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Una cosa che ho scritto oggi su IlFattoQuotidiano.it (qui l’articolo originale).

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Sto rileggendo Madame Bovary. Nel romanzo c’è un passaggio in cui Flaubert dice che ai suoi tempi, ossia alla prima metà dell’Ottocento, un uomo di buona qualità “dipingeva ad acquerello, s’interessava di letteratura e leggeva la musica in chiave di violino”. La descrizione è riferita allo studente di Giurisprudenza, Léon Dupuis, il primo uomo da cui Emma accetta il corteggiamento una volta trasferitasi col marito al villaggio di Yonville. La domanda che mi sono fatto è: cosa dovrebbe fare oggi un uomo per essere giudicato “di buona qualità”, considerato che dipingere ad acquerello, interessarsi di letteratura e leggere la musica in chiave di violino sono impieghi che la collettività valuta, quando va bene, come colossali, vacue perdite di tempo?

Forse, oggi, un uomo di buona qualità è reputato tale se può vantare altre virtù. Per esempio, qualche anno fa, sulla Komsomolskaia Pravda, il più diffuso quotidiano di Russia, fu scritto un elogio e una difesa del miglior amico di Putin: “Perché prendersela con un uomo vero [Berlusconi]? Mi potete uccidere, ma non capisco questi italiani e queste italiane. Dovrebbero essere fieri di tale primo ministro che ha settantadue anni ma è in forma brillante, ha un sorriso largo, un eloquio bello e colorito. Inoltre è sempre circondato da donne avvenenti che non solo brillano di bellezza ma anche fanno carriera. Ora scopriamo che Silvio compie imprese non solo in campo politico ma anche nelle alcove. È come un cavalier gentile”.

Penso che, a grandi linee, nella difesa russa di Berlusconi, ci sia tutto ciò che la società contemporanea intende quando si cerca di definire le “buone qualità” che dovrebbe possedere un uomo. Ed è una descrizione assai più becera e antiprogressista dell’uomo di buona qualità di Flaubert, che già di suo presentava odiosi caratteri classisti, facendo discendere le buone qualità umane dalla semplice pratica di attività a cui potevano avere accesso solo una parte minoritaria della popolazione.

Insomma, oggi viviamo in tempi in cui chi si occupa di pittura, di letteratura e di musica (non come attività professionali, ma come semplici passatempi) è considerato un debosciato con poca voglia di lavorare. Ma è pur vero che secondo i criteri di Flaubert, uno come Hitler, che negli anni della gioventù trascorsi a Vienna si manteneva con la vendita dei propri acquerelli ed era attratto dalla musica e dalla scultura, poteva essere considerato uomo “di buona qualità”. La verità tragica e grottesca, nel caso di Hitler, l’ha pronunciata forse François de la Rochefoucauld in un famoso aforisma: “Non basta avere grandi qualità: bisogna saperle amministrare”.

Flaubert, nella lettera a Mille de Chantepie, scriveva: “Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere”. Cito Flaubert perché ultimamente mi capita di sentir dire a ogni secondo che leggere è bello, leggere è santo sopra ogni cosa, leggere è il modo migliore per passare una serata, o una nottata, o quel che pare a voi. Niente di più errato. Penso che leggere libri brutti sia una perdita di tempo, che leggere libri sbagliati (il libro che per qualcuno è giusto, per qualcun altro è sbagliato) sia dannoso, che leggere – dicendola con Flaubert – senza vivere, senza trascorrere cioè il momento della lettura come un qualsiasi altro momento della propria vita, ossia consapevoli di se stessi, della propria posizione nel mondo, delle proprie idee, sia da idioti. L’atto della lettura, in sé, non è sacro. Sacra è la bellezza.

Sono più le cose che non sappiamo dei personaggi letterari, di quelle che i loro autori hanno voluto che noi lettori sapessimo. Noi conosciamo le cose essenziali, quello che serve a farceli immaginare, a farli muovere sullo sfondo della storia con un minimo garantito di verosimiglianza. Tutto il resto lo conosce l’autore. L’autore sa tutto dei suoi personaggi, quando li inventa li fornisce di un pacchetto all inclusive, ne conosce il passato a menadito, tutti gli episodi della fanciullezza, tutti i traumi pregressi, conosce i loro corpi svestiti, sa quello che si nasconde sotto la loro coperta letteraria. A noi però, di tutto questo, arriva solo lo stretto necessario. La narrativa d’invenzione, ma anche quella biografica o più eminentemente realista, è il risultato di un filtraggio accanito. Questo mi ha sempre fatto pensare che forse esiste in qualche ultradimensione letteraria una retro-storia della letteratura in cui, per esempio, c’è tutto quello che non abbiamo mai saputo riguardo a Emma Bovary, ma che certamente doveva sapere Flaubert. È un universo infinito di fatti non raccontati, di caratteristiche fisiche e psicologiche mai svelate, ma senza i quali i personaggi dei romanzi non sarebbero così come li conosciamo per esperienza di lettura. Succede come quando in ufficio arriva un nuovo collega; di lui incominciamo ad apprezzare (o detestare) le caratteristiche più evidenti, pian piano, se lui si dimostrerà abbastanza estroverso, impareremo a conoscerne un minimo di storia, qualcosa del suo passato, qualche dettaglio del suo presente, tutto il resto (e non sto parlando di segreti inconfessabili, ma di cose che apparentemente non sono interessanti per la costruzione di un rapporto di tipo sociale) ci rimarrà oscuro. Eppure, la parte che ci mostrerà di sé il nostro nuovo collega sarà il combinato di tutte queste esperienze di cui noi mai verremo a conoscenza. È la nostra maschera sociale, l’immagine che diamo di noi al mondo. Con i personaggi della letteratura accade più o meno la stessa cosa. Ed è per questa ragione – e non per altre – che il romanzo assomiglia così ferocemente alla vita.

Onestamente, di cosa dovrebbe parlare la letteratura? Ieri pomeriggio rileggevo alcune cose di David Foster Wallace, immerso com’ero in un pomeriggio radioso e saturo di pensieri, cose che avevano a che fare con la missione degli scrittori nel mondo, il senso della letteratura e la connessione della narrativa con le arti dello spettacolo. E mentre leggevo, appuntavo mentalmente alcuni concetti che trovavo rigorosamente interessanti. Frasi come questa: “Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni”. Non c’è niente di male che un incosciente con ambizioni di scrittore come me si interroghi sulle questioni che attengono alla materia di cui dovrebbe occuparsi la letteratura oggi. Anni fa rimasi scettico davanti a un articolo di Mauro Covacich in cui si sosteneva che gli scrittori italiani, secondo lui, avrebbero dovuto parlare di più dei fatti del loro tempo, cosa con la quale in linea di principio potevo essere anche d’accordo, se non fosse che per “fatti” in quell’articolo si intendeva “fatti di cronaca”, come il caso di Unabomber (di cui tra l’altro Covacich si è largamente occupato). La piega che ha preso la letteratura italiana contemporanea nell’ultimo decennio, va detto, è perfettamente nel solco di quegli auspici di Covacich. I fatti della cronaca d’Italia, presenti e passati, hanno preso il sopravvento sulle pure storie d’invenzione, in particolare la cronaca nera che, si sa, esercita da sempre un discreto fascino sulla fantasia dei lettori. Ma quello che penso io è che filtrare storie di cronaca che appartengono già di per sé all’immaginario collettivo di una comunità nazionale non significa, banalmente, raccontare il proprio tempo. Sappiamo molto di più dell’ascesa della media borghesia nella Francia del diciannovesimo secolo attraverso un personaggio d’invenzione come Madame Bovary che dalle cronache scandalistiche del tempo. Per questo credo che la letteratura odierna nel parlare della nostra epoca non dovrebbe tralasciare di guardare agli esseri umani che affollano la storia ogni giorno, quelli che apparentemente non serbano tracce di bellezza, quelli di cui non si occupano i giornali e le Tv, quella gente a volte chiassosa a volte silenziosa che siede alle nostre tavole, guarda il nostro sole tramontare, ascolta lo stesso ronzio di autobus.

Se dovessi convertire un libro in un altro oggetto comune che gli assomigli, proverei a mutarlo in una finestra. La sostanza segreta degli oggetti è un mistero affascinante, e un libro e una finestra hanno fra loro infinite similitudini. Ogni finestra aperta, come un libro, contiene una storia illustrata. In quella che ho io davanti, per esempio, accade che un cane sagace e malizioso si appresti a leccare il cibo nella scodella di un altro cane, suo compagno, e subito venga sgridato dalla padrona che appare d’un tratto con fare minaccioso. Tuttavia, la sua natura di cane non lo aiuta di certo a comprendere il carattere del reato che ha commesso (appropriazione indebita, si dice; ma che volete che ne sappia lui?). Così, non appena la padrona rientra in casa, lui – astuto e impunito – ecco che di nuovo si avvicina alla scodella e finisce il lavoro che aveva iniziato poco prima, con buona pace dell’altro cane, legittimo proprietario del pasto, ma che, ahimè, poltrisce su una brandina lì di lato, sprofondato in un turpe sonno. Ecco, questa è una piccola storia illustrata senza alcun valore che accade in una finestra, una qualsiasi, che solo incidentalmente coincide con la finestra di casa mia. Ma ognuno può leggerne a centinaia di storie così, può farlo semplicemente alzando l’avvolgibile, o spalancando la persiana. Al contrario, per scrivere un libro, occorre fare come diceva Flaubert: “Bisogna chiudere porte e finestre, chiudersi in se stessi, come ricci, accendere un gran fuoco nel camino, perché fa freddo, ed evocare nel cuore una grande idea”. Non so se Dio abbia acceso un fuoco nel camino il giorno che si è messo in testa di creare il mondo, e non so nemmeno se ci guarda mentre ci rubiamo l’un l’altro gli ossi nel piatto. Mi chiedo se magari non abbia sul viso la mia stessa indolenza e il sorriso pacificato che ho oggi, e se anche lui ci osservi proprio da una finestra, cercandoci dentro, a tutti i costi – chissà – un’altra piccola storia illustrata senza valore.

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Costantino Kavafis, LE FINESTRE
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In queste buie stanze dove passo
giornate soffocanti, io brancolo
in cerca di finestre. Una se ne aprisse,
a mia consolazione. Ma non ci sono finestre
o sarò io che non le so trovare.
Meglio così, forse. Può darsi
che la luce mi porti altro tormento.
E poi chissà quante mai cose nuove ci rivelerebbero.
 
 
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