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Un mio pezzo pubblicato domenica su ilfattoquotidiano.it, una recensione al romanzo “Volti bruciati dal sole” di Shimon Adaf. Qui il post originale.

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C’è un denominatore comune nella narrativa israeliana contemporanea che non riguarda il nucleo tematico dei romanzi né il rapporto che essi intercorrono con la complessa realtà storica e geografica a cui si riferiscono, ma che ha piuttosto a che fare con lo stile, con un’idea della lingua letteraria. È l’uso di un linguaggio denso, ricchissimo, dal suono dolce e dalla formidabile ricercatezza, che contraddistingue le opere della maggior parte degli autori d’Israele. Read More

Su Fuori Asse n. 6 è stato pubblicato questo mio articolo che ha per tema il romanzo “L’amante” di Yehoshua e in particolare il personaggio di Dafi. Qui si può scaricare la rivista.

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È una mattina dell’ottobre del 2007, me ne sto rannicchiato con le ginocchia alla gola sul sedile davanti di un vecchio taxi che ci porta dalla spiaggia del Poetto al Castello di Cagliari. Dietro di me c’è Abraham Yehoshua, sua moglie Ika e Alessandra, la mia compagna. Abbiamo appena consumato una granita al limone in un bar sulla spiaggia conversando di letteratura ebraica americana, e in particolare di Henry Roth, l’autore di Chiamalo sonno. Ho una foto di noi quattro seduti a quel tavolo con sullo sfondo un gruppo di uomini vestiti da ciclisti che sembrano divertirsi un mondo. Read More


Unione Sarda, 6 ottobre 2011
– Si apre oggi a Cagliari il festival Tuttestorie (fino al 9 ottobre all’Exmà, alla Mediateca del Mediterraneo e all’Ospedale Microcitemico) col titolo: “Non dirlo a nessuno! Racconti, visioni e libri che svelano segreti”. Tra i protagonisti della prima giornata la scrittrice israeliana Lizzie Doron, invitata dal presidente del festival David Grossman, che sarà intervistata (con Lia Levi) da Wlodek Goldkorn. Lizzie Doron è figlia di una coppia di sopravvissuti all’Olocausto. I suoi libri, in Italia pubblicati da Giuntina, hanno una caratteristica singolare: parlano della Shoah senza mai nominarla, senza descrivere l’orrore dei campi di sterminio né le esperienze di chi a quell’inferno è sopravvissuto. L’approccio è, per così dire, indiretto, evocativo. «Ma non si tratta di una forma di ritrosia», ci tiene a precisare, «semplicemente preferisco non scrivere di cose che non conosco».

Autrice che ha riscosso in patria un grande successo (è vincitrice di numerosi premi tra cui il Buchman di Yad Vashem nel 2003 e il Jeanette Schoken nel 2007), prima di dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria ha insegnato Linguistica teorica e Scienze cognitive all’università di Tel Aviv. Il suo ultimo libro, Giornate tranquille, è ambientato in un salone di parrucchiere di Tel Aviv in cui alcuni sopravvissuti alla Shoah, dopo anni di silenzio, cominciano timidamente a raccontare le loro storie, il dramma della deportazione nei lager, la persecuzione nazista. Ma se le si fa notare che un salone di parrucchiere è un posto singolare in cui discutere di un argomento impegnativo come la Shoah, lei ribatte in maniera provocatoria: «Un museo sarebbe stato un posto più adatto?».

Quella che è una delle qualità principali della sua scrittura, ossia la capacità di essere ironica, graffiante, emerge anche dal suo modo di essere. «Freud aveva ragione a dire che l’umorismo è il più eminente meccanismo di difesa. Perlomeno lo è in alcuni casi. Tuttavia preferisco credere che l’ironia sia una qualità positiva che alcune persone possiedono come un dono e altre no». Quando le viene chiesto di commentare il risultato di un sondaggio commissionato dallo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto in Israele, secondo cui per l’88 per cento degli israeliani lo Stato ebraico è, nonostante tutto, «un posto dove è bello vivere», Lizzie Doron – che è nata e vive a Tel Aviv – conferma: «Israele è effettivamente un bel posto in cui vivere, anche se non sappiamo fare bene la pizza! Abbiamo dei problemi, come ne hanno la maggior parte dei Paesi, ma Israele è un paese giovane, multietnico e pieno di energie positive. Se riuscissimo a risolvere il conflitto col mondo arabo sarebbe un posto ancora migliore, anche per più dell’88% degli israeliani». Poi si schermisce di fronte al problema della costruzione di un’identità nazionale per lo Stato d’Israele. «L’identità non è qualcosa che si “costruisce”. L’identità cambia ogni giorno. Un paese è il risultato di infinite e mutevoli identità. Per caso lì da voi un milanese e un palermitano hanno la stessa identità?».

Sul ruolo della letteratura contemporanea nel processo di pace, tuttavia, ha le idee molto chiare. «Non è compito di noi scrittori israeliani contribuire a tenere alto quel ramo d’ulivo», dice, riferendosi ad Abu Mazen e al suo recente intervento all’assemblea dell’Onu in cui il presidente dell’Anp, citando Arafat, aveva detto: “Non lasciate che il ramo di ulivo cada dalla mia mano”. «Questo semmai è compito della letteratura palestinese», conclude: «Quella israeliana, forse, può aiutare a raccogliere il ramo d’ulivo se cadesse da quella mano. Ma sottolineo “forse”…».

ANDREA POMELLA

Ho letto Momento musicale, un racconto vecchio di trent’anni di Yehoshua Kenaz, in Italia ripubblicato di recente da Giuntina insieme all’altro, bellissimo, Fra la notte e l’alba. Ho sempre dichiarato la mia speciale propensione per gli autori della letteratura israeliana contemporanea, e Kenaz rappresenta a buon diritto la quarta gamba di quel tavolo di insuperabili composto da Oz, Grossman e Yehoshua. Profondo conoscitore della cultura francese di cui ha tradotto i classici in ebraico, di Kenaz da queste parti se n’era già parlato prima e dopo la lettura del suo Ripristinando antichi amori. Leggere Momento musicale però è come fare un’immersione nei grandi classici del Novecento, il rapporto tormentato che lega il giovane protagonista allo studio del violino riecheggia di numerosi rimandi testuali, in primo luogo, ineludibile, è il riferimento proustiano, l’odore della colofonia, una resina che serve a conservare in buono stato l’archetto, che diventa la sua madeleine, un profumo che trasportava “la mia immaginazione verso spazi lontani e dava al mio cuore il gusto dell’avventura”. Ecco, rispetto agli altri grandi della letteratura recente israeliana, Kenaz forse è quello che più di tutti si sgancia dalle urgenze contingenti legate alla vicenda di Israele, per esplorare più in generale i moti universali dell’animo umano.

Ho letto che Abraham Yehoshua ha rimesso mano al suo romanzo Un divorzio tardivo, pubblicato in prima edizione nel 1982, ribaltandone il finale. Al di là dei giudizi sugli esiti più o meno felici dell’operazione, trovo interessante che a distanza di anni uno scrittore celebrato in tutto il mondo avverta l’esigenza di tornare su uno dei suoi capolavori indiscussi, andando a ritoccare proprio uno dei punti nevralgici del romanzo, ossia l’excipit, la chiusa narrativa. Così immagino Yehoshua in tutti questi anni segretamente tormentato dallo scioglimento della sua storia – metafora, come in tutti i suoi libri, della società ebraica e della situazione d’Israele negli anni Ottanta, nonché puntigliosa analisi dei conflitti che esplodono negli ambiti familiari – e quella chiusura della vecchia versione che culminava dopo un crescendo con la frase che oggi, alla luce della recente riscrittura, appare quantomeno profetica: “Tutt’a un tratto sei in un bel guaio”. Ecco, qualsiasi scrittore conosce bene quel mistero in cui si viene precipitati quando si scrivono le ultime parole di una storia, il freddo estremo del silenzio che risuona nella mente, l’improvvisa voragine di righe bianche. E poi ancora le insicurezze, le mille indecisioni, le ansie e i timori, quel personaggio che forse poteva mostrare qualcosa di meglio di sé, o quell’altro a cui magari si sarebbe potuto concedere una seconda opportunità. Insomma, chissà che l’Onnipotente stesso non abbia avuto rimorsi per non aver fermato per tempo la mano di Caino e allora la risposta senza pentimento del primo reo della storia umana, il famoso “Sono forse il custode di mio fratello?”, non avrebbe avuto motivo di essere. La vita di un personaggio d’invenzione dipende completamente dalla mente di chi l’ha creata. Il peso della responsabilità è enorme, e quando si avverte di non essere stati completamente all’altezza si può ben dire, sì, di essere finiti tutt’a un tratto in un bel guaio.

La pratica dell’odio verso chi professa il pacifismo etico o pragmatico è cosa assai diffusa nel mondo contemporaneo. La posizione di chi rifiuta l’uso della violenza e condanna ogni guerra, indipendentemente da giustificazioni economiche, politiche o territoriali, sovente muove gli istinti peggiori di chi si sente attaccato nei propri interessi materiali. Esiste da sempre una specie di maledizione rituale che ricade sulla testa dei pacifisti, che li espone a ritorsioni e attacchi brutali, che li mette all’indice come responsabili di indicibili nefandezze, che li valuta men che zero nella scala ideale degli esseri umani degni di valore. Questo perché l’uomo allo stato di natura è una bestia assassina e prevaricatrice e ogni forma di pensiero pacifista e non violento viene percepito d’istinto come contrario agli orientamenti della specie. La strage compiuta ieri da un commando dell’esercito israeliano su una nave turca della “Freedom Flotilla” in navigazione verso Gaza con un carico di aiuti umanitari rientra perfettamente in questa pratica di cannibalismo. Al di là delle conseguenze politiche, dei tentativi di giustificazioni delle autorità militari, degli equilibrismi diplomatici, del fatto stesso che la strage fosse o meno premeditata e autorizzata dalla linea di comando israeliane, l’istinto che si cela alla base dello scempio compiuto ieri è di natura primordiale. Il vice-ambasciatore israeliano all’Onu Daniel Carmon si è espresso con le parole: “Che pacifisti sono quelli che usano mazze e prendono le armi dei nostri soldati, puntandole poi contro di loro?”. La replica di Carmon è, senza volerlo, un’implicita accettazione della natura ferina che ha mosso l’intera operazione militare. Un’argomentazione di questo genere infatti è tutta tesa a dimostrare la contraddizione in termini in cui sarebbero incappati i pacifisti sulla nave turca, come se l’inosservanza di un precetto teorico, in questo caso l’uso delle mazze (peraltro ancora tutto da dimostrare), possa di fatto giustificare la reazione dei soldati e il massacro che ne è scaturito. È in tutta evidenza il sintomo di un’insofferenza violenta e ancestrale nei confronti di chi, con un’operazione culturale, si discosta dall’inclinazione di natura propria del genere umano. In questo contesto la vita di un pacifista vale meno di quella di un insetto, egli è riconosciuto come un essere inservibile, dannoso, improduttivo, uno sterile ostacolo al progresso della razza, e come tale la sua esistenza va abbattuta senza esitazioni. Com’è scritto in Jenin di Etel Adnan: “Il male ha subito una mutazione che è / l’opposto di quella che ci aspettavamo. // Abbiamo dunque diritto ad odiare – ma non / ci affrettiamo a stupide conclusioni. Non siamo di questo mondo”.

Unione Sarda. 25 maggio 2010, Pag. 43 – Nella quiete sinistra di un pittoresco borgo del “Chianti d’Israele”, si intrecciano otto storie oscure e indecifrabili che hanno per protagonisti gli abitanti del villaggio immaginario di Tel Ilan. È questa, per somme righe, la trama dell’ultima opera di Amos Oz, Scene dalla vita di un villaggio, la quattordicesima pubblicata in Italia da Feltrinelli del grande scrittore e saggista israeliano. Gli otto racconti potrebbero vivere autonomamente se non fossero legati tra loro dall’aria soffocante, umida e carica di lutti e di colpe pregresse che aleggia tra le case coloniche in cui risiede la piccola comunità. Si tratta di storie aperte, senza epiloghi, durante le quali non veniamo mai a sapere niente di preciso sul destino dei personaggi chiamati in causa. Inutile cercare delle risposte, il genere di soluzioni convincenti da romanzo giallo. I racconti, o meglio, le scene di Oz sono smaccatamente enigmatiche, vivono di allusioni, di richiami leggeri come sospiri.

Così accade che la moglie di Benni Avni, il sindaco del paese, un giorno scompaia nel nulla dopo aver fatto recapitare al marito un biglietto con sole quattro parole: “Non preoccuparti per me”. O che il nipote della dottoressa Ghili Steiner, il cui arrivo a Tel Ilan era previsto con l’ultimo pullman della sera, abbia fatto misteriosamente perdere le sue tracce. O, ancora, che l’immobiliarista Yossi Sasson voglia comprare una vecchia casa in rovina, enorme e piena di stanze, appartenuta al defunto scrittore Eldar Rubin, e che si ritrovi in una cantina buia con la giovanissima figlia dello scrittore la quale cerca di sedurlo, o – forse – di rinchiuderlo per sempre in quella casa.

La scrittura di Oz incide a perfezione i caratteri di questi uomini, sospesi tra le angosce e il bel verde bucolico in cui si stagliano le loro esistenze. Essi non rivendicano alcun diritto, ma sembrano rassegnati ad essere parte di una totalità atavica di storie sulle quali non hanno alcun controllo. Sono come le fondamenta della casa del vecchio Pesach, che ogni notte sente rumori di scavi sotto casa e si convince che a farlo sia lo studente arabo Adel, ospitato in una catapecchia della sua proprietà, che forse vuole far crollare tutto per riprendersi la terra. Pesach e Adel sono facce diverse della stessa prostrazione, ma come tiene a precisare lo studente: “Il nostro avvilimento è un po’ per colpa vostra e un po’ per colpa nostra. Ma il vostro viene dall’anima”.

Solo alla fine apprendiamo che c’è stato un tempo, una notte primordiale, in cui forse la terra ha sobbollito e gli uomini del villaggio si sono resi colpevoli di cose immonde, un passato comune che ha lasciato tracce profonde e incancellabili e che forse rappresenta l’unica spiegazione possibile del silenzio largo e profondo caduto su Tel Ilan.

Sulla quarta di copertina dell’edizione italiana leggiamo una frase tratta da una recensione di Haaretz: «Le cose più importanti sono quelle che rimangono non dette, ma che nella notte, nel silenzio possono essere udite». È proprio così che accade nella scrittura di Oz, le sue storie sono come gelsomini che sembrano non fiorire mai, ma di cui, inspiegabilmente, riusciamo a sentire forte il profumo che confabula col vento. È il meccanismo stesso della memoria, della verità inconfessabile che appartiene al passato di Tel Ilan e che si preserva, al di là degli anni e del buio che cala ogni sera sul villaggio e sui suoi abitanti.

ANDREA POMELLA

Venerdì scorso ho incontrato Abraham Yehoshua in un albergo nel centro di Roma. L’ultima volta che ci eravamo visti era stato a Cagliari, due anni fa, quando ebbi il compito di accompagnare lui e sua moglie Ika per tre giorni in visita alla città. Allora (si trovava lì per un incontro col pubblico cagliaritano organizzato nell’ambito del festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie) ebbi con lui delle lunghe conversazioni che presto imparai a riconoscere come lezioni fondamentali sull’arte del romanzo. Da quel momento in poi posso dire che i suoi insegnamenti sono diventati per me imprescindibili nell’esercizio della scrittura e più in generale nell’approccio alla letteratura. L’appuntamento di venerdì era stato fissato a margine della sua conferenza all’auditorium di Roma, gli avevo chiesto un’intervista per l’Unione Sarda, giornale con cui collaboro saltuariamente da qualche tempo. Abraham e Ika mi hanno accolto con gentilezza e garbo immutati, confessandomi del loro entusiasmo per Roma ed esibendo una forma e una serenità invidiabili (la letteratura mantiene giovani, è stata la battuta con cui ci siamo salutati). L’indomani sono andato ad ascoltare la sua conferenza nella sala Sinopoli dell’Auditorium. Una volta terminato l’incontro sono sceso in platea, Abraham mi ha chiamato con un cenno mentre usciva dal palco. Nei corridoi dietro le quinte mi ha detto, “ho una cosa per te”. Non dirò in che consistesse questa “cosa”, essa fa parte dei cerchi concentrici che racchiudono le nostre vite e che in qualche modo le conferiscono senso. Dirò che la grandezza di uno scrittore e di un uomo non si riconoscono dal numero di copie vendute né dalla qualità del proprio lavoro, ma dalla densità di certi piccoli gesti e dalla capacità di saper incidere nella nostra corteccia di uomini.

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Abraham Yehoshua, la letteratura come morale – Incontro a Roma con lo scrittore israeliano: la politica di Tel Aviv, il nuovo libro, il senso dell’etica

Unione Sarda. 28 Marzo 2010, Pag. 56 – Abraham Yehoshua, classe 1936, tra i più importanti narratori viventi, è in questi giorni a Roma, ospite della kermesse Libri Come, la festa del libro e della lettura che si chiude oggi all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il nuovissimo appuntamento romano, ideato da Marino Sinibaldi (direttore di Radio 3 e conduttore della fortunata trasmissione radiofonica Fahrenheit) e organizzato dalla Fondazione Musica per Roma, rappresenta per lo scrittore israeliano l’occasione di un nuovo incontro con il pubblico italiano.

Con un romanzo appena concluso e che vedrà la luce in Israele in questo 2010 – tre anni dopo il suo ultimo Fuoco Amico (Einaudi) – Yehoshua ci appare in una forma smagliante. Il sorriso caloroso, i modi gentili, la vigoria e l’entusiasmo che traspaiono dalla sua voce davanti ai temi legati ai libri e alla letteratura, e che lasciano il posto alla risolutezza e al fervore quando si parla dell’argomento politico del giorno, ossia il piano di costruzione di 1.600 nuovi alloggi a Gerusalemme est voluto dal governo di Tel Aviv.

«Io sono felice che gli Stati Uniti abbiano assunto una posizione così ferma e decisa» – ribadisce Yehoshua riferendosi alle critiche al piano mosse dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton. «La posizione dell’amministrazione Obama, oltreché un esempio di grande fermezza morale, è un atto di amicizia e di amore verso lo Stato Ebraico, e non di ostilità». E replica al premier israeliano, il quale nei giorni scorsi aveva dichiarato che il progetto di costruzione delle nuove colonie non impedisce comunque la possibilità di una soluzione a due Stati. «Può darsi che abbia ragione Netanyahu. Ma in ogni caso perché costruire nuove colonie a Gerusalemme est? Quale sarebbe lo scopo?».

Riguardo all’ipotesi, rilanciata da Berlusconi in una recente visita a Gerusalemme, che Israele possa entrare un giorno nell’Unione Europea: «Si tratta di una proposta valida, purché comprenda anche la Palestina. Se si raggiungesse la pace sarebbe bello che ci unissimo alla Comunità Europea. Immagino anche per ragioni pratiche, come avere subito l’euro e non dover cambiare i soldi quando si va all’estero».

Tornando al motivo della sua presenza a Roma e al titolo, Come scrivo i miei libri, della sua conferenza all’Auditorium, Yehoshua chiarisce: «Non si può spiegare come si scrive un libro, ogni libro è diverso da un altro. Posso raccontare del mio metodo personale, di come pianifico il mio lavoro, di cosa significhi per me scrivere e da dove derivi l’impulso originale che mi spinge a farlo. Siamo abituati a sentir dire che la scrittura è una specie di fuga dal mondo. Non per me. Io non scappo dal mondo».

Poi ci anticipa che il suo nuovo romanzo, ambientato in Spagna, avrà per protagonista un regista di cinema. «Per il mio personaggio ho scelto questa professione perché penso che fra un regista e uno scrittore ci siano molte affinità. Uno scrittore è allo stesso tempo uno sceneggiatore, un fotografo, un narratore. Quindi lo scrittore racconta la storia in una situazione speciale, sotto tutti gli aspetti, incarnando vari punti di vista in un’unica persona».

Su quest’opera, attesissima, non aggiunge altro, perché «è difficile parlare di un bambino non ancora nato».

Allora la conversazione si sposta su un argomento presente in tutta la sua produzione letteraria: il rapporto tra etica e letteratura. Lo spunto è un saggio di qualche anno fa, Il potere terribile di una piccola colpa (Einaudi), in cui Yehoshua raccoglieva alcune riflessioni sui compiti della letteratura e sul senso morale dei lettori. «Stiamo perdendo la capacità di far sì che la letteratura sia un laboratorio per le questioni morali dell’umanità. È molto importante in letteratura porre in primo piano i dilemmi morali. Non dico risolverli, questo è un compito che spetta ad altre discipline. Nel secolo scorso, fino a un certo punto, abbiamo avuto una letteratura marcatamente ideologica, adesso, al contrario, gli scrittori sono terrorizzati dall’idea che le loro opere vengano giudicate tali. È per questa ragione che non osano più affrontare temi di carattere morale».

Discorso valido anche nella sua Israele, dove tuttavia negli ultimi tempi si è assistito a una vera e propria fioritura delle arti. «La situazione è complessa ed intensa in questo momento» confida. «Ci sono molti stimoli che provengono dalla società».

Per uno come lui, nato a Gerusalemme e trasferitosi da tempo ad Haifa, la complessità della società israeliana è da sempre oggetto di osservazione. «Ho lasciato Gerusalemme nel ’67 e ho scelto di vivere ad Haifa». Il carattere multietnico e multireligioso di questa città, in prevalenza ebraica, ma con presenza musulmana, cristiana e drusa, ricorda in parte quello di molti dei suoi personaggi. «In realtà Haifa non è molto lontana, ma è diversa, sia da Gerusalemme che da Tel Aviv, che è la città di mia moglie, e direi che riunisce il meglio di queste due città. Oggi posso dire che tutto ciò che cercavamo l’abbiamo trovato ad Haifa».

Al contrario di Amos Oz (l’altro vertice della cosiddetta «triade» dei grandi scrittori israeliani: Yehoshua, Oz, Grossman) che da bambino sognava di crescere e di diventare un libro, Yehoshua è categorico: «Non voglio essere un libro! Io sono un essere umano, non un libro. I libri non fanno l’amore, non mangiano, non ridono, non si godono la vita. Del resto nella mia scala dei valori io non pongo la scrittura in una posizione così elevata. L’arte è importante ma c’è anche altro nella vita. L’arte non è una religione o un oggetto di culto, è solo una fra le tante attività importanti dell’uomo».

ANDREA POMELLA

Mi domando se davvero non ci sia un modo per raccontare di questo paese. Lo dico mentre prendo in prestito la poesia di Tahar Ben Jelloun che inizia, appunto, coi versi “Mi racconti di questo paese / nell’esilio delle parole”. Ci sono molti modi per parlare di una nazione, dei suoi vizi e del proprio tempo. Alcune letterature nazionali hanno saputo meglio di altre tracciare schemi, inventare linguaggi e cifre stilistiche. La narrativa israeliana contemporanea, per esempio, porta i segni distintivi di una produzione che pone gli uomini e i personaggi di fronte al rebus di uno stato di conflitto (nazionale e individuale) permanente e irrisolvibile. Il disagio del singolo posto di fronte allo spettro perpetuo della sciagura diventa così, in quella regione letteraria del mondo, il nucleo costituente di una autentica letteratura nazionale contemporanea. Allo stesso modo la cultura americana che ha fatto seguito ai fatti dell’11 settembre è stata fortemente condizionata dall’ossessione per la vulnerabilità e la fragilità di un modello di vita fino a quel momento considerato inespugnabile, per favorire quindi il ritorno a un filone “catastrofista” che già aveva segnato un certo modo di fare cinema ai tempi della grande ferita del Vietnam. In Italia l’ultima volta che si è sentito parlare di qualcosa del genere è stato nel secondo dopoguerra. Calvino in una testimonianza del ’64 disse: “L’esplosione letteraria di quegli anni fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. […] L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle mense del popolo, ogni donna nelle code dei negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie”. Tempo fa, parlando della crisi culturale dell’Italia contemporanea, Abraham Yehoshua mi disse che secondo lui l’insufficienza della produzione letteraria italiana degli ultimi decenni è figlia di questo periodo di pace ininterrotta che dura da sessant’anni. Non ero del tutto d’accordo con Yehoshua allora, e lo sono ancora meno oggi, poiché ritengo che l’Italia, dal ’45 a oggi, abbia avuto eccome le sue belle guerre da combattere (gli anni di piombo, tanto per dire). Ma ciò nonostante nessuno è stato in grado di fare i conti con certe ferite. In Italia piuttosto – per citare Asor Rosa – si è sempre preferito “dare ampio spazio ai naturali umori provinciali dei letterati italiani”.

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Tahar Ben Jelloun, MI RACCONTI DI QUESTO PAESE

Mi racconti di questo paese
nell’esilio delle parole
ti sei seduta fuori, nel crepuscolo,
per bere un caffè
e ridere
passa un venticello
pieno di odori e profumi
le spezie viaggiano
come i ricordi e le pietre
cardamomo e rose secche
la sera
gli oggetti danzano
nello stagno dell’oblio.

Gli antichi saggi di Israele credevano che nel corpo di ogni essere umano ci fosse un ossicino posto all’estremità della spina dorsale chiamato in ebraico luz. Questo osso è il più resistente del corpo umano, non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco, e da esso si ricreerà il corpo durante la resurrezione dell’era messianica. Ho letto qualcosa del genere nel romanzo di David Grossman Che tu sia per me il coltello. Riflettendo su questa cosa mi sono chiesto, com’è normale, quale fosse il mio luz, la piccola parte di me in cui è concentrata la natura profonda, l’essenza del mio essere al mondo. Ci sono mille luoghi dentro di noi, fisici e metafisici, in cui è concentrato il frammento che comprende il codice di ciò che siamo, la struttura e la sostanza di quella cosa che riconosciamo come la nostra anima. Tuttavia, pur soffermandoci a lungo su noi stessi, qualsiasi parte ci decidiamo a riconoscere come tale ci sembrerà inappropriata, incompleta, insufficiente. Il timore ancestrale di cadere nell’ombra interminabile della morte fisica, di svanire nel sogno di qualcun altro, o semplicemente di non essere stato, è tanto forte e tanto grande che nulla di noi, al confronto, ci appare adeguato. Eppure tutti abbiamo il nostro luz, la chiave della nostra immortalità, la piccola fiamma inestinguibile che salverà la nostra parte migliore. Ma una vita intera forse non ci basta per determinare la sua natura, la posizione che occupa dentro di noi, le coordinate fisiche verso cui dirigere la nostra ricerca. L’uomo è naturalmente portato a identificare il proprio luz nell’amore e nei frutti che esso genera, nei figli, oppure nel lavoro, nelle opere del proprio ingegno, qualcuno perfino in un’eredità materiale. Può darsi che questa sia una verità valida per qualcuno e una falsità per qualcun altro. Io intanto cerco il mio luz, il nuovo inizio con cui spiegare il mio mondo.

Rami Saari, PETAH TIKVÁ

Ecco, ho trovato la mia casa: il buco
dove potrò tornare dopo la morte.
Lì consacrerò alla fine senza corni e senza falce
ogni eminente rabbino. Quindi rallegratevi, amici,
versi d’oro, poesie e paesaggi:
i miei giorni trascorrevano in una spiaggia baltica, ma
la mia parte migliore continua ad essere un luogo
di miele e agrumeti.

Quando nel 2007 lo scrittore David Grossman, durante la cerimonia per la consegna del Premio Emet, uno dei riconoscimenti più prestigiosi assegnati dal governo israeliano, rifiutò pubblicamente di stringere la mano al premier Olmert, venne inaugurata ufficialmente una nuova stagione nei rapporti fra letteratura e potere. Il gesto era carico di eccezionali valenze simboliche. Va detto innanzitutto che Grossman aveva da poco perduto il figlio Uri, di 22 anni, nella seconda guerra del Libano, ucciso 48 ore prima che venisse messa in atto la tregua tra Israele e gli Hezbollah, tregua che era già stata decisa ma che veniva tatticamente rinviata. La storia di un soffocante presentimento di morte provato da una madre per il figlio soldato era – per una funesta e sbalorditiva coincidenza – il tema centrale del romanzo a cui stava lavorando Grossman al momento della sua tragedia familiare, romanzo giunto poi sugli scaffali delle librerie italiane col titolo di A un cerbiatto somiglia il mio amore. Il libro, senza alcun dubbio tra i più importanti pubblicati nel 2008, è una lunghissima dichiarazione di amore genitoriale e di dolore, un lento e drammatico excursus nei fantasmi che agitano le coscienze d’Israele e, più in generale, di qualsiasi essere umano sulla faccia della terra che veda messe a repentaglio le sicurezze dei propri affetti sotto la minaccia di una guerra. E poiché la guerra, ogni guerra, è la personificazione bestiale di un potere che si scatena a fronte di una provocazione, o di un interesse, e che per salvaguardare se stesso e i propri privilegi sacrifica i figli degli altri, il pubblico rifiuto dello scrittore durante la consegna del premio, il suo vistoso dare le spalle al detentore di quel potere, l’abbagliante impertinenza dello scrittore riflessa nello sguardo gelido di stupore di Olmert, significava di fatto una presa di distanza netta e precisa da parte di uno dei massimi rappresentanti dell’intellighenzia israeliana (mille volte accusata da più parti di complicità con le azioni del governo di Tel Aviv) rispetto alle posizioni politiche in quel momento maggioritarie in quel paese. Lo stesso Grossman, un anno prima, durante un discorso in memoria di Yitzhak Rabin si era rivolto a Olmert in questo modo: «Signor Primo Ministro, per una volta, non guardi ai palestinesi attraverso il mirino di un fucile o la garitta di un posto di blocco: vedrà un popolo non meno straziato del nostro. Un popolo occupato, oppresso, privato di ogni speranza». A noi che viviamo in tutt’altre latitudini, che abbiamo nei cromosomi la soggezione e la deferenza al potere, che viviamo da secoli in ossequio degli uomini più influenti per tenere le brache al riparo dagli spifferi pungenti dell’inverno, la sconfessione del potere da parte di un uomo di lettere, di un padre che ha avuto assassinato il proprio figlio in guerra, deve essere apparso come un azzardo dissennato. Io, da parte mia, ringrazio Grossman di mille cose, in testa alle quali metto proprio quel gesto pubblico che, in un paese come Israele, ininterrottamente in guerra dall’anno della sua fondazione ad oggi, assomiglia tanto a un’apostasia, al ripudio di quanto c’è di più repellente in un’autorità di potere e nelle sue più fangose manifestazioni. Ringrazio Grossman per aver contrapposto al gelo della forza pubblica la straordinaria dignità di un comportamento umano altissimo.

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Meir Wieseltier, LA FARFALLA DEL PUS

Breve oratorio per genitori di figli non caduti in guerra

Il fanciullo dagli occhi azzurri, pieveloce
e dalla lingua sciolta si è librato in mezzo a noi
limpido come Ermes, sorta di uomo-farfalla
senza passato, di danza pregna di futuro.
Perché noi asini stanchi così volemmo.
E se rubava ogni tanto, così dicevamo
che era naturale in un giovane dio.
Ma un giorno che tornò da uno dei viaggi
pingue, incalvito, una crosta di piaghe purulenti
intorno alla triste smorfia della bocca,
ci spaventammo: chi pensava a una tal fine?
Noi no. Prometteva tanto bene.
Ora bisogna allacciargli un campanello,
che non sparga pus in tutta la città.

Ho sempre immaginato Gerusalemme nei lineamenti di una signora imbellettata come una mummia faraonica e appollaiata in una fresca casa di pietra dove i muri attutiscono le parole inutili. L’immagine non è corroborata da nulla, se non dalle innumerevoli letture di autori israeliani a cui mi sono lasciato andare negli ultimi due anni, seguendo una di quelle infatuazioni geografiche che di solito vengono quando si è ancora molto giovani (c’è il periodo dei grandi russi, poi dei sudamericani, c’è la mitteleuropa, e i maestri dell’estremo oriente, e così via). Una volta parlando con uno scrittore inglese chiesi, a lui che c’era stato, di trovare una definizione per quella città, e lui disse più o meno così: “Gerusalemme è una Disneyland delle religioni”. La risposta mi sembrò terribilmente triste e imbarazzante, se non altro perché spazzava via in un colpo solo la fotografia della Gerusalemme sacerdotale, culla delle tre religioni monoteistiche, che conservavo nell’acqua gorgogliante della mia immaginazione. Poi qualche settimana fa, dopo un lungo giro fra gli scaffali di una libreria, ho riportato a casa un’antologia di poeti israeliani curata da Ariel Rathaus, e ieri sera, mentre leggevo le poesie di Yehuda Amichai, il più grande poeta israeliano moderno, ho trovato tra i suoi versi questa definizione che fa il paio con l’altra: “Gerusalemme è come la città di Atlantide sprofondata nel mare”. La definizione di Amichai, a sua volta, ha qualcosa di arcano, come un’istruzione segreta che sa risvegliare i fantasmi. Sento che un giorno dovrò visitare quei luoghi, il Monte degli Ulivi e la Città Vecchia, la sinagoga di Hurva e il Santo Sepolcro, la cittadella di Davide e la spianata del Tempio, la Cupola della Roccia e il Monte Sion. Non dovrò lamentarmi, è vero, se nessuna delle definizioni che ho ascoltato di Gerusalemme sarà fedele a quello che sapranno comprendere i miei occhi, e se la lettura di quei grandi autori mi avrà tradito in modo sfacciato, impertinente, come spesso accade nei grandi amori.

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Yehuda Amichai

Gerusalemme è come la città di Atlantide sprofondata nel mare.
Tutto in essa è annegato, inabissato. È questa la Gerusalemme più bassa
più bassa ancora di quella terrena. E dal suo fondo ripescano muri diroccati
e schegge di religioni, come utensili da navi profetiche affondate,
incrostati di ruggine. Non è ruggine, è sangue mai seccato.
E vasi ricoperti di alghe e coralli di tempo e il furore del tempo,
e monete di giorni che furono, passato commerciabile.
Ma in essa trovi anche memorie giovanissime
un ricordo d’amore della scorsa notte, ricordi trasparenti
e rapidi come pesci bellissimi tirati su nella rete, guizzanti e saltellanti.
Su, ributtiamoli dentro Gerusalemme!
 
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