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Su Fuori Asse n. 6 è stato pubblicato questo mio articolo che ha per tema il romanzo “L’amante” di Yehoshua e in particolare il personaggio di Dafi. Qui si può scaricare la rivista.

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È una mattina dell’ottobre del 2007, me ne sto rannicchiato con le ginocchia alla gola sul sedile davanti di un vecchio taxi che ci porta dalla spiaggia del Poetto al Castello di Cagliari. Dietro di me c’è Abraham Yehoshua, sua moglie Ika e Alessandra, la mia compagna. Abbiamo appena consumato una granita al limone in un bar sulla spiaggia conversando di letteratura ebraica americana, e in particolare di Henry Roth, l’autore di Chiamalo sonno. Ho una foto di noi quattro seduti a quel tavolo con sullo sfondo un gruppo di uomini vestiti da ciclisti che sembrano divertirsi un mondo. Read More

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Chiunque si sia cimentato, almeno una volta nella vita, con l’arte della scrittura, avrà fatto un pensiero del tipo “vorrei essere capace di scrivere come lui”, pensando a un autore in particolare, che magari non è neppure il nostro autore preferito, quello di cui abbiamo divorati tutti i libri, ma che ad ogni modo è stato capace di attirarci col suo stile, con l’abilità, con l’intelligenza. Tutti abbiamo uno scrittore così. Il mio è Harold Brodkey. Ci ho messo tanto a scoprirlo; potrei confessare che l’ho scoperto solo un paio di settimane fa. Brodkey è un autore del secolo scorso, Harold Bloom l’ha definito il “Proust d’America”, un Proust che ha avuto tanta meno fortuna. Se dovessi usare un aggettivo per definire la sua scrittura userei l’aggettivo “densa”. La sua scrittura è densa, ogni parola ha un contenuto emotivo, entra in rapporto con il tempo e la memoria, con la nostalgia, il rimpianto, il ricordo. Se dovessi accostarlo a un altro scrittore americano farei il nome di Henry Roth, l’autore di quel mirabile capolavoro che è Chiamalo sonno. Io ho letto i racconti di Primo amore e altri affanni (Fandango), una raccolta che risale al 1958. L’incipit del primo racconto è di quelli che non si scordano: “Esiste una particolare gradazione di mattoni rossi – un rosso cupo, quasi melodioso, profondo e venato di blu – che è la mia infanzia a St. Louis. Non l’infanzia vera: ma quella finta, che si estende dal primo albeggiare della consapevolezza fino al giorno in cui si lascia la casa per entrare all’Università”. Leggere Brodkey è come fare un viaggio che inizia da un territorio chiaro, illuminato dalla luce azzurra della memoria, e che va verso qualcosa di misterioso, qualcosa che si può esprimere solo attraverso la lingua arcana della letteratura.

Nella nuova casa in cui abito mi sono creato uno spazio per scrivere. L’ho ritagliato a misura fra l’angolo esterno del divano e le pendici di una grande biblioteca bianca da cui si affacciano centinaia di volumi. Ho un piccolo e leggero tavolino, anch’esso bianco, che sposto a piacimento e sul quale poso il computer portatile con cui scrivo. Ho messo anche dei grandi cuscini arancioni che riducono lo spazio ma che mi accolgono come in un cosmo ospitale e materno. Sui ripiani alti della biblioteca ho montato una fila di tre fari che lasciano cadere la luce come da una fessura di montagna. Non mi serve molto altro, a parte lo starmene in silenzio, a lungo e concentrato, sfogliando di tanto in tanto un libro fra quelli che ho a portata di mano (uno scaffale ben selezionato di autori a me cari, tutto Amos Oz, i racconti di Kafka, Henry Roth, qualcosa di Faulkner, un acquisto recente di Magda Szabo). Non mi serve avere una veduta particolare in cui cercare quella cosa che molti chiamano “ispirazione”, nella posizione che mi sono scelto do le spalle alla finestra, e l’ordine della stanza è ancora così fresco e transitorio da non avere neppure scelto i quadri che orneranno le pareti. Per adesso c’è un grande muro bianco con due fori larghi come arance dai quali fuoriescono due ciuffetti di fili, appena ne sarò capace collegherò quei fili a una coppia di applique e coprirò il bianco dell’intonaco con una tela che non so ancora immaginare. Non ho bisogno di altro per scrivere, neppure di una tazza di caffè. Quando scrivo non cerco un posto in cui perdermi. Calvino diceva: “Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa”.

Ci sono libri che si avvicinano a noi come piccoli uccelli cordiali, si posano accanto alle nostre mani, non ci temono, anzi, ci guardano come per sfida, poi prendono il volo lasciandoci una piuma bianca che terremo con noi per sempre. Sono libri amici, che ci parlano in tono di gran segreto, trovano spazio nella nostra anima e non vanno più via. Di questi ne capitano in misura di tre o quattro nella vita, non di più e non di meno. Non è detto che siano i libri – come si dice – che porteremmo con noi su un’isola deserta, ma sono tuttavia speciali oltre ogni nostra più intima comprensione, per ragioni che non sempre ci sono chiare, testi che ci sono cari come persone di famiglia. Io ho un libro così. Mi tiene per mano ogni volta che mi metto a scrivere una pagina o a pensare allo spirito della letteratura così come vorrei che fosse inteso ancora oggi. È un romanzo scritto da un ebreo americano nel ’34, e subito dimenticato per trent’anni insieme al suo autore, e poi ancora riscoperto negli anni Sessanta e infine giustamente acclamato come un capolavoro della letteratura del Novecento. Sto parlando di Chiamalo sonno di Henry Roth. Si tratta di un romanzo complesso e pieno di suggestioni, in qualche modo imparentato nelle atmosfere a quel capolavoro del cinema che è C’era una volta in America di Sergio Leone, un romanzo di formazione che ha per protagonista il ragazzino David Schearl che nella New York degli inizi del secolo diventa il testimone di tormentati rapporti familiari e più in generale dell’ebraismo d’America. Chiamalo sonno è un romanzo stupefacente, che incanta, un racconto degli anni verdi della vita scritto con uno stile inarrivabile. Rifiutato dal mondo letterario, Henry Roth si rifugiò per sessanta lunghi anni lontano dalla mondanità e dal clamore in una fattoria vicino ad Augusta, nel Maine, dove si dedicò quasi esclusivamente all’allevamento delle anatre. Il suo ritorno sulla scena letteraria in tarda età fu l’occasione per licenziare i cinque volumi dell’opera monumentale dal titolo Alla mercé di una brutale corrente e per restituire al mondo uno scrittore immenso. Ecco, Chiamalo sonno lo considero assolutamente come un membro della mia famiglia ideale, uno di quei romanzi che non tradiscono mai, sui quali puoi far conto in ogni momento della vita, basta solo saperli interrogare, magari aprendone una pagina a caso, o cercandovi fra le righe una risposta agli affanni della scrittura.

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