneri del dopoguerra.
Ecco allora le lezioni di Ungaretti (un secondo padre per lui) all’Università di Roma, le serate nella casa del poeta con i samba di Vinícius de Moraes, la passione per il jazz e l’improvvisazione di When the saints go marching sulla pista dell’aeroporto di Ciampino per accogliere l’arrivo di Louis Armstrong in Italia. Tanta musica, che si intreccia negli anni alla poesia, all’arte e alla politica, da cane sciolto, nel Pci.
Ma nel cortile di Mauro ci sono soprattutto i giganti della letteratura. Il gruppo degli esistenzialisti francesi, Éluard, Queneau, Sartre, inseguiti nei caffè e nelle loro case del Quartiere Latino. Il viaggio a New Delhi con Moravia, Elsa Morante e un Pasolini che spariva dopo cena preda di un “delirio erotico, attratto dallo sporco, dal sudicio, dalla miseria” di quelle strade. E ancora la particolare collezione di Zavattini, centinaia di quadretti piccolissimi, dipinti da artisti come Braque, Picasso, Modigliani. La malinconia di Pavese. Sciascia, al quale “bisognava togliere le parole di bocca”, a meno che non si parlasse di mafia. Montale, che lascia in eredità il suo cappotto al poeta Elio Fiore, il quale lo indossava anche a ferragosto, solo per il gusto di dire “Ho la stoffa di Montale”. La solitudine di Philip Roth, “la persona più scontrosa che abbia mai conosciuto”.
Un viaggio che arriva fino ai giorni nostri. Con la contemporaneità, però, il tono cambia. Gli accenti si fanno amari. Mauro non entra nel merito delle ragioni che hanno condotto all’attuale, impietoso, degrado della poesia, della narrativa e della saggistica italiana. E non risparmia neppure il Saviano di Gomorra che viene ricollocato nella sua naturale categoria di appartenenza, che è a suo dire quella doverosa della cronaca. E non il cortile che è la letteratura.

ANDREA POMELLA

Da qualche ora i tiggì nazionali ripetono con una certa sadica soddisfazione che i tre operatori dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah accusati di terrorismo “hanno confessato”. Il governo italiano dal canto suo non ha perso occasione per mostrare la ghigna, gli estroversi esponenti del governo si sono presentati in Tv con le schegge di vetro in bocca e le orecchie rosee di compiacimento. Pensare che ci sia una regia occulta, un asse tutto interno alla Nato teso a eliminare dalla zona delle operazioni di guerra un testimone come Emergency non è poi così azzardato. Un tale di nome Gasparri che di mestiere fa il presidente del gruppo Pdl al Senato ha dichiarato questo: “Il nostro governo deve tutelare la reputazione dell’Italia che impegna le proprie Forze armate in Afghanistan e in altre parti del mondo a tutela della pace e della libertà minacciate dal terrorismo. Chi dovesse vigilare poco, e siamo generosi a limitarci a questo, crea un gravissimo danno. Ci riferiamo ad Emergency. L’Italia non può essere danneggiata da queste situazioni”. Dunque, secondo questo signore, Emergency rappresenterebbe un danno per l’Italia, omettendo di precisare che dal 1999 a oggi Emergency ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso, cose che dal suo punto di vista (non stento a crederlo) danneggiano la reputazione di un paese. Borges diceva: “Viviamo in un’epoca molto ingenua”. Quest’epoca talvolta – aggiungo io –  è anche molto infame.

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Giuseppe Ungaretti, NON GRIDATE PIÙ

Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

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