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Un mio pezzo pubblicato domenica su ilfattoquotidiano.it, una recensione al romanzo “Volti bruciati dal sole” di Shimon Adaf. Qui il post originale.

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C’è un denominatore comune nella narrativa israeliana contemporanea che non riguarda il nucleo tematico dei romanzi né il rapporto che essi intercorrono con la complessa realtà storica e geografica a cui si riferiscono, ma che ha piuttosto a che fare con lo stile, con un’idea della lingua letteraria. È l’uso di un linguaggio denso, ricchissimo, dal suono dolce e dalla formidabile ricercatezza, che contraddistingue le opere della maggior parte degli autori d’Israele. Read More

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Su Fuori Asse n. 6 è stato pubblicato questo mio articolo che ha per tema il romanzo “L’amante” di Yehoshua e in particolare il personaggio di Dafi. Qui si può scaricare la rivista.

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È una mattina dell’ottobre del 2007, me ne sto rannicchiato con le ginocchia alla gola sul sedile davanti di un vecchio taxi che ci porta dalla spiaggia del Poetto al Castello di Cagliari. Dietro di me c’è Abraham Yehoshua, sua moglie Ika e Alessandra, la mia compagna. Abbiamo appena consumato una granita al limone in un bar sulla spiaggia conversando di letteratura ebraica americana, e in particolare di Henry Roth, l’autore di Chiamalo sonno. Ho una foto di noi quattro seduti a quel tavolo con sullo sfondo un gruppo di uomini vestiti da ciclisti che sembrano divertirsi un mondo. Read More


Unione Sarda, 6 ottobre 2011
– Si apre oggi a Cagliari il festival Tuttestorie (fino al 9 ottobre all’Exmà, alla Mediateca del Mediterraneo e all’Ospedale Microcitemico) col titolo: “Non dirlo a nessuno! Racconti, visioni e libri che svelano segreti”. Tra i protagonisti della prima giornata la scrittrice israeliana Lizzie Doron, invitata dal presidente del festival David Grossman, che sarà intervistata (con Lia Levi) da Wlodek Goldkorn. Lizzie Doron è figlia di una coppia di sopravvissuti all’Olocausto. I suoi libri, in Italia pubblicati da Giuntina, hanno una caratteristica singolare: parlano della Shoah senza mai nominarla, senza descrivere l’orrore dei campi di sterminio né le esperienze di chi a quell’inferno è sopravvissuto. L’approccio è, per così dire, indiretto, evocativo. «Ma non si tratta di una forma di ritrosia», ci tiene a precisare, «semplicemente preferisco non scrivere di cose che non conosco».

Autrice che ha riscosso in patria un grande successo (è vincitrice di numerosi premi tra cui il Buchman di Yad Vashem nel 2003 e il Jeanette Schoken nel 2007), prima di dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria ha insegnato Linguistica teorica e Scienze cognitive all’università di Tel Aviv. Il suo ultimo libro, Giornate tranquille, è ambientato in un salone di parrucchiere di Tel Aviv in cui alcuni sopravvissuti alla Shoah, dopo anni di silenzio, cominciano timidamente a raccontare le loro storie, il dramma della deportazione nei lager, la persecuzione nazista. Ma se le si fa notare che un salone di parrucchiere è un posto singolare in cui discutere di un argomento impegnativo come la Shoah, lei ribatte in maniera provocatoria: «Un museo sarebbe stato un posto più adatto?».

Quella che è una delle qualità principali della sua scrittura, ossia la capacità di essere ironica, graffiante, emerge anche dal suo modo di essere. «Freud aveva ragione a dire che l’umorismo è il più eminente meccanismo di difesa. Perlomeno lo è in alcuni casi. Tuttavia preferisco credere che l’ironia sia una qualità positiva che alcune persone possiedono come un dono e altre no». Quando le viene chiesto di commentare il risultato di un sondaggio commissionato dallo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto in Israele, secondo cui per l’88 per cento degli israeliani lo Stato ebraico è, nonostante tutto, «un posto dove è bello vivere», Lizzie Doron – che è nata e vive a Tel Aviv – conferma: «Israele è effettivamente un bel posto in cui vivere, anche se non sappiamo fare bene la pizza! Abbiamo dei problemi, come ne hanno la maggior parte dei Paesi, ma Israele è un paese giovane, multietnico e pieno di energie positive. Se riuscissimo a risolvere il conflitto col mondo arabo sarebbe un posto ancora migliore, anche per più dell’88% degli israeliani». Poi si schermisce di fronte al problema della costruzione di un’identità nazionale per lo Stato d’Israele. «L’identità non è qualcosa che si “costruisce”. L’identità cambia ogni giorno. Un paese è il risultato di infinite e mutevoli identità. Per caso lì da voi un milanese e un palermitano hanno la stessa identità?».

Sul ruolo della letteratura contemporanea nel processo di pace, tuttavia, ha le idee molto chiare. «Non è compito di noi scrittori israeliani contribuire a tenere alto quel ramo d’ulivo», dice, riferendosi ad Abu Mazen e al suo recente intervento all’assemblea dell’Onu in cui il presidente dell’Anp, citando Arafat, aveva detto: “Non lasciate che il ramo di ulivo cada dalla mia mano”. «Questo semmai è compito della letteratura palestinese», conclude: «Quella israeliana, forse, può aiutare a raccogliere il ramo d’ulivo se cadesse da quella mano. Ma sottolineo “forse”…».

ANDREA POMELLA

Ho letto Momento musicale, un racconto vecchio di trent’anni di Yehoshua Kenaz, in Italia ripubblicato di recente da Giuntina insieme all’altro, bellissimo, Fra la notte e l’alba. Ho sempre dichiarato la mia speciale propensione per gli autori della letteratura israeliana contemporanea, e Kenaz rappresenta a buon diritto la quarta gamba di quel tavolo di insuperabili composto da Oz, Grossman e Yehoshua. Profondo conoscitore della cultura francese di cui ha tradotto i classici in ebraico, di Kenaz da queste parti se n’era già parlato prima e dopo la lettura del suo Ripristinando antichi amori. Leggere Momento musicale però è come fare un’immersione nei grandi classici del Novecento, il rapporto tormentato che lega il giovane protagonista allo studio del violino riecheggia di numerosi rimandi testuali, in primo luogo, ineludibile, è il riferimento proustiano, l’odore della colofonia, una resina che serve a conservare in buono stato l’archetto, che diventa la sua madeleine, un profumo che trasportava “la mia immaginazione verso spazi lontani e dava al mio cuore il gusto dell’avventura”. Ecco, rispetto agli altri grandi della letteratura recente israeliana, Kenaz forse è quello che più di tutti si sgancia dalle urgenze contingenti legate alla vicenda di Israele, per esplorare più in generale i moti universali dell’animo umano.

Ho letto che Abraham Yehoshua ha rimesso mano al suo romanzo Un divorzio tardivo, pubblicato in prima edizione nel 1982, ribaltandone il finale. Al di là dei giudizi sugli esiti più o meno felici dell’operazione, trovo interessante che a distanza di anni uno scrittore celebrato in tutto il mondo avverta l’esigenza di tornare su uno dei suoi capolavori indiscussi, andando a ritoccare proprio uno dei punti nevralgici del romanzo, ossia l’excipit, la chiusa narrativa. Così immagino Yehoshua in tutti questi anni segretamente tormentato dallo scioglimento della sua storia – metafora, come in tutti i suoi libri, della società ebraica e della situazione d’Israele negli anni Ottanta, nonché puntigliosa analisi dei conflitti che esplodono negli ambiti familiari – e quella chiusura della vecchia versione che culminava dopo un crescendo con la frase che oggi, alla luce della recente riscrittura, appare quantomeno profetica: “Tutt’a un tratto sei in un bel guaio”. Ecco, qualsiasi scrittore conosce bene quel mistero in cui si viene precipitati quando si scrivono le ultime parole di una storia, il freddo estremo del silenzio che risuona nella mente, l’improvvisa voragine di righe bianche. E poi ancora le insicurezze, le mille indecisioni, le ansie e i timori, quel personaggio che forse poteva mostrare qualcosa di meglio di sé, o quell’altro a cui magari si sarebbe potuto concedere una seconda opportunità. Insomma, chissà che l’Onnipotente stesso non abbia avuto rimorsi per non aver fermato per tempo la mano di Caino e allora la risposta senza pentimento del primo reo della storia umana, il famoso “Sono forse il custode di mio fratello?”, non avrebbe avuto motivo di essere. La vita di un personaggio d’invenzione dipende completamente dalla mente di chi l’ha creata. Il peso della responsabilità è enorme, e quando si avverte di non essere stati completamente all’altezza si può ben dire, sì, di essere finiti tutt’a un tratto in un bel guaio.

La pratica dell’odio verso chi professa il pacifismo etico o pragmatico è cosa assai diffusa nel mondo contemporaneo. La posizione di chi rifiuta l’uso della violenza e condanna ogni guerra, indipendentemente da giustificazioni economiche, politiche o territoriali, sovente muove gli istinti peggiori di chi si sente attaccato nei propri interessi materiali. Esiste da sempre una specie di maledizione rituale che ricade sulla testa dei pacifisti, che li espone a ritorsioni e attacchi brutali, che li mette all’indice come responsabili di indicibili nefandezze, che li valuta men che zero nella scala ideale degli esseri umani degni di valore. Questo perché l’uomo allo stato di natura è una bestia assassina e prevaricatrice e ogni forma di pensiero pacifista e non violento viene percepito d’istinto come contrario agli orientamenti della specie. La strage compiuta ieri da un commando dell’esercito israeliano su una nave turca della “Freedom Flotilla” in navigazione verso Gaza con un carico di aiuti umanitari rientra perfettamente in questa pratica di cannibalismo. Al di là delle conseguenze politiche, dei tentativi di giustificazioni delle autorità militari, degli equilibrismi diplomatici, del fatto stesso che la strage fosse o meno premeditata e autorizzata dalla linea di comando israeliane, l’istinto che si cela alla base dello scempio compiuto ieri è di natura primordiale. Il vice-ambasciatore israeliano all’Onu Daniel Carmon si è espresso con le parole: “Che pacifisti sono quelli che usano mazze e prendono le armi dei nostri soldati, puntandole poi contro di loro?”. La replica di Carmon è, senza volerlo, un’implicita accettazione della natura ferina che ha mosso l’intera operazione militare. Un’argomentazione di questo genere infatti è tutta tesa a dimostrare la contraddizione in termini in cui sarebbero incappati i pacifisti sulla nave turca, come se l’inosservanza di un precetto teorico, in questo caso l’uso delle mazze (peraltro ancora tutto da dimostrare), possa di fatto giustificare la reazione dei soldati e il massacro che ne è scaturito. È in tutta evidenza il sintomo di un’insofferenza violenta e ancestrale nei confronti di chi, con un’operazione culturale, si discosta dall’inclinazione di natura propria del genere umano. In questo contesto la vita di un pacifista vale meno di quella di un insetto, egli è riconosciuto come un essere inservibile, dannoso, improduttivo, uno sterile ostacolo al progresso della razza, e come tale la sua esistenza va abbattuta senza esitazioni. Com’è scritto in Jenin di Etel Adnan: “Il male ha subito una mutazione che è / l’opposto di quella che ci aspettavamo. // Abbiamo dunque diritto ad odiare – ma non / ci affrettiamo a stupide conclusioni. Non siamo di questo mondo”.

Unione Sarda. 25 maggio 2010, Pag. 43 – Nella quiete sinistra di un pittoresco borgo del “Chianti d’Israele”, si intrecciano otto storie oscure e indecifrabili che hanno per protagonisti gli abitanti del villaggio immaginario di Tel Ilan. È questa, per somme righe, la trama dell’ultima opera di Amos Oz, Scene dalla vita di un villaggio, la quattordicesima pubblicata in Italia da Feltrinelli del grande scrittore e saggista israeliano. Gli otto racconti potrebbero vivere autonomamente se non fossero legati tra loro dall’aria soffocante, umida e carica di lutti e di colpe pregresse che aleggia tra le case coloniche in cui risiede la piccola comunità. Si tratta di storie aperte, senza epiloghi, durante le quali non veniamo mai a sapere niente di preciso sul destino dei personaggi chiamati in causa. Inutile cercare delle risposte, il genere di soluzioni convincenti da romanzo giallo. I racconti, o meglio, le scene di Oz sono smaccatamente enigmatiche, vivono di allusioni, di richiami leggeri come sospiri.

Così accade che la moglie di Benni Avni, il sindaco del paese, un giorno scompaia nel nulla dopo aver fatto recapitare al marito un biglietto con sole quattro parole: “Non preoccuparti per me”. O che il nipote della dottoressa Ghili Steiner, il cui arrivo a Tel Ilan era previsto con l’ultimo pullman della sera, abbia fatto misteriosamente perdere le sue tracce. O, ancora, che l’immobiliarista Yossi Sasson voglia comprare una vecchia casa in rovina, enorme e piena di stanze, appartenuta al defunto scrittore Eldar Rubin, e che si ritrovi in una cantina buia con la giovanissima figlia dello scrittore la quale cerca di sedurlo, o – forse – di rinchiuderlo per sempre in quella casa.

La scrittura di Oz incide a perfezione i caratteri di questi uomini, sospesi tra le angosce e il bel verde bucolico in cui si stagliano le loro esistenze. Essi non rivendicano alcun diritto, ma sembrano rassegnati ad essere parte di una totalità atavica di storie sulle quali non hanno alcun controllo. Sono come le fondamenta della casa del vecchio Pesach, che ogni notte sente rumori di scavi sotto casa e si convince che a farlo sia lo studente arabo Adel, ospitato in una catapecchia della sua proprietà, che forse vuole far crollare tutto per riprendersi la terra. Pesach e Adel sono facce diverse della stessa prostrazione, ma come tiene a precisare lo studente: “Il nostro avvilimento è un po’ per colpa vostra e un po’ per colpa nostra. Ma il vostro viene dall’anima”.

Solo alla fine apprendiamo che c’è stato un tempo, una notte primordiale, in cui forse la terra ha sobbollito e gli uomini del villaggio si sono resi colpevoli di cose immonde, un passato comune che ha lasciato tracce profonde e incancellabili e che forse rappresenta l’unica spiegazione possibile del silenzio largo e profondo caduto su Tel Ilan.

Sulla quarta di copertina dell’edizione italiana leggiamo una frase tratta da una recensione di Haaretz: «Le cose più importanti sono quelle che rimangono non dette, ma che nella notte, nel silenzio possono essere udite». È proprio così che accade nella scrittura di Oz, le sue storie sono come gelsomini che sembrano non fiorire mai, ma di cui, inspiegabilmente, riusciamo a sentire forte il profumo che confabula col vento. È il meccanismo stesso della memoria, della verità inconfessabile che appartiene al passato di Tel Ilan e che si preserva, al di là degli anni e del buio che cala ogni sera sul villaggio e sui suoi abitanti.

ANDREA POMELLA

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