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Che si fa a dicembre? Si fanno le classifiche. Che fanno i lettori forti? Fanno le classifiche dei libri forti. Io sono un lettore forte e quest’anno ho letto dei libri molto forti, perciò vorrei approfittare di questa opportunità per suggerire un elemento da includere nella classifica, o meglio per suggerire una mia classifica di libri molto forti, solo che mentre ci penso mi rendo conto che non sono in grado di fare una classifica, per vari motivi, non ultimo perché dicembre non è finito e ho ancora due o tre libri da leggere che in tutta onestà penso di poter leggere tra Natale e capodanno, quello che sto leggendo ora, per dire, è un serio candidato alla vittoria di questo imprescindibile trofeo. Ma per semplificare le cose mi limito ad annunciare il vincitore e quindi ad appellarmi al principio di autorità che esclude libri in corso di lettura e i libri di là da leggere: il vincitore dell’anno per me è un libro vecchio di centosessantaquattro anni, il cui autore per una volta non si fregerà della palma, perché la maggior parte del merito della vittoria in questo caso va al suo traduttore italiano, ossia Ottavio Fatica, che quest’anno ha ritradotto per Einaudi Moby-Dick; è suo il merito se per molti giorni ho desiderato salpare su un “veliero cannibale” a caccia di capodogli; è suo il merito se ho pensato che avrei potuto degradarmi a scagliare freccette dirette alla pancia di una bestia di cinquantadue tonnellate di peso con la quale non ho mai avuto il benché minimo motivo di discussione in vita mia; insomma, è suo il merito se per seicentosettantatré pagine sono regredito allo stato di natura del lettore per antonomasia: alla stupefazione del bambino.

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Nel trentacinquesimo capitolo di Moby-Dick (nuova edizione Einaudi, traduzione di Ottavio Fatica) Melville spiega al lettore come si svolge il turno di vedetta al colombiere, ossia in che consiste il lavoro del marinaio che sale sulla piattaforma in cima all’albero, e per molte ore resta in contemplazione dei “pascoli acquatici”, per adocchiare ogni singolo movimento che si produce nell’oceano. Melville, attraverso il suo io narrante Ishmael, confessa quanto fosse lui stesso inadeguato a questo compito, e più in generale mette in guardia i capitani dall’assegnare tale incarico a “giovanotti romantici, malinconici e svagati che, disgustati dalle gravose cure mondane, van cercando il sentimento nel catrame e nella grascia”. Scrive Melville: “A questo punto vorrei vuotare il sacco e con tutta franchezza ammetterò che come vedetta ero una frana. Come avrei potuto, lasciato in balìa di me stesso a un’altitudine che già funge da stimolo al pensiero, con il problema dell’universo che mi ronzava in testa, come avrei potuto non prender sotto gamba gli ordini vigenti su ogni baleniera: «Occhi aperti e segnala sempre»”. Subito dopo, ci fa dono di una delle pagine più appassionate e struggenti della letteratura d’ogni tempo, facendoci penetrare nella mente e nel cuore di una di queste vedette inefficaci: “[…] la mescidanza cadenzata dell’onde coi pensieri culla il nostro giovane svagato in un tal letargo oppiaceo di fantasticherie vacue e incoscienti che finisce per perdere l’identità, scambia l’arcano oceano ai piedi per l’immagine visibile di quell’anima profonda, azzurra, illimite che pervade umanità e natura; e ogni cosa strana, intravista, guizzante, bellissima che gli sfugga, ogni pinna d’incerta forma da lui confusamente scorta che affiori, gli sembra l’incarnazione di quei pensieri sfuggenti che senza posa sciamano attraverso l’anima”. E ancora: “In te ora non c’è vita, tranne la vita cullante impressa da una nave che dolcemente rolla, dalla nave presa a prestito dal mare, dal mare dalle imperscrutabili maree di Dio. Ma mentre questo sonno, questo sogno è su di te, se fai tanto di muovere il piede o la mano, di mollare la presa, inorridita la tua identità farà ritorno. Ti libri su vortici cartesiani. E forse a mezzogiorno, quando il tempo volge al bello, con un grido strozzato piomberai attraverso l’aria trasparente nel mare estivo per non riemergere mai più”.

Il Corriere della Sera qualche tempo fa lanciò un gioco, il titolo era Un romanzo in sei parole. Il gioco consisteva nel condensare la trama e il senso di un romanzo famoso, appunto, in sei parole. In tempi in cui la comunicazione stabilisce limiti precisi in termini di battute, il gioco possedeva un suo fascino discreto. Assomigliava a una specie di operazione al cuore dei romanzi più amati dai lettori di ogni tempo, un’operazione che si riprometteva di estrarre dal corpo originale del racconto una goccia, un’unica goccia di sangue purissimo, dalla quale risalire all’identità cromosomica letteraria. O almeno io così l’ho interpretata. Ma c’è anche una possibile lettura del gioco in termini di economia delle parole, vale a dire, in tempi come questi, in cui viviamo sotto profluvi di comunicazioni, risparmiare parole, cercare solamente quelle fondamentali, può essere un esercizio assai interessante. Il gioco insomma è a ben vedere una cosa abbastanza seria. In termini strettamente letterari si tratta di una pratica fondamentale a cui ogni scrittore, a mio avviso, dovrebbe dedicarsi. Se è vero che la scrittura è un’arte “per via di levare”, uno come me, andato a lezione di scrittura sui libri di Calvino, non potrà che citare un passaggio dalle Lezioni americane, un estratto dalla Rapidità in cui si legge: “Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile”. Per concludere, quello che per me è un esempio eccellente di interpretazione del gioco. Chiamati a condensare in sei parole il genio di Melville, un lettore del Corriere, tale albe1979, ha riassunto Moby Dick in questo modo: “La bianca folle ira di Achab”.

E se potessimo, per qualche strano caso miracoloso, passeggiare dentro il luogo di un racconto, per esempio sulla barca del Gabbiere Maqroll che risale il fiume incontro alle misteriose segherie, o sulla baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, o nella macchina di Humbert Humbert vagabondando da un motel all’altro in giro per l’America? E se capitassimo in questi mondi contaminati, come in uno strano e interiorizzato alternarsi di paesaggi, scoprendo tuttavia che da essi sono scomparsi tutti i personaggi, per qualche misteriosa ragione, o per il fatto stesso che non c’è più nessun lettore disposto a dargli vita, a rimetterne in moto tormenti e passioni? E se qualcuno poi ci comandasse di tenere nota di ogni pressoché irrilevante osservazione, chiedendoci di vivere per qualche tempo al posto di questi personaggi, dentro quei territori, in luogo di uomini e donne che abbiamo conosciuto se non altro per nome o per fama, sostituendoci ad essi e prendendo possesso delle loro vite? E se, in virtù di questo sconsiderato gioco, ci tramutassimo in piccoli fantasmi con le ali di polvere che si aggirano come in una scenografia logora e in abbandono, piena di ragnatele, di limature e detriti, di resti della pioggia, della neve e del sole, confrontandoci col silenzio e con le vestigia di altre vite? Sei mai entrato nell’appartamento di uno sconosciuto, vagando tra le sue cose nel silenzio caldo di un pomeriggio, osservando le pieghe che le sue ossa hanno lasciato sulle lenzuola, e l’impronta delle sue dita sulla saponetta, e l’odore del suo corpo nel guardaroba, e i resti sui fornelli delle sue grasse fritture, e gli scarti alimentari nel sacchetto della spazzatura, e i giornali e le riviste e i libri e le fotografie incorniciate e la carta da parati e le tende parasole? Io passo continuamente il mio tempo da quelle parti, con qualcuno che non c’è.

Ogni tanto si legge di qualche  classifica che mette in fila gli incipit letterari più belli di tutti i tempi. In genere al primo posto compare sempre il leggendario “Chiamatemi Ismaele” che apre il Moby Dick di Melville, poi segue ineluttabile il colonnello Buendìa di García Márquez che davanti al plotone di esecuzione si rammenta della scoperta del ghiaccio, e poi, ancora, Proust e il suo imperituro “Longtemps” che dà avvio alla Recherche. E così via, l’elenco potrebbe essere infinito. Quello degli incipit è un gioco personale e avvincente in cui tutti gli appassionati di letteratura cadono presto o tardi. Per quanto mi riguarda sono tre gli attacchi che, più di tutti, negli ultimi anni hanno folgorato il mio cuore di lettore. Al primo posto metterei senza dubbio l’incipit di Beloved di Toni Morrison: “Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini”. Poi l’invito angoscioso e quasi di scherno di Jonathan Littell ne Le Benevole: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. E infine Javier Marías che in Un cuore così bianco mette in scena un formidabile “Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era da poco tornata dal suo viaggio di nozze, entrò nel bagno, si mise davanti allo specchio, si aprì la camicetta, si tolse il reggiseno e si cercò il cuore con la bocca della pistola del padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti”. Ne ho citati appena tre. In realtà ho un intero universo di incipit letterari che mi ronza nella testa, come un’uccelliera piena di piume in sospensione di cui ricordo perfettamente per ciascuna l’uccello del paradiso a cui apparteneva. Si dice che un buon incipit debba racchiudere in poche parole l’intero romanzo, debba essere in breve un distillato della storia, conservarne l’aroma ed avere almeno una parola tra silenzio e colpa che scagioni l’autore dall’accusa di invadenza e convinca il lettore a imbarcarsi nel viaggio che lo attende. Secondo me la domanda che si cela dietro un incipit è sempre: Si può riconoscere, assaggiando un chicco di grano, il sapore del pane che verrà?

Mohammed Bennis, LUOGO

Come macchia viene la scrittura
dall’ala della morte
dal fondo
dello smarrimento
da un vuoto padrone
che estasia luce sulle proprie estensioni
dalle mie antitetiche stirpi
oggi tra noi richiami di tatuaggi
e cieli bassi

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